mercoledì, Dicembre 10, 2025

“Il diritto penale è l’unico efficace contro i crimini ambientali”. Intervista al giurista argentino Gomez

Antonio Gustavo Gómez, procuratore argentino simbolo della lotta a crimini ambientali, spiega perché il sistema giuridico europeo e italiano è poco adatto a contrastarli e come dovrebbe cambiare. A partire dal ruolo del querelante per i crimini ambientali e l’istituzione di una corte penale internazionale sul tema

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Contro i crimini ambientali il diritto civile e il diritto amministrativo non bastano: gli strumenti penali sono più efficaci per contrastarli e producono un effetto migliorativo sulle legislazioni e le politiche ambientali. Antonio Gustavo Gómez, noto giurista ed ex procuratore argentino, è stato protagonista di processi penali di rilievo in Sudamerica relativi a contaminazioni industriali, a partire dalla prima inchiesta del 1992 per crimini ambientali sul disastro petrolifero in Patagonia che colpì 17.000 pinguini e si risolse nella modifica delle normative sulla distanza delle petrolifere dalla costa e l’obbligo di un doppio fondo nelle navi per prevenire le perdite.

Trent’anni dopo, in pensione, Gómez si dedica all’attivismo e alla divulgazione: ha fondato una rete latinoamericana di procuratori a difesa dell’ambiente ed è impegnato nella formazione e dell’accompagnamento delle comunità locali colpite da crimini ambientali. Questo impegno va oltre i confini del Sudamerica: è stato più volte invitato in Italia per tenere conferenze e collabora con la rivista In dialogo e l’associazione in Rete. Senza però dimenticare il suo lavoro principale: sul sito web di Gómez (gustavogomez.ar) è infatti possibile i modelli per presentare un reclamo o richiedere un rapporto al governo sui crimini ambientali.

Nel corso dell’incontro organizzato dall’associazione A Sud, l’ex procuratore Gómez ha illustrato quali sono le proposte penali contro i crimini ambientali – presentate anche al Parlamento europeo –, il ruolo attivo della cittadinanza nella giustizia ambientale e il contesto normativo europeo e italiano in materia di giustizia ambientale. Temi che ha successivamente approfondito con EconomiaCircolare.com in questa intervista.

Procuratore Gómez, lei sostiene che per la tutela dei diritti legati all’ambiente e delle vittime, delle comunità impattate, il diritto civile e il diritto amministrativo sono molto meno efficaci del diritto penale. Com’ giunto a queste conclusioni?

Il diritto penale ambientale è l’unico strumento che fa realmente paura ai responsabili dei crimini ambientali. Gli imprenditori, le multinazionali, gli amministratori che inquinano o devastano un territorio non temono le sanzioni civili o amministrative, perché sanno che in un modo o nell’altro potranno risolvere la questione pagando. Con i soldi si risarcisce, si chiude il procedimento, si compra il silenzio. È accaduto, più volte in passato: nonostante enormi disastri ambientali, tutto si è sistemato con il denaro, con indennizzi che hanno consentito ai responsabili di evitare il carcere e di proseguire le attività.

reati ambientaliIn Argentina, dove lavoro, un caso simile non avrebbe potuto concludersi così. Il diritto penale ambientale non mette in gioco solo il denaro, ma la libertà personale e la reputazione pubblica dei responsabili. Ecco perché funziona: perché chi inquina teme le conseguenze penali più di qualsiasi altra cosa. Inoltre, a differenza delle cause civili o amministrative, le azioni penali non costano nulla al cittadino comune. Nel diritto civile, chi promuove una causa si trova sullo stesso piano della multinazionale, deve pagare avvocati, periti, consulenti, e spesso non ha le risorse per sostenere anni di processi. Nel diritto penale, invece, l’azione è pubblica, lo Stato interviene e il cittadino non è lasciato solo.

Come può essere supportato attivamente il cittadino da un sistema giuridico?

Dico sempre che il diritto penale ambientale è uno strumento di giustizia sociale, perché ribalta il rapporto di forza: non è più il cittadino a doversi difendere da chi ha potere e denaro, ma è l’impresa che deve rispondere davanti alla legge. È un modo per restituire equilibrio e garantire che le comunità colpite non restino impotenti. 

