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lunedì, Settembre 27, 2021

Il parco pubblico solidale, “aperto”, circolare e a misura di cittadino

Strutture futuribili e zero waste, materiali rinnovabili, tecniche eco-friendly e software anti-spreco, per dire basta a vandalismo e alla mala manutenzione: è il Parco Open Source, sinergia fra pool di creativi, reti sociali e tecnologiche, in gioco per la difesa dei beni comuni

Loredana Menghi
Dal 2008 scrive per il mensile di Legambiente La Nuova Ecologia, realizzando servizi giornalistici dedicati all'ambiente, alle tecnologie sostenibili, al sociale e ai diritti umani. Sempre per La Nuova Ecologia, dal 2012 cura la rubrica Equotech- Tecnologie Eco Solidali, trasformata nella web serie Innovazioni dal Basso, pubblicata sul portale RepubblicaTv, per il quale ha lavorato anche alla realizzazione di diverse web serie a sfondo sociale. Ha collaborato, inoltre, con l’agenzia di stampa Redattore Sociale, con i settimanali Left e Il Punto, il mensile Terra e il quotidiano Il Giorno.

Spazi verdi sottratti al degrado, attrezzati con playground in continua evoluzione, modulabili e componibili, da esplorare e attraversare. E arredi zero waste dalle forme inusuali, progettati per limitare gli sprechi ed essere manutenuti dai cittadini. Sono questi gli ingredienti del parco Open Source, riuscito esperimento di design parametrico, fabbricazione digitale e cittadinanza attiva, che sfrutta tecniche di costruzione eco-friendly nell’ottica del riuso, della condivisone del know how e delle tecnologie digitali. Giochi e sedute basate su progetti Creative Commons (proprio come il software), con uno speciale copyright a “sorgente aperta”, riproducibili in caso di rottura con l’ausilio di Fablab, che mettono a disposizione competenze e macchinari ad alta tecnologia. “Una soluzione al vandalismo che affligge i parchi italiani e ai mancati interventi di amministrazioni negligente o senza risorse”, ribadisce Stefano Converso, architetto del Parco Open Source e docente di Tecniche parametriche di progettazione all’Università degli studi di Roma Tre, che ha lanciato l’iniziativa tre anni fa con gli studenti del Dipartimento di Architettura dell’ateneo, a partire da una collaborazione con Leonardo Zaccone della rete romana Roma Makers, nata all’interno di “Misticanza” , evento di combinazione tra innovazione digitale e sociale.

Strategie circolari per la manutenzione

“Esiste un problema legato alla manutenzione e al fatto che il design non tiene ancora abbastanza conto dello smaltimento – commenta il docente – L’altalena o la panchina possano rompersi. Sta al designer prevedere gli interventi, considerando tutta la catena di produzione”. È la tecnica Press and Fit (a incastro a secco), senza colle e parti metalliche, ad agevolare il montaggio e lo smontaggio delle strutture, ispirata alla tradizione giapponese, rivista da grandi architetti come Kengo Kuma. “Associata alla parametria, consente di ottenere geometrie variabili dalle fogge morbide e indefinite, richiamando all’opera dello scultore nippo-americano Isamu Noguchi”, spiega Stefano Converso, noto per aver preso parte all’istallazione della Nuvola di Fuksas. È il legno (in lastre o di riciclo) il materiale principe del Parco Open Source, trattato con procedure antispreco come il “nesting” (dall’ingl. to nest, annidare).

Questa pratica, tramite un software, permette di organizzare virtualmente su un unico piano tutti gli elementi da tagliare (con lasercut o frese a controllo numerico), incastrandoli perfettamente come pezzi di un Tetris o come si fa con i cartamodelli in sartoria. “Siamo partiti dal fascino estetico per questi fogli di taglio che l’industria e le falegnamerie accantonavano come scarti e siamo arrivati a progetti in cui in discarica non va nulla. Si risparmia materiale, tempo e denaro – assicura –  E se una parte si rompe, basterà fornire al Fablab il file di produzione. Con una spesa minima, potrà essere ricostruita e montata dagli stessi cittadini”.

Da Roma a Caserta al servizio dei beni comuni

Presentato alla prima Maker Faire Rome nel 2017, l’idea del Parco Open Source ha conquistato l’attenzione del Comitato di quartiere Casetta Rossa e della Rete di Fablab Roma Makers, portando all’upgrade del “Parco Cavallo Pazzo”, nel quartiere di Garbatella. “È stato a Caserta, però, nel parco di Villa Giacquinto che l’iniziativa ha raggiunto la sua massima espressione, in un contesto privo di mezzi e risorse, ma animato da una forte dim ensione sociale”, ricorda Converso. Un’area pubblica, questa, di oltre 9600 metri quadrati. Dal 2016 è diventata l’emblema della lotta al degrado e teatro, per la prima volta nel Sud, della stipula dei Patti di collaborazione. Un’innovazione legislativa (ndr, introdotta nel 2011 in Italia in seguito alla modifica dell’art. 118 della Costituzione e al riconoscimento del Principio di sussidiarietà) che, dopo anni di abbandono, ha deliberato la gestione del parco svolta congiuntamente fra amministrazione e cittadini.

Playground campano, fra design e tradizione

La sinergia fra il Comitato per Villa Giacquinto e il team di Parco Open Source, nata lo scorso anno alla Biennale dello Spazio pubblico a Roma, ha dato vita a un’intensa collaborazione, tutt’ora in corso. Il primo intervento ha portato all’istallazione delle “Fit it!”, sedute progettate da un gruppo di studenti romani e costruite in collaborazione con il Dream-Fablab di Città della Scienza di Napoli. Panchine a incastro, simili a sedie a sdraio, fatte con elementi intercambiabili, facilmente riparabili e trasformabili in rastrelliere o supporti per disabili. “La Fase II del progetto, rinviata al 2021 a causa del Covid19, prevede la modifica delle panchine in cemento esistenti, da implementare con comodi schienali, su richiesta degli anziani frequentatori – anticipa Converso – E la produzione di giochi per bambini, ispirati agli antichi telai custoditi nel Museo della Seta del Belvedere di San Leucio (Caserta), uno dei primi impianti produttivi d’Europa, voluto da re Ferdinando IV di Borbone e oggi Patrimonio UNESCO”.

Il progetto, frutto del workshop di architettura e design “Tramare”, è stato sviluppato con gli studenti di design dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. A finanziarlo, tra gli altri i proventi del programma “Frutta Urbana”, che consente al comitato di produrre marmellate con le arance di Villa Giaquinto, trasformate dalla Cooperativa sociale “Al di là dei sogni”, all’interno di un bene confiscato alla camorra. “Un pretesto – conclude Converso – per giocare, riscoprendo la tradizione, attraverso macchine per tessere storie fantastiche e relazioni, valicando con la creatività i confini dell’ordinario”.

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