sabato, Maggio 28, 2022

Dal decreto Ucraina sostegno all’agricoltura. “Ma a perdere è l’ambiente”

Le lobby del comparto agroalimentare industriale sostengono la necessità di rivedere gli obiettivi del Green Deal per affrontare la crisi dei prezzi e delle materie prime. Invece la sicurezza alimentare si difende proprio puntando sulla transizione ecologica

Tiziano Rugi
Giornalista, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri e dirige il quotidiano online "Il caffè di Baia Domizia". Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

È accaduto con l’aumento dei prezzi dell’energia, rischia di accadere di nuovo con la crisi del comparto agroalimentare. L’ambiente vittima per scelta politica delle speculazioni e delle incertezze legate alla guerra in Ucraina. Come si è parlato con noncuranza di ritorno al carbone quando fino a pochi giorni prima il Green Deal era la stella polare, lo stesso sta accadendo nel settore dell’agricoltura.

L’aumento dei prezzi di grano, mais e dell’energia, con ricadute dirette e indirette sulle aziende e i consumatori, spinge a contromisure: ma il rischio è fare passi indietro nella transizione ecologica. Le lobby del settore parlano di apertura agli Ogm, chiedono di derogare a norme sui pesticidi e sulla biodiversità, di permettere la coltivazione del mais nei terreni a riposo fino, più in generale, a rimandare l’applicazione del Green Deal e del Farm to Fork.

E le istituzioni, comunitarie e nazionali, non sono state sorde alle pretese: basta leggere il recente Decreto Ucraina. Eppure, allargando la prospettiva e slegandola dalla congiuntura attuale, proprio nel Green Deal si troverebbe la soluzione a molti problemi del settore. Mentre per altre ipotesi, come l’autarchia invocata dalla Francia, dipende come la si intende (se è davvero possibile) e quali saranno concretamente le scelte politiche.

La crisi c’è, ma anche la spinta di alcune lobby per approfittarne

Non si può negare uno stato di sofferenza per le aziende dell’agroalimentare. I costi degli alimenti zootecnici sono schizzati verso l’alto, spinti dai rincari del mais, utilizzato come mangime per animali. Secondo stime delle associazioni di categoria, nel settore suinicolo da novembre 2020 a marzo 2022 la materia prima (cereali e proteici) segna un notevole più 80 per cento, mentre nell’avicoltura si registrano aumenti del 34 per cento da febbraio a marzo 2022 per la produzione di uova e del 17 per cento per l’allevamento del pollame.

“Adesso con la guerra i prezzi del mais sono aumentati in tutto il mondo, anche per chi acquista da Brasile e Argentina”, fa notare Luca Cavazzoni presidente di Alce Nero, impresa di agricoltori biologici e apicoltori. A cui andranno aggiunti costi maggiori nella logistica. E non sono pochi: “Cinque anni fa importare un container costava 1500 dollari, oggi oscilla tra i 7mila e i 9mila dollari e spesso è un problema persino trovare container a sufficienza”, precisa l’apicoltore.

Dietro i rincari del mais, però, ci sono cause legate più alla speculazione che a reali conseguenze del conflitto. Se è vero che l’Unione europea importa il 20 per cento di mais dall’Ucraina è altrettanto vero che la nazione in guerra ha rassicurato sulla consegna del raccolto e solo tra il 4 e l’8 per cento delle colture proteaginose, utilizzate per i mangimi, sono importate a livello europeo dalla nazione invasa dalla Russia.

Eppure, l’industria della carne e dei derivati agita lo spauracchio della carestia. Secondo Luca Cavazzoni, invece, “non ci sono problemi di approvvigionamento, visto che il mais viene importato anche da Stati Uniti e Brasile, ma ci troviamo di fronte a un terrorismo alimentare con cui gruppi di interesse sperano di sfruttare l’occasione per bloccare un percorso ecologico nell’agricoltura e ottenere vantaggi competitivi”.

C’è però una contraddizione di fondo, come evidenzia Antonio Onorati, coordinatore dell’Associazione rurale italiana: “Si parla di settori controllati da aziende di grandi dimensioni, spesso a carattere transnazionale e a forte capitalizzazione. Che fino a poco tempo fa acquistavano in modo speculativo sul mercato mondiale, approfittando dei bassi prezzi degli ultimi decenni, oppure si rifornivano dall’Ucraina per i minori costi di produzione nel Paese”. Insomma, a chiedere aiuto è una parte del problema.

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L’Unione europea vacilla di fronte agli obiettivi del Farm to Fork

Del resto l’Unione è il principale esportatore di prodotti agroalimentari e controlla il 36,6% del mercato mondiale. Per rendere l’idea, gli Stati Uniti sono secondi con il 9,5%. Vista l’importanza capitale per l’economia e il timore di una crisi, a livello comunitario e nazionale, sono state accolte numerose richieste del comparto agroalimentare per sospendere temporaneamente obblighi green, percepiti come briglie in un momento in cui si vuole aumentare la produzione.

