venerdì, Febbraio 26, 2021

Servizi in condivisione, con la pandemia cambiano ma continuano a crescere

Smettere di acquistare prodotti e scegliere servizi con cui lo stesso prodotto viene condiviso e utilizzato da più persone è una pratica che si sta diffondendo a macchia d’olio. La condivisione tramite servizio serve a risparmiare denaro ma anche risorse, a vantaggio dell’ambiente

Caterina Ambrosini
Caterina Ambrosini
Laureata in Gestione dell’ambiente e delle risorse naturali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam con specializzazione in Biodiversità e valutazione dei servizi forniti dall'ecosistema. Da inizio 2020, collabora con l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare nel lavoro di mappatura delle realtà nazionali e nella creazione di contenuti.

Se non serve a me può servire a te! Smettere di acquistare prodotti e scegliere servizi con cui lo stesso prodotto viene condiviso e utilizzato da più persone è una pratica che si sta diffondendo a macchia d’olio. La condivisione tramite servizio serve a risparmiare denaro ma anche risorse, a vantaggio dell’ambiente. Per esempio, chi non si è mai trovato nella situazione di necessitare un passaggio senza però avere nessuno disponibile ad offrirlo? L’esperienza del car sharing nelle città è ormai quella più nota, con l’utilizzo crescente di flotte di auto a noleggio. Certo, la pandemia ha imposto una battuta d’arresto a questo genere di servizi nonostante i fornitori siano corsi ai ripari con tutti i rimedi possibili. Deloitte registra un calo del 70% nel ricorso al car sharing e del 98% delle immatricolazioni per noleggi a breve termine.

L’esigenza di distanziamento però ha favorito la micro-mobilità, elettrica e non, dando sempre più spazio nelle città a bici e monopattini: in Italia si contano ben 363 servizi di mobilità condivisa attivi con quasi 8.000 auto, 2.240 scooter, circa 36.000 bici e 27.150 monopattini. Ma l’economia della condivisione si sta allargando a molti altri ambiti: la sharing economy si basa sull’idea che il prodotto non deve più essere acquistato, quindi posseduto, ma preso in prestito e condiviso con chi è intorno a te, ottimizzando costi, risorse e generazione di rifiuti. Oltre ai trasporti, questo meccanismo è utilizzato per molte tipologie di beni e servizi: macchina fotografica, computer, spazi di lavoro (coworking) e abitazione (cohousing).

Un nuovo modo di pensare

Le formule per definire questo nuovo modo di pensare sono state tante nel corso degli anni, tutte con sfumature specifiche: da peer-to-peer economy a economia collaborativa, da gig economy a economia on-demand fino a consumo collaborativo. Quel che è certo è che la condivisione non è solo positiva per l’ambiente ma permette anche, in alcuni casi, di creare una rete locale che si autogestisce. Non è più l’imprenditore a gestire l’attività economica, ma gli utenti insieme.

Il fenomeno sta crescendo molto velocemente: dall’ultima ricerca di Collaboriamo.org e laboratorio TRAILab Unicatt si contano 125 piattaforme di sharing economy in Italia nel 2017, con un aumento principalmente per quelle che offrono servizi alla persona. Bisogna entrare nell’ottica che per qualsiasi cosa possa servirci saltuariamente o nella vita quotidiana, che sia un bene o un servizio, ci si può prima informare sull’esistenza di un servizio di sharing che faccia al caso nostro. I vantaggi del mondo della condivisione sono la facilità di utilizzo delle piattaforme, prezzi molto spesso più vantaggiosi rispetto a beni nuovi o servizi consolidati, impatti positivi sull’ambiente (meno risorse, meno rifiuti, meno inquinamento). C’è sempre il punto interrogativo sulla disponibilità dei servizi, soprattutto nel caso della mobilità, ma abbiamo così tante alternative che difficilmente rischieremo di restare a piedi.

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