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venerdì, Maggio 31, 2024

“Così il giornalismo costruttivo curerà l’ansia climatica”. Intervista a Ulrik Haagerup

Il giornalismo costruttivo è un antidoto contro i mali del sistema mediatico e una risposta all’ansia climatica. Perché i lettori oggi vogliono capire i problemi e sapere come risolverli. Per farlo, però, i giornalisti devono cambiare il loro modo di lavorare. E riscoprire l’obiettività e la deontologia professionale

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

La casa sta bruciando e le fiamme arrivano da diverse direzioni. C’è bisogno di spegnere l’incendio e il giornalismo costruttivo nasce proprio con questo scopo”. Ulrik Haagerup, giornalista danese di lunga esperienza, parte dalla crisi del sistema mediatico attuale per spiegare il ruolo del giornalismo costruttivo. Un nuovo modo di intendere il giornalismo: più lento, approfondito, orientato a capire e quando possibile risolvere i problemi e favorire un dibattito democratico sui temi in agenda.

Insomma, con un atteggiamento “costruttivo” nei confronti della realtà e non scandalistico o orientato al mercato. Ulrik Haagerup crede profondamente nelle potenzialità di questo cambiamento radicale, tanto da aver fondato nel 2017 il Constructive Institute, per diffondere le sue idee tra i colleghi. Economia circolare.com lo ha raggiunto nell’ufficio di Copenaghen per capire se e come questo diverso approccio possa influire positivamente nel raccontare la crisi climatica e le catastrofi ambientali a cui assistiamo quotidianamente.

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Perché è convinto che il giornalismo costruttivo sia l’antidoto ai problemi del sistema mediatico? Come potrebbe diffondersi maggiormente sui quotidiani?

La minaccia principale per la sopravvivenza del giornalismo in qualsiasi parte del mondo è la fuga dei lettori dalle notizie. I lettori stanno voltando le spalle al giornalismo tradizionale, in particolare due gruppi sociali: i giovani e le donne. Interrogati sui motivi, le risposte più comuni sono: si sentono sopraffatti dal numero delle notizie, la quantità di cattive notizie li deprime e non si fidano più dei giornali.

Le cause sono molteplici. C’è un problema culturale da parte di molti giornalisti, formatisi per anni sul concetto “una cattiva notizia è una buona notizia” e che spesso confondono l’essere critici con l’aggressività. Al tempo stesso, la perdita di lettori si riflette sul calo degli introiti pubblicitari, la principale fonte di finanziamento del giornalismo tradizionale. Per fronteggiare il calo di introiti gli editori hanno approfittato della possibilità, nell’era digitale, di misurare cosa leggano le persone o quali trasmissioni guardino e i prodotti editoriali si sono adagiati su queste logiche, trasformandosi in una merce qualsiasi rivolta ai consumatori per offrirgli ciò che chiedono.

Il giornalismo, però, non è prodotto da misurare coi click, i like e le condivisioni, è uno dei fondamenti della democrazia e del dibattito pubblico. Raccontare storie fornendo una rappresentazione della realtà di cui ci si possa fidare crea legami tra persone differenti, gli permette di comprendere il loro ruolo nel mondo. Tutto questo non è misurabile e perciò il giornalismo si è allontanato da quella che è la sua vera funzione all’interno della società.

Perché le imprese editoriali siano sostenibili economicamente servono contenuti che le persone siano disposte a pagare per leggere. Gli editori pensano di dover offrire di più e aumentano il numero di notizie su tutte le nuove piattaforme tecnologiche, invece dovrebbero offrire qualcosa di meglio. I giornalisti pensano solo alla velocità nel dare la notizia prima degli altri, invece i lettori vogliono un prodotto di cui si possano fidare.

Quale può essere il contributo del constructive journalism nel raccontare la crisi climatica oltre all’emergenza che stiamo vivendo? Dare risalto ai problemi legati al cambiamento climatico ha un effetto negativo sui lettori perché scoraggia all’azione?

