venerdì, Febbraio 26, 2021

Chi è Roberto Cingolani, il ministro della Transizione ecologica che fa discutere

È il ministero più discusso del governo Draghi, certamente sarà centrale in vista del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Dai contatti con la politica, da Renzi a Casaleggio, al parere delle associazioni ambientaliste fino alle interviste sul sito di Eni: tutto quello che c'è da sapere sul "superministro" Roberto Cingolani

Madi Ferrucci
Madi Ferrucci
Nata in provincia di Pisa il 26 giugno 1991. Laureata in Filosofia e diplomata alla scuola di Giornalismo della Fondazione Basso di Roma. Assieme a due colleghi ha vinto il Premio Morrione 2018 e il Premio Colombe d'Oro per la Pace 2019 con un’inchiesta internazionale sulla fabbrica di armi RWM in Sardegna. Ha lavorato a The Post Internazionale nella sezione news e inchieste. Collabora con Economiacircolare.com, il Manifesto e altre testate nazionali. Fa parte del collettivo di giornalisti freelance “Centro di giornalismo permanente".

Sono passati solo pochi giorni dalla nomina del nuovo ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e già il suo ricco curriculum e le dichiarazioni rilasciate in passato fanno molto discutere. Ma chi è davvero il neo “superministro”?

Dalla Normale alla fondazione dell’Iit di Genova

Milanese, classe 1961, si laurea all’Università di Bari e nel 1989 consegue il diploma di perfezionamento in Fisica alla scuola Normale Superiore di Pisa. Da lì inizia una florida carriera accademica, con l’incarico di ricercatore al Max Planck Institut di Stoccarda, e l’insegnamento come visiting professor (Germania) all’Institute of Industrial Sciences della Tokyo University in Giappone e negli Stati Uniti alla Virginia Commonwealth University, fino ad arrivare alla cattedra di Fisica sperimentale presso l’Università di Lecce nel 2000.

Appena un anno dopo lo troviamo direttore del National Nanotechnology Laboratory (Nnl) dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare di Lecce e infine nel 2005 la promozione a direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova da lui stesso fondato. Lascerà dopo quasi 15 anni (2019), accettando la nomina a Responsabile tecnologia e innovazione di Leonardo (2019), l’azienda di Stato nota per la produzione di armamenti e per i tanto discussi accordi commerciali con Paesi come la Turchia, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita e l’Egitto.

Quei centri di eccellenza contestati  

A suscitare la polemica sono però soprattutto i suoi rapporti con la politica: la fondazione dell’Iit, caldeggiata dall’allora ministra della Ricerca scientifica Letizia Moratti e dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ma sostenuta anche dall’allora presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, avrebbe ricevuto un finanziamento di 100 milioni di euro per dieci anni senza alcuna procedura di gara. A guidare la battaglia contro di lui fu allora soprattutto la senatrice a vita Elena Cattaneo, che alla fine riuscì ad ottenere un prelievo di 250 milioni dalle riserve finanziare dell’Iit da destinare alla ricerca di base.

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Nel 2016 lo scontro torna incandescente a causa dell’intervento di Matteo Renzi. L’allora presidente del Consiglio affida a Cingolani l’ambizioso progetto del centro di ricerca Human Technopole su big data e medicina di precisione, a cui annuncia di voler destinare oltre un miliardo e mezzo di euro, di nuovo senza gara. Si ribella a quel punto l’intero mondo della ricerca che ottiene il reincarico ad un comitato indipendente con la nomina del nuovo direttore Iain Mattaj.

I rapporti con i partiti oggi al governo

La relazione con Renzi prosegue con la partecipazione alla nona edizione della Leopolda nel 2018 e alla convention di Italia Viva l’anno successivo.

Parallelamente, però, c’è anche un timido avvicinamento al Movimento 5 Stelle, con la partecipazione sempre nel 2018 all’evento organizzato da Davide Casaleggio in ricordo del padre Gianroberto, che Cingolani definisce un “visionario”.