In America Latina, dove la distruzione delle risorse naturali è un fenomeno strutturale, questo approccio è ancora più importante. Le grandi imprese estrattive e i poteri economici cercano di dominare il potere pubblico e di ottenere impunità, ma quando c’è un sistema penale ambientale forte questo non è possibile.

Anche quando un processo non si conclude con una condanna, l’effetto deterrente è fortissimo. Il solo fatto che si apra un’inchiesta penale, che si accendano i riflettori, produce un cambiamento: spinge le imprese a modificare i propri comportamenti, induce i governi a migliorare le leggi. È per questo che dico che il diritto penale ambientale arriva dove il diritto civile e amministrativo non possono arrivare.

Quanto è importante dalla sua prospettiva il contributo della cittadinanza e delle comunità locali nelle battaglie legali contro i crimini ambientali? Che relazione c’è tra sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale?

Il ruolo delle comunità locali è essenziale. Nessuna causa penale può avere successo se non c’è partecipazione popolare. La lotta per la giustizia ambientale richiede che la società civile e il sistema giudiziario agiscano insieme. Se agiscono separatamente, la battaglia è persa. In Argentina lavoriamo molto su questo: formiamo i cittadini, spieghiamo loro come raccogliere prove, come presentare denunce, come diventare parte attiva delle indagini. Li accompagniamo nel percorso legale perché non si sentano soli.

GómezUn esempio concreto è quello della miniera a cielo aperto nella provincia di Catamarca. Un’impresa aveva investito milioni di dollari per l’esplorazione mineraria, consumando sei milioni di litri d’acqua all’ora e tanta elettricità quanta una città di un milione di abitanti. Quando la gente comune ha capito la portata del danno, si è mobilitata. Abbiamo spiegato loro che potevano essere querelanti, cioè parti attive nel processo penale. Si sono presentati come tali e hanno potuto partecipare direttamente all’indagine.

In breve tempo si sono formati tre gruppi: cittadini comuni, organizzazioni non governative e parlamentari. Le ong, anche se non avevano sede nella regione, hanno potuto agire come querelanti, proprio come avevano fatto anni prima le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo nei processi contro i crimini della dittatura. Trasferire quella stessa capacità di azione alla difesa dell’ambiente è stata una rivoluzione.

Alla fine il processo ha portato alla condanna di un giudice corrotto e del rettore dell’università locale, che aveva ricevuto milioni di dollari senza giustificarne l’uso. L’impresa ha abbandonato il progetto. Questo caso dimostra che quando i cittadini, la società civile e il sistema giudiziario si uniscono, possono ottenere risultati concreti.

Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale sono due facce della stessa medaglia. Non può esistere l’una senza l’altra. La tutela dell’ambiente è una condizione di giustizia per chi vive in territori devastati. Le comunità che si organizzano e difendono il proprio diritto alla salute e all’acqua difendono allo stesso tempo la democrazia.

Leggi anche: Le mani della criminalità sui rifiuti radioattivi: 25 procedimenti penali in 5 anni

Quali sono le sue proposte concrete per rendere più efficace il diritto penale per contrastare i reati ambientali? E come pensa si possano inserire nel sistema giuridico italiano?

Il primo punto fondamentale è riconoscere il reato di contaminazione ambientale come un delitto di pericolo astratto. In molti Paesi dell’America Latina, come in Argentina, il diritto penale ambientale funziona così: non è necessario che qualcuno si ammali o muoia per dimostrare che c’è stato un crimine. Basta che esista un pericolo concreto per l’ambiente o per la salute pubblica. È lo stesso principio che si applica al narcotraffico: non serve che una persona consumi la droga per riconoscere il reato. È sufficiente che la sostanza sia stata prodotta o trasportata.

In Italia la normativa penale ambientale punisce principalmente i reati di danno, cioè quelli in cui il pregiudizio per l’ambiente o la salute è già avvenuto e può essere dimostrato. In pratica, spesso si interviene solo quando il danno è ormai evidente: un fiume contaminato, un territorio compromesso, una comunità esposta a rischi gravi. Sarebbe invece necessario che il diritto penale potesse agire prima, di fronte a situazioni di pericolo riconoscibile ma non ancora irreversibile.

Un’altra riforma necessaria riguarda la tutela delle vittime. In Argentina esiste la figura del rappresentante delle vittime dei crimini ambientali: un magistrato, un funzionario pubblico che ha il compito di patrocinare gratuitamente le cause penali ambientali per le comunità colpite. Questo garantisce che anche chi non ha denaro possa accedere alla giustizia. In Italia, dove molte persone e piccole associazioni non possono permettersi di sostenere procedimenti lunghi e costosi, un istituto simile sarebbe fondamentale.

