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giovedì, Maggio 30, 2024

L’ottimismo della IEA sul mercato dell’energia al 2030. Mentre in Italia si continua a preferire il gas

Da qualche anno l’Agenzia Internazionale dell’Energia professa ottimismo. Lo fa anche col recente report annuale per il quale da qui al 2030 la quota di combustibili fossili nell'approvvigionamento energetico scenderà al 73%. Dall’altra parte c’è l’Italia, in cui invece si prevedono ulteriori forniture di gas

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Redazione EconomiaCircolare.com

“La transizione verso l’energia pulita sta avvenendo in tutto il mondo ed è inarrestabile. Non è una questione di se, è solo una questione di quanto presto. E prima è, meglio è per tutti noi”. Da alcuni anni le parole di Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, possono ascriversi a quell’ambito noto come “ottimismo ecologico”. Una porzione ancora minoritaria, se si pensa ad esempio che il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres parla di “collasso climatico”, che però comincia a far breccia un po’ ovunque. Come se, dopo la fase della denuncia di un mondo soverchiato dalla sovrapproduzione e dalla dipendenza fossile, si volesse intravedere la fine del tunnel.

A dar manforte alle tesi di Birol è il recente World Energy Outlook, il report annuale dell’IEA che fornisce analisi e approfondimenti su ogni aspetto del sistema energetico globale. Il rapporto era molto atteso, dato il contesto a dir poco complicato che stiamo vivendo, caratterizzato da tensioni geopolitiche e fragili mercati energetici, schiavi di miopie politiche e interessi finanziari. Coincidenza vuole che la versione 2023 del World Energy Outlook giunga a 50 anni dalla fondazione dell’IEA e a pochi giorni dalla conferenza sul clima Cop28 di Dubai, forse l’ultimo appuntamento utile per mantenere le flebili speranze di contenere l’aumento delle temperature a un 1,5°C rispetto ai livelli del 1990.

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L’orizzonte dell’energia al 2030

Il report dell’IEA descrive un sistema energetico nel 2030 in cui le tecnologie pulite giocheranno un ruolo significativamente maggiore rispetto a oggi. Come già accennato, rimanendo soltanto alle tendenze attuali, e senza considerare gli storici rapporti di forza clamorosamente sbilanciati sul versante dell’economia lineare (fossile, plastica, di sprechi), per l’Agenzia Internazionale dell’Energia in appena sei anni ci saranno novità sostanziali: “ciò include quasi 10 volte il numero di auto elettriche sulle strade di tutto il mondo; il fotovoltaico solare genera più elettricità di quanta ne produce attualmente l’intero sistema energetico statunitense; la quota delle energie rinnovabili nel mix elettrico globale si avvicina al 50%, rispetto al 30% circa di oggi; le pompe di calore e altri sistemi di riscaldamento elettrico vendono più delle caldaie a combustibili fossili a livello globale; e tre volte più investimenti destinati a nuovi progetti eolici offshore che a nuove centrali elettriche alimentate a carbone e gas”.

Si tratta di proiezioni che sono calcolate in base alle attuali impostazioni politiche dei governi di tutto il mondo, spiega il report. Di più: “se i Paesi mantenessero i loro impegni nazionali in materia di energia e clima in tempo e in toto, il progresso nel settore dell’energia pulita avanzerebbe ancora più velocemente. Tuttavia, sarebbero ancora necessarie misure ancora più forti per mantenere vivo l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. In questo scenario, la quota di combustibili fossili nell’approvvigionamento energetico globale, che è rimasta bloccata per decenni intorno all’80%, scenderà al 73% entro il 2030, con un picco delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2) legate all’energia entro il 2025”.

