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giovedì, Maggio 30, 2024

Passaporto digitale dei prodotti: i fattori di successo e le barriere secondo CircThread

Il report elaborato da CircThread indaga il contesto attuale sul tema del passaporto digitale dei prodotti: quanti sono, cosa chiedono gli attori coinvolti, quali sarebbero le soluzioni ideali. Confrontandolo con la proposta della Commissione europea. Per individuare opportunità e criticità

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

A che punto siamo in Europa per l’adozione del passaporto digitale dei prodotti? Quale sarebbe la visione ideale e come si concilia con l’attuale proposta presentata dalla Commissione europea nel regolamento Ecodesign? E quali barriere ci sono alla sua adozione? Rispondere a queste domande è l’obiettivo del report presentato da CircThread, che sta per Circular digital thread, un progetto finanziato dall’Unione europea, che insieme ad altre 31 organizzazioni sta testando un’ampia gamma di approcci di gestione e scambio di informazioni per promuovere l’economia circolare delle apparecchiature elettriche ed elettroniche utilizzando i passaporti digitali dei prodotti.

Mentre è di pochi giorni fa la notizia del via libera del Parlamento europeo del regolamento Ecodesign (ESPR Regulation), di cui il passaporto digitale dei prodotti è uno dei capisaldi per tracciare e documentare la sostenibilità dell’oggetto acquistato, facilitare la progettazione ecosostenibile, migliorare la riparazione e il riciclo, il lavoro di CircThread approfondisce quali forme di passaporto digitale dei prodotti sono già in uso tra le aziende e quali sono le informazioni imprescindibili che un passaporto digitale dei prodotti deve contenere, per poi elaborare una proposta di DDP (Digital Product Passport) “ideale” e confrontarla con quella dell’Unione europea.

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Passaporto digitale dei prodotti: la mappa della situazione attuale

Per prima cosa, CircThread ha realizzato una mappa contando 76 iniziative private per lo sviluppo di un passaporto digitale. Queste iniziative private sono nate per rispondere alle esigenze delle singole aziende (marketing, green claims ma anche, in misura ridotta, gestione della catena di fornitura e circolarità). Quello che emerge, tuttavia, è la mancanza di interoperabilità tra questi sistemi.

I DPP elaborati dai privati operano solo a livello aziendale e si concentrano sulla soddisfazione dei consumatori, sul branding, sul marketing, sulla gestione delle scorte, sulle relazioni con i fornitori, ma si occupano ben poco della sostenibilità. Ad esempio, i passaporti digitali per l’abbigliamento basati sulla tecnologia RFID sono stati creati per migliorare l’impatto dei prodotti esistenti, ma non affrontano il tema degli enormi volumi di sprechi del settore.

“È improbabile che l’obiettivo di rendere più circolari le catene del valore complessive sia raggiunto da iniziative del genere”, notano gli autori del report. C’è inoltre il problema fondamentale delle informazioni contenute nei DPP. “In assenza di un obbligo legislativo, non vengono condivise informazioni essenziali per la transizione ambientale. Inoltre le informazioni non sono standardizzate per creare condizioni di parità con oneri e benefici uguali per le aziende”, si legge nel documento di CircThread. Perciò l’Unione europea è dovuta andare oltre alle tipologie esistenti di passaporto digitale, che al massimo saranno stati un’esperienza utile per ridurre i costi dei futuri DPP dell’Unione europea una volta che saranno obbligatori.

Leggi anche: Regolamento Ecodesign, cosa prevede il testo dopo l’ok del Parlamento Ue

Quali informazioni non possono mancare nel passaporto digitale

I passaporti digitali saranno introdotti probabilmente a partire dal 2026 ed entreranno in vigore in maniera progressiva a seconda della categoria di prodotti. Un passaporto digitale ideale, secondo quanto è emerso dalle indagini di CircThread, dovrebbe rispondere alle esigenze di tutti gli attori coinvolti nella vita di un oggetto per ridurre il suo impatto ambientale. Il problema è che gli attori coinvolti sono una miriade, ciascuno con esigenze informative specifiche.

All’interno del passaporto digitale dei prodotti finisce una vasta gamma di informazioni, tra cui dati sulle materie prime utilizzate, processi di produzione, impatti ambientali, condizioni di lavoro lungo la catena di approvvigionamento e informazioni sulla sicurezza. Se la conseguenza positiva sarà una maggiore tracciabilità delle catene di valore che interagiscono con il mercato unico, CircThread sottolinea come ottenere tutte queste informazioni non sarà facile.

