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L’idea che la Terra abbia dei limiti planetari è ormai conoscenza diffusa, ma il modo in cui la scienza li descrive e li collega alla giustizia sociale è cambiato profondamente.
Non siamo più di fronte soltanto a un elenco di soglie ecologiche da non superare, ma a un quadro che mette in relazione la stabilità dell’ecosistema Terra con la soddisfazione dei bisogni fondamentali, con la tutela dei diritti umani e con il modo in cui benefici e danni sono distribuiti tra Paesi, classi sociali e generazioni.
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Dai limiti planetari ai confini “sicuri e giusti”
Il quadro dei limiti planetari (planetary boundaries) elaborato da Rockström e colleghi, identifica alcuni processi chiave del sistema Terra – dal clima alla biosfera, dai cicli dell’azoto e del fosforo all’uso del suolo, fino ad acqua dolce, aerosol e nuove entità chimiche – e per ciascuno fissa una zona di funzionamento considerata relativamente “sicura”, oltre la quale aumentano in modo marcato la probabilità e l’entità degli squilibri a cascata, difficilmente reversibili. Secondo valutazioni recenti, come il Planetary Health Check 2025, l’umanità avrebbe già oltrepassato le soglie di sicurezza per 7 dei 9 limiti planetari.

La Earth Commission, nel rapporto pubblicato su The Lancet Planetary Health, riprende e arricchisce la funzione dei limiti planetari, specificando che devono essere allo stesso tempo sicuri (safe) e giusti (just): sicuri in relazione al funzionamento biofisico degli ecosistemi e del clima, e giusti in relazione alle conseguenze concrete sulle vite umane e sul benessere delle società. Queste aggiunte servono a riconoscere che un pianeta fisicamente stabile non è necessariamente un pianeta giusto, e che possiamo attraversare soglie di danno umano intollerabile pur restando, dal punto di vista strettamente biofisico, lontani dai grandi tipping point (punti di non ritorno) del sistema Terra.
Per il clima, per esempio, il livello di riscaldamento oltre il quale moltissime persone vengono esposte a ondate di calore letali, a perdita di suoli coltivabili, a rischi sanitari e alimentari enormi, è inferiore rispetto al livello a cui si innescano alcuni dei più temuti tipping point del sistema climatico. In altre parole, prima che il sistema Terra “ceda” in alcune sue parti, a pagare sono le persone che molto più probabilmente si trovano in situazione di vulnerabilità. Se si assume che anche questi danni siano inaccettabili, allora il confine “giusto” dev’essere posto più indietro, e restringe ulteriormente lo spazio operativo.

Fonte: A just world on a safe planet: a Lancet Planetary Health–Earth Commission report on Earth-system boundaries, translations, and transformations
Da qui nasce il concetto di “safe and just corridor”, un corridoio sicuro e giusto all’interno del quale l’umanità può muoversi senza destabilizzare il sistema Terra e senza imporre danni gravi e sistematici a comunità e generazioni. Questo corridoio è al tempo stesso un modello scientifico, definito a partire da dati, funzioni e analisi di rischio, e uno strumento prescrittivo, perché integra giudizi espliciti su cosa consideriamo come danno intollerabile.
La ciambella come diagnosi di un mondo fuori equilibrio
Questa idea di corridoio sicuro e giusto si colloca nella stessa linea concettuale della social doughnut, la “ciambella” di Raworth e Fanning che descrive con ulteriori fattori proprio quello spazio intermedio in cui i bisogni sociali fondamentali sono soddisfatti senza superare il “tetto” ecologico. Con 21 dimensioni e 35 indicatori che misurano sia la deprivazione sociale sia il superamento dei limiti ecologici, la ciambella diventa un vero e proprio monitor annuale dell’“impronta sociale ed ecologica” del mondo dal 2000 al 2022. Viene così ricostruita una serie temporale che permette di vedere, per ciascun indicatore, la quota della popolazione mondiale che vive sotto la soglia sociale minima e, per gli indicatori ecologici, la distanza rispetto alle soglie derivate dai limiti planetari.

ll risultato è una mappa del mondo in cui ci si può chiedere, in modo piuttosto diretto, quanto ciascun Paese è distante dal garantire una base sociale minima e quanto sta spingendo oltre il proprio tetto ecologico. Questa diagnostica mostra che quasi nessun Paese si trova davvero nel “dolce spazio” della ciambella, e che i Paesi che meglio garantiscono i bisogni sociali fondamentali sono quasi sempre quelli che, in media, superano più nettamente diversi confini ecologici.
Chi sta dentro il nucleo interno della ciambella, con relativamente pochi deficit sociali, tende a sfondare l’anello esterno in termini di emissioni di gas serra, uso di suolo, consumo di materiali, nutrienti reattivi e così via: in numeri, il 20% più ricco delle nazioni, con il 15% della popolazione mondiale, contribuisce per oltre il 40% al superamento ecologico annuo. Al contrario, molti Paesi che non superano i limiti ambientali pro capite mostrano ampie aree di deprivazione sociale, con il 40% più povero dei Paesi, che rappresenta il 42% della popolazione mondiale, che registra oltre il 60% del deficit sociale.
La configurazione dominante è quindi quella di un mondo strutturalmente sbilanciato, in cui il benessere sociale è associato a un consumo di spazio ecologico sproporzionato, mentre chi resta ecologicamente “leggero” lo fa spesso perché non ha ancora accesso a una vita dignitosa. È in questo intreccio che la categoria di giustizia diventa fondamentale: parlare di limiti planetari, a queste condizioni, significa interrogarsi su chi beneficia dell’uso delle risorse e su chi, invece, si trova a sopportarne i costi ambientali e umani, oggi e nel futuro.

Ripartire lo spazio ecologico: una questione di giustizia
Inoltre, la ciambella assume, nella pratica, che ogni essere umano abbia diritto a una quota uguale dello spazio ecologico globale, o almeno parte da questa ipotesi operativa. La ripartizione pro capite dei limiti planetari è certo una semplificazione, e non pretende di esaurire il dibattito sulla giustizia climatica e ambientale, ma rende visibile una domanda che altrimenti resterebbe implicita: se il pianeta può sopportare una certa quantità di emissioni, consumo di suolo o di energia senza uscire dal corridoio sicuro e giusto, come decidiamo chi usa cosa? La risposta “ognuno secondo la propria potenza economica” è esattamente ciò che si sta mettendo in discussione.
Il quadro che emerge dalle serie storiche è doppiamente dissonante. Da un lato, il prodotto interno lordo globale è più che raddoppiato in poco più di vent’anni; dall’altro, la riduzione della deprivazione sociale è stata solo moderata e procede a un ritmo che, per colmare i deficit entro il 2030, dovrebbe aumentare di circa cinque volte.
Nel frattempo, l’overshoot ecologico – la distanza rispetto al “soffitto” della ciambella – è cresciuto sensibilmente e, per rientrare entro i limiti, i progressi dovrebbero accelerare a una velocità quasi doppia rispetto a quella attuale. Se il corridoio sicuro e giusto esiste, pur con tutte le incertezze che lo accompagnano, la domanda diventa inevitabile: chi deve muoversi, e quanto, perché il mondo vi rientri? Che cosa implica, per regioni di mondo più ricche, rinunciare a una quota del proprio eccesso ecologico per lasciare spazio di sviluppo umano a chi oggi è sotto la soglia sociale? E che cosa significa, per le società nel loro insieme, rivedere il legame tra benessere e consumo materiale, non solo confidando nel progresso tecnologico, ma ripensando le forme stesse della produzione, del lavoro, della città, dell’alimentazione?
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