Il World Energy Outlook 2023 propone inoltre una strategia globale per rimettere il mondo sulla buona strada entro il 2030, composta da cinque pilastri chiave:

triplicare la capacità rinnovabile globale;

raddoppiare il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica;

ridurre del 75% le emissioni di metano derivanti dalle attività legate ai combustibili fossili;

meccanismi di finanziamento innovativi e su larga scala per triplicare gli investimenti in energia pulita nelle economie emergenti e in via di sviluppo;

– misure per garantire un declino ordinato nell’uso dei combustibili fossili, inclusa la fine delle nuove approvazioni di centrali elettriche alimentate a carbone.

“I governi, le aziende e gli investitori devono sostenere le transizioni verso l’energia pulita anziché ostacolarle” afferma ancora Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA. “I vantaggi offerti sono immensi, tra cui nuove opportunità industriali e posti di lavoro, maggiore sicurezza energetica, aria più pulita, accesso universale all’energia e un clima più sicuro per tutti. Tenendo conto delle attuali tensioni e volatilità nei mercati energetici tradizionali di oggi, le affermazioni secondo cui il petrolio e il gas rappresentano scelte sicure per il futuro energetico e climatico del mondo sembrano più deboli che mai”.

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L’energia dell’Italia è un’altra, sempre la stessa

Le proiezioni ottimistiche dell’Agenzia Internazionale dell’Energia sono state ben accolte, come ogni anno, dal fronte ambientalista. Mentre si è registrato silenzio assoluto da parte del governo Meloni, impegnato invece nell’ennesimo scontro con l’Unione europea in merito al regolamento sugli imballaggi. E dire che invece sarebbe stato utile comprendere la versione italiana. Anche perché, per esempio, l’IEA prevede ad esempio una riduzione dell’uso dei biocarburanti, per via della maggiore efficienza di navi e aerei: se ciò risultasse vero questa sarebbe una pessima notizia per il governo e per Eni, in prima fila anche in questo caso contro le scelte europee di escluderli, al momento, dalle energie rinnovabili.

“L’Outlook 2023 della IEA è tutto sulla decarbonizzazionefa notare Matteo Leonardi, co-fondatore e co-direttore esecutivo per le politiche nazionali di ECCO, il think thank sul clima. “Non c’è un’altra energia. Un lavoro contro i luoghi comuni dell’immobilismo climatico: la transizione è in atto a livello globale e l’obiettivo 1.5°C è possibile, ma a condizione che le politiche rafforzino la transizione su: solare, elettrificazione, strategia industriale e sostenibilità sociale. Non serve una politica polarizzata sul clima, ma scelte capaci di presentare una strategia in queste quattro dimensioni”.

In più per Massimiliano Bienati, responsabile del programma Trasporti di ECCO, “lo scenario mondiale aiuta a vedere meglio se stessi. I dati sulle vendite delle auto elettriche nel mondo piovono sull’Italia, dando un’immagine severa di un Paese un tempo leader dell’auto”.

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Più gas, finché ce ne sarà

Ma, appunto, come sta messo il nostro Paese? Se la tendenza sottolineata dall’Agenzia Internazionale dell’Energia è quella da qui a breve di un picco delle emissioni di anidride carbonica e di una crescita tumultuosa delle rinnovabili, il nostro Paese sembra andare in direzione contraria. Il vento delle fossili resta preponderante, con un orizzonte temporale molto più ampio rispetto a quello indicato dalla IEA. Lo ha fatto notare Energia per l’Italia, il gruppo indipendente di docenti e ricercatori che ha rilasciato un commento amaro rispetto alle provvisorie indicazioni emerse con l’ennesimo decreto legge che il governo Meloni intende approvare da qui a breve.