È un perfetto esempio di quanto ho detto prima sul ruolo del giornalismo. Stiamo parlando di uno dei temi più importanti a livello globale. Tuttavia, assistiamo al tempo stesso al preoccupante fenomeno della “fatica climatica”. Le persone non leggono più queste notizie: si sentono sopraffatte, depresse, non vedono una via d’uscita. Il risultato è che attivisti, politici e giornalisti hanno alzato ulteriormente il volume per attirare l’attenzione persa. Nel caso del giornalismo assumendo toni catastrofici con l’unico scopo di ottenere il click facile.

Bisogna combattere la “fatica climatica” trovando nuovi modi di raccontare il cambiamento climatico, che è la questione più importante per il futuro del Pianeta e non possiamo permetterci che scompaia dall’agenda dell’opinione pubblica. Ma va fatto in un modo che attragga i lettori, susciti in loro fiducia e voglia di agire. I fatti da soli non bastano, ci vuole una copertura giornalistica orientata a presentare soluzioni ai problemi, a immaginare un futuro sostenibile migliore invece di enfatizzare solo le crisi, i sacrifici, le distruzioni e i disastri.

Reportage e inchieste con questo approccio, tuttavia, si focalizzano molto spesso su piccoli esempi virtuosi: ma la crisi climatica è un problema globale su larga scala. Non le sembra ci sia una contraddizione alla base?

Il focus è dare soluzioni alle persone. Per questo troviamo e raccontiamo anche piccole soluzioni o esempi virtuosi in giro per il mondo. Il ruolo del giornalista resta, però, intatto: in maniera critica valuta qual è l’impatto reale di una soluzione, se sta davvero migliorando la società, se questa può essere da esempio e ispirazione in altre parti del mondo o applicata su scala diversa. Se, invece, si trova di fronte a un singolo caso isolato, positivo ma non replicabile, resta una bella notizia e nient’altro e non interessa al giornalista costruttivo. E in ogni caso, anche quando racconta una piccola soluzione, il giornalista non pensa mai che possa risolvere il problema a livello assoluto e rifugge dalle risposte troppo semplici.

A volte, però, non c’è una soluzione…

È vero, a volte non c’è la soluzione. Infatti non dobbiamo inserire a tutti i costi una soluzione edificante in ogni storia, equivarrebbe a ingannare i lettori. Anche complicare la narrazione intorno a una storia è costruttivo perché vogliamo dare il quadro più completo possibile per comprendere un evento, in modo che i lettori possano formarsi la loro opinione e possa svilupparsi un dibattito pubblico intorno a un argomento. Lo stesso approccio vale per i temi controversi e divisivi: la pena di morte, l’aborto, l’eutanasia.

A proposito di temi divisivi, lei ha scritto che il giornalismo costruttivo cerca di creare ponti, stimolare il dialogo tra parti politiche opposte. Vale anche per le posizioni inconciliabili a cui assistiamo nel dibattito sul cambiamento climatico?

Questa affermazione non significa che il compromesso va cercato a tutti i costi o che il giornalista rinunci al ruolo di watchdog. Ma la funzione del giornalismo è anche quello di facilitare la discussione, il dialogo tra le parti e questo vale anche per le opinioni differenti sulla crisi climatica. Sempre, però, utilizzando toni pacati e incoraggiando la mediazione piuttosto che lo scontro: adottando, appunto, un comportamento costruttivo. È un cambiamento di focus: dalla contestazione al dibattito sulle idee.

C’è però l’aspetto inamovibile di etica professionale di cui ho appena parlato. Il giornalista è sempre una terza parte indipendente tra il governo e l’opposizione, tra i favorevoli e i contrari su un determinato tema e mette in luce, con domande centrate e critiche, quali siano le diverse posizioni e idee in campo. Spesso, per un politico, la domanda più scomoda è proprio parlare di idee, casi concreti e soluzioni, piuttosto che attaccarlo frontalmente.