La Spagna ha deciso di allentare temporaneamente i requisiti sui limiti di residui di alcuni pesticidi sul mais importato da Argentina e Brasile, mentre l’Unione europea da tempo sembra intenzionata a rivedere in direzione di una maggiore deregolamentazione le norme sugli Ogm. L’Italia sta incontrando delle difficoltà nella sostituzione dei fertilizzanti importati dalle due nazioni in guerra e nel Decreto Ucraina ha aperto all’impiego di digestato per “dare un’alternativa con un fertilizzante naturale”, ha detto il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli.

Al di là della rassicurante parola “naturale”, il digestato è uno scarto di produzione del biometano composto da letame e liquami: ideale sì per concimare, ma il cui utilizzo è limitato dalla direttiva sui nitrati, perché c’è il rischio eutrofizzazione delle acque, “un processo degenerativo indotto da eccessivi apporti di sostanze ad effetto fertilizzante (azoto, fosforo ed altre sostanze fitostimolanti)”, spiega l’Arpa, che favorisce alte concentrazioni di microalghe e perciò diffuse e persistenti carenze di ossigeno nelle acque di fondo, con pericoli per molluschi, crostacei e pesci di fondo.

Il Decreto Ucraina consentirà, inoltre, per tutto il 2022 la produzione di qualsiasi coltura per alimenti e mangimi su terreni a riposo che fanno parte di zone ecologiche prioritarie. Misure poco in linea con la strategia Farm to Fork, i cui capisaldi sono il raggiungimento del 25 per cento dei terreni agricoli coltivati con pratiche biologiche, la destinazione del 10 per cento dei terreni agricoli alla biodiversità e ridurre l’uso di fertilizzanti e pesticidi.

Mais: un problema irrisolvibile?

La flessibilità temporanea introdotta dal Dl Ucraina, invece, permetterà agli agricoltori di adattare ed espandere i loro piani di coltivazione di mais. Il pericolo, secondo Antonio Onorati, è uno sfruttamento “minerario” dei terreni: “Per recuperare in tempi rapidi la produzione, saranno imbottiti di concimi chimici, diserbati in copertura e diserbati prima del raccolto”, anticipa.

Di fatto compromettendo lo stato di salute e la successiva fertilità di circa 200mila ettari di terreni a riposo. Il mais, in particolare, è una pianta che sterilizza i suoli perché richiede enormi quantità di acqua e li impoverisce. “E con la siccità in corso in Italia ai terreni manca già l’acqua e non sarà possibile aumentare le coltivazioni neppure volendolo”, aggiunge Cavazzoni.

La conclusione dei due esperti di agricoltura sostenibile è la stessa: “L’Italia non deve produrre più mais, abbiamo già un milione di ettari a coltura, ma ridurne la dipendenza, visto che ci sono spazi sufficienti per tornare ai pascoli”, per usare le parole di Onorati. Difficilmente, però, verrà fatto, perché danneggerebbe gli allevamenti in regioni cruciali economicamente come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto.

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Altro che autarchia, se non si cambia il problema resta

La pezza messa dal governo rischia oltretutto di non scaturire effetti sensibili, se non quelli negativi sull’ambiente: “Utilizza denaro pubblico per ripagare sistemi industriali insostenibili alla radice”, sintetizza Onorati. E sono sufficienti alcuni numeri, elencati da Cavazzoni, “per metterlo a nudo”: importiamo il 75 per cento di derrate per l’alimentazione animale. Per un chilo di carne, servono dodici chili di proteine vegetali di nutrimento all’animale. Il 62 per cento delle terre coltivate in Italia serve per nutrire gli animali.

“Il tema non è un’economia di guerra basata sull’autarchia, il tema è di ritrovare un equilibrio coerente e sostenibile nella produzione agroecologica: i campi non sono solo luoghi di produzione intensiva”, conclude il ragionamento Cavazzoni.

Ridurre il numero di animali allevati, inoltre, “consentirebbe di liberare terreni per colture alimentari, capaci di soddisfare meglio diete diversificate e a basso impatto sul clima”, fanno notare una serie di associazioni ambientaliste in una lettera a commento del Dl Ucraina, firmata da Legambiente a Greenpeace, dal WWF a Slow Food Italia.

“Da questa situazione – continua la lettera – si può, e si deve, immaginare un nuovo modello di sviluppo dell’agricoltura italiana. La sicurezza alimentare in Europa e in Italia si difende puntando sulla transizione ecologica, riorientando le scelte produttive a favore di realtà più piccole dell’agricoltura biologica”. Insomma, per usare le parole di Frans Timmermans, commissario Ue responsabile del Green Deal, in una recente dichiarazione: “Per favore, non crediate all’illusione di aiutare la produzione di cibo rendendolo meno sostenibile”.

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