Se da parte di Italia Viva e del Partito Democratico le reazioni alla nomina del nuovo ministro sono state più che positive, non si può dire però lo stesso per il M5S: proprio in questi ultimi giorni, infatti, sulla piattaforma Rousseau si moltiplicano le critiche e i dubbi sull’opportunità di sostenere un governo per il solo fatto di aver fatto nascere un ministero della Transizione che aggiunge la materia energetica alle competenze del ministero dell’Ambiente. Discussione a cui ha cercato di porre un freno Vito Crimi, capo politico ad interim del Movimento, che ha sottolineato come il suo nome sia stato fatto al neopremier Mario Draghi proprio dal leader Beppe Grillo, con parte dei pentastellati che spiegano come al Mise ora in mano ai leghisti restino soltanto le vertenze sule crisi industriali e poco altro.

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L’economia circolare secondo Cingolani

Il neoministro sembra fiducioso che la tecnologia, la robotica e l’intelligenza artificiale potranno favorire l’adozione di nuovi modelli di economia circolare. “L’economia circolare è un modello perseguibile grazie alle macchine, che hanno una maggiore precisione”, dichiarava in un’intervista all’Avvenire del dicembre 2018.

E ancora a proposito del riciclo degli scarti di produzione per realizzare il packaging dei prodotti sul portale limprenditore.com affermava: “È il caso tipico degli alimenti. Se consideriamo il prezzemolo, il 70% è scarto in quanto usiamo solo le foglie mentre i gambi per essere smaltiti correttamente vanno deidratati. In realtà quei gambi sono ricchi di polimeri di cellulosa, che può essere adoperata per produrre la confezione nella quale si vende il prezzemolo. Alla base di tutto vi sono tecnologie attinenti alla chimica e alla fisica dei materiali, ma servono naturalmente investimenti anche nella logistica e nel modo stesso di produrre, che deve incorporare il principio dell’economia circolare”.

Altra partita aperta è quella della direzione per l’economia circolare. Ci sarà una regia unica al ministero della Transizione o le competenze resteranno divise, come avviene attualmente, con il ministero dello Sviluppo economico a guida leghista?

Le reazioni alla nomina del ministro per la Transizione ecologica

Date le premesse politiche, il curriculum e le dichiarazioni passate, Cingolani può considerarsi già promosso? Non proprio. Dal mondo “verde” arrivano reazioni contraddittorie. Fiducioso il Wwf, mentre si mantiene cauta Legambiente che definisce la scelta di Cingolani “spiazzante ma interessante”. “Per il bene dell’Italia, auspichiamo che Cingolani, direttore del dipartimento di tecnologia dell’azienda Leonardo, leader nella produzione ed esportazione di armi, possa avere le giuste competenze per guidare la necessaria transizione ecologica”, ha invece commentato secca in un tweet la coalizione dei Verdi.

Forti critiche, infine, da Greenpeace Italia e dal suo direttore Giuseppe Onufrio: “Cingolani ha dichiarato che il solare fotovoltaico costa ancora troppo e che per la transizione la cosa più sostenibile è il gas. Con queste premesse, noi lo bocciamo. Siamo un po’ delusi, viste le premesse di Draghi. Ma siamo disponibili a dargli un po’ di aggiornamenti sul mercato dell’energia”, ha commentato con un filo di ironia.

Gas e rinnovabili secondo il neoministro

Le parole di Cingolani sul gas risalgono a un’intervista rilasciata ad Eni nel luglio 2018, che proprio in questi giorni sta spopolando ovunque sui social .

La scelta del gas come “combustibile di transizione” era stata ribadita fra le righe anche nel report prodotto dalla task force a guida Colao del giugno scorso, a cui il fisico ha preso parte. Nel testo si auspicava, infatti, “l’utilizzo del rito accelerato per l’Autorizzazione Unica nelle opere infrastrutturali energetiche” e un piano di investimenti anche “nel settore del gas”.

Dettaglio che non sembra essere sfuggito ai produttori: “La focalizzazione dell’oil & gas internazionale oggi è quello di una transizione energetica, c’è bisogno di tempo, di regole certe e di concretezza, confidiamo nel lavoro del ministro Roberto Cingolani affinché ambiente e industria viaggino su binari paralleli confluendo su una centralità in materia economica” ha dichiarato il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia.

Resta da vedere se alle parole avranno seguito i fatti e soprattutto cosa avrà da dire in merito l’Unione europea, che appena quattro giorni fa ha reso nota una comunicazione in cui ribadisce il suo no agli inceneritori e alle estrazioni di gas nei nuovi Piani nazionali per la Ripresa e la Resilienza, mostrando di voler viaggiare in direzione decisamente contraria.

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