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venerdì, Maggio 31, 2024

Alla Cop28 l’Ue vuole guidare l’azione per il clima. Ma l’addio alle fossili è lontano

L’Unione Europea si pone come leader mondiale nell’azione per il clima alla Cop28. Ma le resistenze della Cina e del paese ospitante, gli Emirati Arabi Uniti, sui combustibili fossili rischiano già di indebolire gli obiettivi climatici. Con il rischio di assistere a un’altra Cop di promesse, per giunta poche, non mantenute

Carlotta Indiano
Carlotta Indiano
Classe ‘93. Giornalista freelance. Laureata in Cooperazione e Sviluppo e diplomata alla Scuola di Giornalismo della Fondazione Basso a Roma. Si occupa di ambiente ed energia. Il suo lavoro è basato su un approccio intersezionale, femminista e decoloniale. Scrive per IrpiMedia e collabora con altre testate.

A poco più di un mese dalla Cop28, la 28esima Conferenza delle Parti sul clima che si terrà a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dal 30 novembre al 12 dicembre, gli elementi per riporre fiducia in nella nuova tornata di trattative sono davvero pochi. Tra questi, l’intenzione dell’Unione europea di giocare un ruolo di primo piano. “Oggi inviamo un messaggio forte ai nostri partner: l’UE è leader mondiale nell’azione per il clima”: lo ha dichiarato Teresa Ribera Rodríguez, vicepresidente e ministra della Transizione ecologica spagnola, al Consiglio Europeo del 16 ottobre. “A Dubai saremo in prima linea nei negoziati per dare prova del massimo impegno dell’UE a favore della transizione verde e incoraggiare i nostri partner a seguire il nostro esempio” ha proseguito Rodríguez.

Ma quanto è concreto questo impegno? E come si arriva all’appuntamento annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici? Le ultime Cop, la 26 di Glasgow e la 27 di Sharm El-Sheikh, hanno mostrato che al di là dei proclami e degli impegni presi dopo interminabili sessioni di confronto, quel che resta è poco. Il caso più clamoroso è quello del fondo Loss and Damage, cioè i soldi destinati a ristorare le conseguenze dei cambiamenti climatici che non possono essere evitate né mitigate, soprattutto a sostegno degli Stati più colpiti dai danni irreversibili degli eventi meteorologici estremi. Immaginato dalla Cop21 di Parigi e formalizzato soltanto alla Cop27 egiziana, il fondo non ha ancora una copertura finanziaria. Nei giorni scorsi un incontro ad Aswan, in Egitto, ha decretato un nuovo nulla di fatto: i Paesi ricchi spingono per farlo gestire alla Banca Mondiale, mentre quelle emergenti vogliono che sia un fondo indipendente.

Leggi anche: lo Speciale sul clima

Le ambizioni europee alla Cop28

Per prepararsi alla Cop28, il Consiglio Europeo ha approvato pochi giorni fa le sue conclusioni sui finanziamenti per il clima. I governi dei 27 Stati membri hanno approvato una posizione negoziale che propone di portare sul tavolo della Cop il primo accordo mondiale per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili non soggetti ad abbattimento e il raggiungimento di un picco nel loro consumo in questo decennio. Nel documento gli Stati membri prendono atto “con grande preoccupazione” delle conclusioni dell’ultima relazione “Global Annual to Decadal Climate Update” dell’Organizzazione meteorologica mondiale, che prevedono “livelli record delle temperature globali nei prossimi cinque anni”.

Nel pacchetto Fit for 55, il Piano europeo per la transizione verde, sono esplicitati già tutti gli obiettivi che l’Ue intende portare alla Cop28: la riduzione delle emissioni nette di gas serra di almeno il 55 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e di conseguire la neutralità climatica al più tardi entro il 2050, fino a un raggiungimento di un livello negativo di emissioni dell’UE. Per ottenere questo risultato è indispensabile l’aggiornamento dei contributi nazionali (NCD), cioè le promesse dell’Unione europea e dei suoi Stati membri per contrastare i cambiamenti climatici, in linea con le decisioni adottate in occasione della Cop26 e della Cop27 di agire in questo decennio per affrontare l’emergenza, ma che risultano ancora largamente insufficienti secondo la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

L’Agenda proposta dall’Ue dovrebbe dunque includere:

  • il primo bilancio globale (Global Stocktake, GST), una valutazione dei progressi compiuti per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, da concludere positivamente alla Cop di Dubai;
  • il programma di lavoro in materia di mitigazione;
  • l’obiettivo mondiale di adattamento;
  • i finanziamenti per il clima, comprese le disposizioni finanziarie per le perdite e i danni.

Il bilancio globale conterrà raccomandazioni su un’azione equilibrata, rafforzata per uno sviluppo resiliente ai cambiamenti climatici in modo da mantenere l’obiettivo dell’aumento di temperatura di 1,5° (ormai giudicato quasi irrealistico da esperte ed esperti), a cui seguirà una proposta legislativa da parte della Commissione per gli Stati membri basata su una valutazione di impatto dettagliato.