“Le misure contenute nella prima bozza del decreto Energia 2023, la cui discussione in Consiglio dei Ministri è slittata alla prossima settimana, sembrano smentire il noto proverbio secondo cui al peggio non c’è fine. Di fronte alle avvisaglie di un nuovo shock dei prezzi di gas e di energia elettrica, la cura del governo si focalizza sull’aumento della tassazione sulle rinnovabili e delle estrazioni di gas in mare”. Nella bozza circolata in questi giorni, che non è stata smentita dal governo, si torna a proporre, ricorda ancora il gruppo Energia per l’Italia, “come già avvenne all’indomani dell’impennata speculativa del prezzo del gas, l’estrazione di gas tricolore in mare consentendo, a determinate condizioni, l’estrazione di gas anche a meno di 12 miglia di distanza dalle linee di costa non solo nelle concessioni esistenti ma anche in quelle che verranno rilasciate, fino a completo esaurimento del giacimento, anche in aree finora interdette ad attività petrolifere: Golfo di Napoli, Golfo di Salerno, Isole Egadi e Golfo di Venezia”.

Una tendenza che è confermata anche dalla strategia, che va avanti ormai da un anno e mezzo, di sostituire il gas russo con il gas nazionale liquefatto proveniente da ogni angolo del globo. Un problema non solo economico – il gas russo perlomeno aveva prezzi fissi e bassi mentre il gnl è sottoposto alle fluttuazioni e alle speculazioni del mercato finanziario – ma anche e soprattutto ambientale. Nonostante ciò, ci si continua a legare al gas per un lungo orizzonte temporale, molto più ampio di quello indicato dall’IEA. Ne è prova ad esempio l’accordo col Qatar appena annunciato da Eni, che prevede 27 anni di forniture di GNL a partire dal 2026, da consegnare poi al terminal di rigassificazione di Piombino (o di Vado Ligure, dove in teoria il governo vorrebbe spostare la nave rigassificatrice attualmente parcheggiata nel porto toscano).

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L’aumento delle rinnovabili è simile al movimento di un bradipo

Intanto sul fronte delle rinnovabili si continuano ad attendere fondamentali decreti, come quello che dovrebbe individuare le aree idonee e quello sulle comunità energetiche. Di fronte a un quadro normativo frastagliato, lento e ondivago non sorprendono i dati poco esaltanti sull’aumento delle energie rinnovabili forniti da Anie Rinnovabili, l’associazione aderente a Confindustria che riunisce le imprese produttrici di energie rinnovabili  – fotovoltaico, eolico, biomasse, geotermoelettrico, idroelettrico e solare termodinamico. Un’industria che nel 2022 ha registrato un fatturato totale pari a 7,3 miliardi di euro, di cui 3,1 miliardi di euro di esportazioni. Numeri ancora troppo bassi per poter competere coi bilanci a due cifre delle fonti fossili.

A giugno 2023, stando ai numeri forniti dall’Osservatorio VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) di Anie Rinnovabili e ricavati dal portale del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, solo il 5,2% degli impianti rinnovabili sottoposti a VIA ha concluso il proprio iter. In totale le procedure depositate sono pari a 1.372, corrispondenti a 68.220 megawatt. Dalle procedure analizzate si evince che la potenza degli impianti è così distribuita: 46,5 per cento di agrivoltaico; 32 per cento di eolico onshore; 14,6 per cento di fotovoltaico e, a seguire, 3,8 per cento di eolico offshore e 3 per cento di idroelettrico da pompaggio. Notevole anche la crescita nelle procedure analizzate dei sistemi di accumulo (SdA) abbinati a impianti FER, pari al 247 per cento nel 2023 rispetto al 2022.

Peccato, però, che si tratti appunto di procedure ancora in corso per quasi il 94,7%. «Tempistiche disomogenee tra il ministero della Cultura e quello dell’Ambiente e Sicurezza energetica. Il governo continui a potenziare la struttura della commissione tecnica PNIEC/PNRR e del MiC» è l’appello di Filippo Girardi, presidente di ANIE Federazione, aderente a Confindustria, che riunisce le imprese delle filiere elettrotecnica ed elettronica italiane. A trainare le procedure depositate sono principalmente le regioni Puglia, Sicilia e Sardegna sia in termini di potenza FER che in termini di potenza dei sistemi di accumulo.


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