Il regolamento Ecodesign, infatti, non ha forza di legge per i fornitori che operano al di fuori del territorio dell’Unione europea, mentre le informazioni necessarie da includere nei DPP spesso devono essere ricavate al di fuori dei confini comunitari, perché provengono da catene di approvvigionamento globali. Alcuni fornitori potrebbero persino rifiutarsi di trasmetterle, impedendo ai prodotti finali di accedere al mercato unico. La questione principale resta dunque stabilire con quali meccanismi garantire che i dati necessari per creare un passaporto digitale dei prodotti vengano recuperati dai fornitori extra-Ue.

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In che modo il DPP ideale favorisce l’economia circolare

Un altro aspetto cruciale è se i passaporti digitali dovranno includere la lista di tutti i materiali e tutte le sostanze ai fini di calcolare l’impatto utilizzando l’analisi del ciclo di vita o per supportare e favorire il riciclo. Chi lavora nelle linee di disassemblaggio dei prodotti destinati al riciclo o al riutilizzo potrebbe essere maggiormente tutelato ed evitare di essere esposto a materiali pericolosi. Mentre i ricercatori e le autorità pubbliche non dispongono ancora di una panoramica dettagliata delle sostanze presenti nei prodotti per poter valutare i rischi di esposizione umana alle sostanze ed essere in grado di sviluppare adeguate strategie di mitigazione del rischio.

Lo studio di numerosi casi concreti da parte di CircThread, inoltre, dimostra quanto possano essere importanti le informazioni provenienti dagli utenti sull’utilizzo dei prodotti per migliorare la circolarità. Purtroppo, però, queste informazioni sono generalmente carenti. Per i progettisti, conoscere l’utilizzo effettivo dell’oggetto consentirebbe, infatti, di ottimizzare sia i componenti utilizzati sia il loro funzionamento. Ad esempio, le caldaie sono progettate per funzionare in condizioni specifiche, ma la realtà è di solito diversa (le condizioni della stanza, il tempo che intercorre tra una manutenzione e l’altra). Invece, spesso, le uniche informazioni che ricevono sono sensazioni, come le esperienze personali di utilizzo.

Conoscere il tasso di articoli difettosi è stato indicato nelle indagini fatte da CircThread come un dato molto utile per l’azienda, che può così conoscere quali prodotti valga la pena riacquistare per immetterli nel mercato del riuso, o per i riparatori che comprano pezzi di ricambio e possono avere informazioni sull’entità delle scorte disponibili e i prezzi. I produttori, infine, potrebbero ricavare dati preziosi su quali aspetti del prodotto vadano riprogettati o quali componenti difettosi devono essere sostituiti.

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Il passaporto della Commissione: barriere e criticità

Sebbene ci vorranno ancora anni prima che il passaporto digitale dei prodotti sia pienamente operativo, secondo CircThread è già possibile individuare quali saranno i suoi limiti. Difficilmente i requisiti informativi obbligatori includeranno la tracciabilità completa dei materiali e delle sostanze, visto che questo aspetto manca nella proposta iniziale della Commissione europea. Allo stesso modo, sostiene CircThread, ci saranno delle lacune nella raccolta dei dati per il fatto che i DPP non saranno implementati per tutte le categorie di prodotto.

Inoltre i requisiti si applicheranno solo ai nuovi prodotti. Molti prodotti fuori commercio potrebbero essere ancora utilizzati per decenni, ma non saranno obbligati a dotarsi di un passaporto digitale dei prodotti. Mentre sarebbe utile dare la possibilità di creare un DPP per questi beni, per migliorare le fasi di riutilizzo, riparazione, ricondizionamento o riciclo.

Infine l’ESPR non si applicherà immediatamente a tutti i prodotti presenti sul mercato e alcuni, come i dispositivi medici, potrebbero non essere mai regolamentati. Altri prodotti, come le batterie, saranno regolamentati da leggi differenti. Insomma, ci vorrà molto tempo prima che la maggior parte dei prodotti sul mercato unico abbia un passaporto digitale attivo e i benefici non si vedranno, probabilmente, prima del 2030.

Oltre alle tempistiche, si aggiungono ulteriori barriere e criticità, elencate nel report di CircThread, affinché il passaporto digitale sia davvero realizzabile. Serve soprattutto una standardizzazione a livello comunitario nelle dichiarazioni di sostenibilità e di tracciabilità da parte dei produttori per poter condividere informazioni verificate e verificabili in modo semplice.

C’è poi un’importante questione di fiducia e sicurezza da affrontare, per fare in modo che i produttori siano disposti a condividere le informazioni senza temere il rischio di una fuga di dati sensibili verso la concorrenza. Più in generale, CircThread rileva la mancanza di incentivi alla condivisione dei dati da parte dei produttori, come ad esempio un incentivo economico o un incentivo all’acquisto.

Leggi anche: Materie prime, un passaporto digitale per il riutilizzo e il riciclaggio? Lo studio Ue

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