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venerdì, Aprile 19, 2024

Migranti climatici, così l’ascolto attivo aiuta chi arriva e le comunità di approdo

Ascolto attivo, tutela giudiziaria, valorizzazione delle competenze, storytelling, teatro: esperienze virtuose di accoglienza dei migranti climatici

Anna Berti Suman
Anna Berti Suman
Anna Berti Suman è ricercatrice di monitoraggio ambientale civico e avvocata ambientalista. Ha ottenuto un dottorato di ricerca in diritto e tecnologia. Ha lavorato sul contenzioso ambientale in Europa e America Latina. Nel 2021, è stata finalista del Premio Morrione con l’inchiesta ‘Sentinelle’.

I migranti climatici possono portare esperienze utili ad affrontare le conseguenze del surriscaldamento del Pianeta anche nei territori di approdo. Perché i danni prodotti dal collasso climatico hanno conseguenze diversificate ma spesso disastrose. E c’è chi già da tempo fa i conti con questi eventi estremi mettendo in campo strategie di mitigazione e di adattamento che saranno sempre più indispensabili anche in Italia. Ecco alcune esperienze virtuose.

Le Rotte del Clima: ascoltare per tutelare

Stimolare la comprensione della complessità del fenomeno migratorio e raggiungere una definizione condivisa e partecipata del termine “migrante ambientale e climatico”, al fine di promuoverne la tutela anche a livello giudiziario. Con quest’obiettivo è nato, all’inizio del 2023, il progetto “Le Rotte del Clima”, guidato dall’avvocata Veronica Dini e promosso dall’Associazione Systasis, con sede a Milano, con un partenariato ampio e multidisciplinare. L’iniziativa adotta un approccio costruttivo al problema, mirando a promuovere attività di ascolto e racconto del vissuto dei migranti stessi, valorizzandone le conoscenze ed esperienze. Il progetto stimola modi inclusivi per valorizzare queste storie, anche al fine di sviluppare nuove strategie di tutela giudiziaria, e lo fa ad esempio raccogliendo dati direttamente dai migranti, attraverso le realtà che li accolgono. La storia della prima causa di migrazione ambientale vinta in Italia lo dimostra: Rachid, un immigrato dal Pakistan, arrivato in Italia, ha potuto ottenere la protezione umanitaria semplicemente raccontando la sua vera storia, ossia di aver perso tutto a seguito di un’alluvione. Il caso è ampiamente documentato nel libro Environmental Justice for Climate Refugees della ricercatrice e giurista Francesca Rosignoli.

Camilla Dannoura, coinvolta nel progetto “Le Rotte del Clima” e referente nell’ambito del progetto dell’Associazione Popoli Insieme di Padova, nota come la gran parte delle persone intervistate era lavoratrice nel Paese di origine, prevalentemente in ambito agricolo. I cittadini del Bangladesh, in particolare, mettono in evidenza la relazione tra i disagi causati alle coltivazioni dalle forti alluvioni e la decisione di migrare, prima nei centri urbani e poi all’estero. Dannoura ci parla di un interessante parallelo fatto da una persona migrante per raccontare la propria storia ricorrendo ad esempi vicini a noi. “Raccontando delle alluvioni vissute nella propria terra – spiega la referente di Popoli Insieme –, una persona ha esclamato ‘Come Bologna!’, perché gli eventi che hanno sconvolto l’Emilia-Romagna nel maggio del 2023 erano molto simili a quelli che aveva già vissuto nel suo Paese”. Questa capacità di relazionare esperienze vissute nei Paesi d’origine con quelle nei Paesi ospitanti può essere un primo passo per trasferire conoscenze tra persone migranti e comunità di approdo.

Leggi anche: Migranti climatici, sintomo di un’emergenza globale e risorsa per affrontarla

Dikuntu, un lavoro da premio

Nel varesotto, l’associazione Dikuntu ODV ha dato vita a un progetto di agricoltura sostenibile e solidale per garantire l’assunzione di migranti in stato di necessità e il trasferimento di esperienze legate alla coltivazione della terra. L’idea nasce dall’amicizia tra la fondatrice con un ragazzo del Ghana con una forte sensibilità per la terra, ma anche un vissuto di sfruttamento agricolo. Il clima sempre più caldo e umido che si registra ormai anche nel Nord Italia ha permesso alla squadra di Dikuntu di coltivare arachidi, imparando dalla conoscenza migrante. Oggi l’associazione impiega due persone migranti con contratto agricolo a tempo indeterminato e lo scorso anno l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha conferito all’associazione il premio “Welcome. Working for Refugee Integration”.

Dikuntu, al lavoro nei campi
Due lavoratori di Dikuntu a lavoro nei campi – Foto: Dikuntu

DimiCome valorizza le soft skill delle persone migranti

La valorizzazione delle peculiarità e competenze delle persone con background migratorio è anche al centro del Progetto “DimiCome – Diversity Management e Integrazione. Le Competenze dei Migranti nel mercato del lavoro”: un progetto cofinanziato dall’Unione Europea e animato dalla Fondazione ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità, di Milano. Oltre a fare una mappatura di buone pratiche di imprese che coniugano competitività e inclusione in Italia, il progetto sviluppa linee guida metodologiche per l’identificazione e la valutazione delle soft skill delle persone migranti. Si riconosce così che queste persone portano con sé un bagaglio di risorse personali di alto valore, che non sempre la società ricevente è in grado di riconoscere e mettere a frutto, mentre l’obiettivo del progetto è proprio quello di migliorare l’efficacia degli interventi volti a valorizzare e trasferire queste conoscenze.