Dal punto di vista della mitigazione e dell’adattamento, l’Ue sostiene la copertura universale dei sistemi salvavita di allarme entro i prossimi cinque anni. Tra questi c’è Climate Risk and Early Warning Systems (CREWS), fondo fiduciario che potenzia l’accesso ad avvisi meteorologici tempestivi e informazioni sui rischi per le persone nei paesi meno sviluppati e nei piccoli stati insulari più vulnerabili al mondo Paesi. Lo strumento finanziario di osservazione sistematica SOFF consente invece di fornire finanziamenti per la raccolta di dati meteorologici e climatici, mentre l’iniziativa Global Shield against Climate Risks, scudo mondiale contro i rischi climatici, che riunisce le attività nel campo dell’assicurazione e della prevenzione dei rischi climatici in stretta collaborazione con il V20, associazione di Stati particolarmente minacciati dai cambiamenti climatici. Promette 100 miliardi di dollari fino alla fine del 2025 nel quadro delle azioni di mitigazione e chiede a tutte le grandi economie di preparare strategie a lungo termine che abbiano come obiettivo l’azzeramento delle emissioni nette di gas serra “quanto prima e al più tardi entro il 2050”.

Leggi anche: lo Speciale sulla Cop27

Realpolitik alla Cop28

Il fatto che in Europa si possa discutere di fuoriuscita dai combustibili fossili è un privilegio che apparentemente non fa i conti con le scelte strategiche fatte in seno agli Stati membri e la realtà geopolitica che si sta costruendo al di fuori dell’Europa, alla luce anche del contesto globale che è fortemente cambiato negli ultimi anni: dall’esplosione della pandemia Covid-19 alla guerra in Ucraina, che si è rivelata un conflitto di lungo corso, sino ai più drammatici sviluppi in Israele che rischiano di estendersi all’intero Medioriente.

Secondo un’analisi dell’Istituto degli studi di politica internazionale (Ispi), gli Emirati Arabi stanno stringendo numerosi accordi bilaterali per rafforzare la crescita economica del non-oil, aprendo nuovi mercati in Asia e Africa. La spinta è direzionata soprattutto verso l’idrogeno – blu, grigio e verde – con 28 progetti in fase di avvio di cui 7 già finanziati. I 54 miliardi investiti in rinnovabili sono comunque pochi se pensiamo che gli Emirati Arabi Uniti sono il settimo produttore mondiale di petrolio e il quinto per riserve di gas.

E, come scrive il Guardianl’uomo che gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto per presiedere la Cop28, incaricata di cambiare il corso del mondo prima che sia troppo tardi, è il capo della compagnia petrolifera nazionale del Paese, (Abu Dhabi National Oil Company Adnoc)”. Nell’intervista rilasciata al Guardian, il sultano Al Jaber, forse la persona più importante del pianeta in questo momento per quel che riguarda la crisi climatica, ha sottolineato come energia e ambiente vadano gestiti sotto lo stesso cappello economico e, dunque dalle stesse persone. Una visione centralizzata dell’energia che utilizza le risorse come merce di scambio e poco ha a che fare con lo spirito degli Accordi di Parigi.

Non avere il petrolio e il gas e le industrie ad alta emissione sullo stesso tavolo non è la cosa giusta da fare – ha detto – È necessario coinvolgerli tutti. Dobbiamo reimmaginare questo rapporto tra produttori e consumatori. Abbiamo bisogno di questo approccio integrato“. Per posizionarsi sul mercato africano e asiatico e in ottica difensiva nei confronti dell’Iran e dell’Arabia Saudita, il sultano Al Jaber ha poi strizzato l’occhio alla Russia nonostante le riserve statunitensi, ma soprattutto alla Cina, che secondo fonti del Washington Post, sta costruendo una base militare nei pressi del porto di Abu Dhabi.

Da parte propria, la Cina ha già annunciato che non ha intenzione di perseguire il phase out (l’eliminazione graduale) dai combustibili fossili. L’inviato speciale cinese per il clima Xie Zhenhua ha affermato, infatti, che la natura intermittente delle energie rinnovabili e l’immaturità di tecnologie chiave come lo stoccaggio dell’energia dimostrano che il mondo deve continuare a fare affidamento sui combustibili fossili per salvaguardare la crescita economica. “Non è realistico eliminare completamente l’energia da combustibili fossili”, ha dichiarato Xie ricalcando i punti sollevati in questi mesi anche dalla presidenza emiratina della Cop28.

In altre parole, lo scopo è di lasciare inalterato il sistema attuale affidandosi esclusivamente a soluzioni tecnologiche come la cattura e lo stoccaggio di CO2, con buona pace delle risoluzioni dell’Unione Europea, che conta sempre meno sulla bilancia di un’alleanza mondiale per il clima. E intanto mese dopo mese si continuano a infrangere i record di aumento delle temperature.

Leggi anche: Eni vuole stoccare 50 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Ma l’Agenzia dell’Energia frena

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