Infine c’è il tema delle SLAPP, le cause intentate dalle aziende contro attivisti e giornalisti per metterli a tacere. È una nuova forma di censura. Durante la dittatura argentina ci mettevano una pistola in bocca per non farci parlare: oggi usano le cause legali per ottenere lo stesso risultato. Servono leggi chiare che proteggano chi difende l’ambiente da questo tipo di persecuzione. In Europa una direttiva esiste, ma deve essere recepita con urgenza.

Ha appena citato la direttiva UE 2024/1203 dedicata alla “protezione dell’ambiente mediante il diritto penale”. Ritiene sia un momento di svolta per la giurisdizione europea e italiana?

La direttiva europea è un passo avanti molto significativo. Finalmente l’Europa riconosce che la protezione dell’ambiente richiede strumenti penali forti e coordinati. La direttiva amplia il numero dei reati considerati gravi, introduce sanzioni più severe, prevede aggravanti e stabilisce criteri comuni per tutti gli Stati membri. L’Italia sta attraversando un momento decisivo. Con l’approvazione della direttiva europea sulla protezione dell’ambiente mediante il diritto penale, ha l’occasione di introdurre modifiche profonde e coraggiose. Ma serve una riforma che vada oltre la semplice trasposizione burocratica delle norme europee.

Tuttavia il mio timore è che il recepimento avvenga in modo debole, come purtroppo è accaduto in altri casi. In Italia sono già stati adottati alcuni interventi normativi sul tema della Terra dei Fuochi e della tutela penale dell’ambiente, presentati come un primo passo in questa direzione. Tuttavia, si è trattato di misure limitate, con sanzioni ancora troppo basse e difficili da applicare in modo efficace. Non è sufficiente.

Questo è il momento di fare pressione sul Parlamento, soprattutto sulle forze progressiste, perché colgano questa occasione per introdurre una vera riforma. L’Italia dovrebbe ispirarsi ai modelli latinoamericani, dove il diritto penale ambientale è stato concepito come strumento di giustizia per le comunità. Occorre introdurre la categoria del pericolo astratto, la rappresentanza gratuita delle vittime, la protezione dei difensori dell’ambiente e la cooperazione tra cittadini, ong e magistratura.

Sul tema della giustizia climatica ci sono state iniziative dal basso come la campagna “Giudizio universale” in cui sono stati citati in giudizio gli stati per i danni dell’inadempienza delle politiche climatiche. Vede il contenzioso climatico più afferente al diritto civile o a quello amministrativo?

Il risultato delle azioni civili e amministrative, purtroppo, lo vediamo chiaramente: non sono efficaci. In molti casi finiscono con sentenze di inammissibilità o con rinvii infiniti. Oggi, ad esempio, in Sicilia ci sono più di quaranta incendi legati al cambiamento climatico che non vengono nemmeno registrati come tali, e per nessuno di essi esiste una causa penale.

Se per ogni incendio ci fosse un processo penale contro chi lo ha provocato, e anche contro i funzionari pubblici che non applicano le leggi sulla prevenzione e sul clima, la situazione sarebbe completamente diversa. Io dico sempre che un’azione penale sul riscaldamento globale sarebbe molto più efficace di una causa civile o amministrativa, perché costringerebbe i responsabili ad assumersi le proprie responsabilità e avrebbe un effetto dissuasivo immediato. Il problema è che oggi, nella maggior parte dei Paesi, il contenzioso climatico resta confinato nel campo civile o amministrativo, e questo lo rende debole.

Cosa ne pensa, procuratore Gómez, del reato di ecocidio?

Non sono contrario a una legge sull’ecocidio, ma la mia posizione è pragmatica. Il problema non è creare nuove leggi, ma far rispettare quelle che già esistono. Se le leggi ambientali restano inapplicate, introdurre l’ecocidio rischia di essere un atto simbolico. Preferisco concentrare i miei sforzi nel rendere effettive le norme che abbiamo, nel far sì che chi distrugge l’ambiente oggi venga realmente perseguito.

Leggi anche: Giudizio Universale, prosegue la causa climatica contro lo Stato italiano. Sentenza nel 2024?

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