I “diari climatici” di Climate of Change

Nell’ambito della campagna europea “Climate of Change”, poi, un team di ricerca multidisciplinare dell’Università di Bologna ha adottato metodi visuali come mezzo per cercare di sfidare le rappresentazioni stereotipate e stigmatizzate della crisi climatica. “End Climate Change, Start Climate of Change” è un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma DEAR (Development Education and Awareness Raising) con il fine di sviluppare la consapevolezza delle persone più giovani e la comprensione critica delle migrazioni indotte dal cambiamento climatico, come una delle più grandi sfide del mondo globalizzato. Adottando la metodologia dei “diari climatici” sviluppata da Elena Giacomelli e Sarah Walker, è stato chiesto ai partecipanti di vari Paesi di studio di condividere, attraverso un gruppo WhatsApp e per un periodo di quattro settimane, storie e percezioni della crisi climatica. In questo modo, è stato possibile visualizzare l’impatto sulle vite di coloro che sono in prima linea nella crisi climatica. Circa 30 persone per ogni gruppo hanno risposto a una domanda per ciascuna settimana inviando alcune foto e una breve spiegazione. Tanti hanno preferito non rispondere alla domanda che riguardava il viaggio che avevano affrontato, ma dalle storie di vita nei Paesi d’origine è emerso uno spaccato di esperienze diverse e al tempo stesso accomunato dal tentativo di fronteggiare le conseguenze della crisi climatica e la sua complessa connessione con la migrazione.

Sulla pagina dell’iniziativa leggiamo, per esempio, la storia di Ixmukane Quib Caal, donna del Guatemala appartenente a un’etnia Maya. Lei si descrive come una “difenditrice dei diritti umani e della madre terra” e racconta che attualmente sta “contribuendo al recupero di alcune comunità colpite dalle tempeste nella valle di Polochic, nella regione nord-orientale”. Alla domanda “In che modo il cambiamento climatico influisce sulla tua vita?”, Ixmukane risponde: “Il cambiamento climatico ci riguarda tutti direttamente, con fenomeni naturali come gli uragani che danneggiano l’agricoltura. A causa della deforestazione, c’è meno ossigeno, meno ombra e meno acqua. Tutto è in qualche modo collegato”. La pagina mostra foto che provengono dalla sua regione e – tra le altre scene – rappresentano i danni lasciati dalle tempeste Eta e Iota. Quando le si chiede come affronta i cambiamenti dell’ambiente, lei risponde: “Cerco di cambiare e recuperare la vita della terra. Nelle zone calde, l’eccesso di calore compatta i terreni e li lascia senza o con scarsa produzione”. Così, al fine di “recuperare l’umidità del suolo, necessaria per la biodiversità”, Ixmukane e i suoi compagni promuovono “tecniche di agroecologia, come […] la piantumazione di specie che forniscono nutrienti e recuperano i terreni erosi e degradati.”

Ixmukane Quib Caal
Ixmukane Quib Caal – Foto da un diario climatico del progetto “Climate of Change”

Racconti preziosi con Teatro Utile 

Servono spazi di accoglienza come quelli descritti e spazi creativi dove sperimentare, come quello creato dal Teatro Utile a Milano, basato sull’idea che esperienze artistiche provenienti da diverse culture migranti possano convergere e favorire un teatro socialmente utile. La sua fondatrice, l’attrice e regista Tiziana Bergamaschi, ritiene che dare l’opportunità di lavorare insieme a “attori di diverse nazionalità” sia uno strumento potente per “diffondere un teatro attento alle esigenze di una società sempre più multietnica.” Il Teatro Utile è partner del citato progetto “Le Rotte del Clima” e sta attualmente lavorando al fine di elaborare i risultati della ricerca scientifica in forma drammaturgica, grazie al coinvolgimento di giovani professionisti del Teatro guidati dalla regista Bergamaschi.

Human library, in ascolto oltre gli stereotipi

Altra esperienza d’ispirazione è la Human Library, nata a Copenaghen e ormai diffusa in tutto il mondo come metodologia di ascolto per superare stereotipi, pregiudizi e discriminazione attraverso il dialogo attivo anche nel campo della migrazione forzata, includendo quindi persone migranti come storyteller delle loro esperienze. Come argomenta la ricercatrice Francesca Panico, attualmente tirocinante presso l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, tali pratiche, utili per l’accettazione delle diversità dalla comunità ospitante (o dominante), possono invece “operare come un processo bidirezionale, capace di promuovere al contempo l’inclusione sociale dei migranti e la valorizzazione delle loro conoscenze”. Abbiamo bisogno di strumenti creativi ed empatici per potere uscire dalla nostra ‘zona di comfort’ e imparare veramente a praticare un ascolto attivo, sia come singoli che come comunità, verso ciò che le persone migranti – per motivi climatici ma non solo – possono insegnarci.

Human Library all'University di Essex
Human Library all’University di Essex – Flickr, CC BY 2.0

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo del “Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale” organizzato da A Sud, CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali ed EconomiaCircolare.com, in collaborazione con IRPI MEDIA, Fandango e Centro di Giornalismo Permanente.

© Riproduzione riservata

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