Una critica rivolta al giornalismo costruttivo, tuttavia, è che influenza troppo il lettore: come può essere sicuro il giornalista che quella di cui scrive sia davvero la soluzione e non quella che lui ritiene essere la soluzione?

Svolgendo in maniera corretta il lavoro giornalistico. Se qualcuno sostiene di aver trovato la soluzione per un problema ambientale e vuole che se ne scriva, il giornalista deve verificare se è davvero così, intervistare le persone, fare domande per capire se le affermazioni corrispondono veramente alla realtà. Uno dei problemi del giornalismo, soprattutto tra le generazioni più giovani all’interno di una redazione, è l’idea che il potere e l’influenza che può avere il giornalismo debba essere usato per muovere la società nella direzione che vogliamo. I giornalisti diventano attivisti: benissimo fare attivismo, ma non chiamateli giornalisti.

È vero: l’oggettività assoluta è evidentemente impossibile per ragioni personali, sociali, culturali e tutto viene filtrato da un certo punto di vista. Ma riconoscere l’impossibilità di un’oggettività assoluta non vuol dire diventare soggettivi. Quello che muove il giornalista costruttivo non è l’idea di voler diffondere la propria idea e soluzione. Resta inalterato il ruolo del giornalista che documenta i fatti e poi si chiede cosa possa essere fatto per risolvere il problema. Paghiamo un prezzo altissimo di credibilità se il giornalista cede all’attivismo.

Mi sembra un approccio molto simile al metodo scientifico, al procedere per prove ed errori alla ricerca della verità.

I giornalisti possono imparare molto dal metodo scientifico. Come la scienza si basa su alcune ipotesi preliminari sulla realtà circostante e poi su una serie di domande logiche come strumento per indagarla e avvicinarsi alla verità, proprio come fa lo scienziato quando mette alla prova la sua tesi con gli esperimenti per ricavarne una legge di natura.

Il bravo scienziato uccide la propria tesi se non c’è coerenza tra l’ipotesi e i risultati dell’esperimento. Allo stesso modo deve fare il giornalista quando racconta una storia. Mi piacerebbe molto, inoltre, che dal metodo scientifico il giornalismo prendesse l’abitudine alla condivisione dei risultati e del sapere. Mentre oggi i giornalisti invece di collaborare sono in competizione tra di loro per il minimo scoop.

Cosa ne pensa, invece, delle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale: in certe condizioni possono essere un alleato del giornalismo costruttivo?

La tecnologia ci ha sempre aiutato l’essere umano a svolgere i compiti più noiosi. L’intelligenza artificiale dovrebbe aiutare oggi i lavoratori, in questo caso i giornalisti, a semplificare il lavoro, eliminando tutte le incombenze più meccaniche e banali. Troppi giornalisti trascorrono il loro tempo facendo attività noiose dietro la scrivania, ricerche su Google, traduzioni, mentre tutto questo potrebbe essere svolto dall’intelligenza artificiale, per dare il tempo al giornalista di fare il suo mestiere e andare sul campo.

Cioè proprio quello che le macchine non possono fare: usare l’empatia nel raccontare una storia, andare a parlare con le persone, conoscerle, capire come si sentono, ottenere la loro fiducia per farsi raccontare un fatto, cercare nuove risposte, valutare se i dati e le informazioni ricavate hanno un significato e come possano essere rilevanti per i lettori. Se non concepiamo l’intelligenza artificiale in questa maniera, invece, il giornalismo verrà definitivamente spazzato via: se scrivere gli articoli si limita a copiare dalla rete, i robot lo potranno fare meglio e più in fretta. Se l’obiettivo è solo offrire storie che generino click ai lettori, gli algoritmi lo faranno più accuratamente.

Leggi anche: Oltre il giornalismo fossile. L’emergenza informativa è connessa a quella climatica

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