“Qui le persone rinascono”: a Roma il riuso crea lavoro per persone di 19 nazionalità e sostiene le attività solidali di Sant’Egidio

Viaggio nella Città Ecosolidale, che ha sede a Roma, in un'ex caserma in via del Porto Fluviale a due passi dalla stazione Ostiense. Si tratta di un sistema che seleziona, igienizza e ridistribuisce tonnellate di indumenti, creando un circolo virtuoso tra la generosità dei cittadini e l'aiuto concreto

Letizia Palmisano
Letizia Palmisanohttps://www.letiziapalmisano.it/
Giornalista ambientale 2.0, spazia dal giornalismo alla consulenza nella comunicazione social. Vincitrice nel 2018 ai Macchianera Internet Awards del Premio Speciale ENEL per l'impegno nella divulgazione dei temi legati all’economia circolare. Co-ideatrice, con Pressplay e Triboo-GreenStyle del premio Top Green Influencer. Co-fondatrice della FIMA, è nel comitato del Green Drop Award, premio collaterale della Mostra del cinema di Venezia. Moderatrice e speaker in molteplici eventi, svolge, inoltre, attività di formazione sulle materie legate al web 2.0 e sulla comunicazione ambientale.

A Roma, in un’ex caserma in via del Porto Fluviale a due passi dalla stazione Ostiense, un’imponente struttura gestisce ogni mese tonnellate di abiti e oggetti donati. È la Città Ecosolidale, un progetto della Comunità di Sant’Egidio che, da oltre vent’anni, ha trasformato la generosità dei cittadini in un articolato sistema di economia circolare e inclusione sociale.

A raccontarci il funzionamento è Marco Sala, storico volontario e responsabile di zona, che descrive un meccanismo nato da un bisogno primario e cresciuto ben oltre le aspettative iniziali.

Leggi anche: La Casa dei libri senza prezzo, a Roma il viaggio solidale dei libri verso carceri e ospedali

Da magazzino per i senza dimora a polo dell’economia circolare

L’origine del progetto, intorno all’anno 2000, è legata ad un’esigenza pratica: trovare uno spazio adeguato per raccogliere coperte e indumenti prevalentemente invernali per le persone senza dimora. “Prima lo facevamo nei locali di Santa Maria in Trastevere, ma logisticamente era diventato impossibile“, spiega Sala. Una volta ottenuto l’edificio dal demanio, la Comunità ha lanciato un appello alla città, immaginando di raccogliere quanto necessario per l’inverno.

mercato-vintage-ecosolidarieta-santegidio

La risposta andò oltre ogni previsione: da 26 anni, i romani portano vestiti, ma anche mobili, farmaci, giocattoli e suppellettili. “La finalità di raccogliere per aiutare è sempre rimasta, sia in Italia che in contesti di emergenza all’estero, come per la guerra in Ucraina o per le necessità di Cuba“, precisa Sala. Il nome stesso (“Ecosolidale”) definisce il perimetro dell’azione: ecologica, nel recupero e nella lotta allo spreco, e solidale, nel sostegno concreto alle persone. “La gente è contenta di dare, c’è una componente del dono e della gratuità di ciò che riceviamo che vogliamo sempre sottolineare”, aggiunge Sala.

Leggi anche: Boh Vintage a Roma: il negozio del Quadraro che sfida il fast fashion

Il mercato solidale: come il dono finanzia nuovi progetti

L’enorme quantità di donazioni ha ben presto sollevato una questione pratica: cosa fare con capi di alta qualità non adatti alla distribuzione diretta? “Una scarpa con tacco 12 non è utile a chi vive per strada”, esemplifica Sala. Da questa constatazione è nata, quasi subito, l’idea che questa tipologia di beni e ciò che fosse in eccedenza potesse avere comunque una funzione eco-sociale attraverso la nascita del mercato solidale. Non si tratta di un’attività commerciale a scopo di lucro, ma di un meccanismo che ha consentito di attivare un canale di autofinanziamento.

roma villaggio ecosolidale 1

I proventi delle vendite vengono reinvestiti per acquistare beni che non arrivano tramite donazione, come la biancheria intima nuova o i prodotti per l’igiene destinati al servizio docce, e per sostenere i costi di gestione della struttura, a partire dalle utenze e sostenere le Case della Pace distribuite sul territorio. In questo modo, il dono si trasforma, alimentando una catena di solidarietà che va oltre la semplice distribuzione di vestiti.

La filiera del riuso: 300 tonnellate di abiti l’anno e una selezione rigorosa

La macchina organizzativa della Città Ecosolidale gestisce circa 30 tonnellate di vestiti al mese, per un totale di oltre 300 tonnellate annue. Ogni capo viene igienizzato e smistato. La selezione è infatti un passaggio cruciale. “Siamo molto selettivi”, afferma Sala. “Anche se i destinatari sono i poveri – anzi a maggior ragione – il rispetto è fondamentale”. 

Così, circa la metà del materiale ricevuto non supera questa selezione per gli standard qualitativi o perché quella tipologia di capo è una eccedenza. Questo scarto, ci precisa Sala, viene gestito all’interno di filiere tracciate e legali: una parte viene acquistata da società certificate per la produzione di pezzame industriale, un’altra è destinata a mercati specifici come quello dei vestiti per bambini in alcuni stati africani (visto che lì di bambini continuano a nascerne molti e da noi sempre meno, ndr). Ciò che non è recuperabile viene smaltito come rifiuto. In tal caso i costi sono a carico della struttura.

Alla domanda se non sarebbe più vantaggioso alzare i criteri di selezione di ciò che viene donato, Sala risponde che la scelta di accettare tutto è stata ponderata. Questo sia per facilitare chi dona sia per riconoscere il valore del gesto, anche se questo può voler dire, ad esempio, censire e mettere via abiti estivi d’inverno o dover pagare lo smaltimento di capi rovinati o di ultra fast fashion il tutto gestito con trasparenza. 

roma villaggio ecosolidale 2

Vestire la dignità: un’alternativa accessibile al fast fashion

Il pubblico del mercato è eterogeneo. Accanto a migranti, badanti e famiglie che cercano un abbigliamento di qualità a costi contenuti, si nota una presenza crescente di giovani, universitari e anche qualche turista. Per loro, la Città Ecosolidale rappresenta un’alternativa concreta alla cultura dello spreco e del fast fashion. L’idea di fondo è manifesta: “abbiamo sempre scelto di tenere prezzi non esosi. Vogliamo valorizzare ciò che ci viene donato, ma garantendo l’accessibilità a tutti”.

Dietro questa scelta c’è un principio che Sala riassume citando un insegnamento di San Francesco: “si raccomandava di partecipare alle funzioni vestiti bene. La dignità di una persona passa anche da come si veste e dalla possibilità di scegliere”. Un’attenzione che si manifesta anche in gesti particolari, come la donazione di abiti da sposa, che vengono regalati o venduti a un prezzo simbolico a chi ne fa richiesta, offrendo un’opportunità unica per un giorno speciale.

La cooperativa sociale: un lavoro per chi era ai margini

Un volume di lavoro così ingente non potrebbe essere sostenuto unicamente dal volontariato, che pure conta circa 70 persone attive. Il perno delle attività più pesanti, come il facchinaggio e lo smistamento, è una cooperativa sociale di tipo B, creata per dare lavoro a persone provenienti da contesti di svantaggio. “All’inizio c’erano ragazzi che la sera dormivano sotto un ponte e la mattina venivano a lavorare”, racconta Sala.

Per molti di loro, avere uno stipendio, un contesto umano di riferimento e vedere valorizzate le proprie capacità è stato un punto di svolta. “È un luogo dove tanta gente è riuscita a rinascere, a ricostruire l’autostima”. Attualmente, nella cooperativa lavorano persone di 19 nazionalità diverse, un microcosmo dove la lingua veicolare è l’italiano, primo strumento di integrazione.

Marco precisa come il processo si completi con la fiscalità: quando acquisti qualcosa qui viene emesso uno scontrino (e non una ricevuta di donazione, ndr) “su ogni euro che la gente paga al mercato, il 22% di IVA viene versato allo Stato“, sottolinea Sala spiegando come abbiano sempre cercato di fare tutti i passi in maniera corretta anche dal punto di vista normativo.

Da Roma al mondo: un modello di aiuto che non conosce confini

L’azione della Città Ecosolidale supera i confini urbani: il materiale raccolto ha permesso di rifornire le “case dell’amicizia” in Ucraina con medicinali e vestiti, di inviare aiuti a Cuba e di rispondere alla grande richiesta di abbigliamento per bambini in alcuni Paesi dell’Africa. I ricavi del mercato, inoltre, contribuiscono a finanziare altri progetti della Comunità, come le scuole della pace nelle periferie romane. Si delinea, così, un modello concreto dove il gesto di un singolo cittadino innesca una catena di valore: ambientale, con la riduzione dei rifiuti, sociale, con la creazione di lavoro e integrazione e umanitario, con il sostegno a chi si trova in difficoltà, a Roma come nel resto del mondo.

In ogni donazione, in ogni acquisto, in ogni ora di volontariato, si costruisce un “piccolo ponte tra chi ha e chi non ha”. Un ponte che parte da un gesto semplice come liberare un armadio e arriva a sostenere una scuola della pace in una periferia romana, a dare un lavoro dignitoso a chi si trova ai margini, a curare un malato a migliaia di chilometri di distanza. È questa la magia dell’ecosolidarietà: un cerchio che si chiude, dove nulla va sprecato e tutto acquista valore. Soprattutto le persone.

Leggi anche: La storia di Echo Labs: la falegnameria sociale che a Roma dà lavoro a persone rifugiate

© Riproduzione riservata

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie