giovedì, Maggio 26, 2022

Trattamento delle acque reflue, i Paesi europei migliorano ma l’Italia resta indietro

I nuovi dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) mostrano che la quota di acque reflue urbane raccolte e trattate in linea con le norme dell’UE sta crescendo in diversi Paesi. Restano però grandi differenze: in Italia solo il 56% delle acque reflue è trattata secondo gli standard europei

Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell’Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediterraneo di Giornalismo ambientale “Laura Conti”. Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto “Foresta Modello” dell’International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico “Guido Polidoro”

Molti Paesi europei stanno facendo grandi passi in avanti nella raccolta e nel trattamento delle acque reflue. A dirlo è l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) che negli scorsi giorni ha pubblicato i dati relativi al 2018 che mostrano le quote e gli impianti di trattamento delle acque reflue in tutta Europa.

Sulla piattaforma Water Information System for Europe (WISE) si possono trovare i profili di ogni Paese membro dell’Unione Europea (UE) con i dati, organizzati in infografiche e mappe interattive, sui progressi verso gli obiettivi di trattamento delle acque reflue, la protezione dei sistemi idrici sensibili, l’uso dei fanghi delle acque reflue, e le emissioni di gas serra dal settore del trattamento.

I dati mostrano che in tutta l’UE circa il 90% delle acque reflue urbane è raccolto e trattato in conformità con la direttiva UE sul trattamento delle acque reflue. Permangono, tuttavia grandi differenze tra le diverse nazioni. Da una parte Austria, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi trattano il 100% delle loro acque reflue urbane in conformità con i requisiti della direttiva, e altri dieci Paesi hanno raggiunto più del 90% di conformità; dall’altra, cinque Paesi, Irlanda, Bulgaria, Romania, Ungheria e Malta, sono conformi in meno della metà delle loro aree urbane secondo gli stessi standard.

Anche l’Italia, con il 56% delle acque reflue trattate in conformità con la direttiva Ue, si posiziona ben al di sotto della media UE del 76%, confermando l’emergenza depurativa che affligge il Bel Paese.

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L’Italia non raggiunge gli obiettivi

Secondo i dati presentati dall’AEA, nel nostro Paese, le famiglie e alcune industrie in 3.034 aree urbane generano ogni giorno acque reflue per 78 milioni di abitanti equivalenti, ovvero circa 15,6 milioni di metri cubi.

Con abitante equivalente (ae) si indica, nel campo dell’ingegneria sanitaria, la quantità di sostanze organiche biodegradabili, derivate da un’utenza civile o assimilabile a questa, convogliate in fognatura nell’arco temporale di un giorno.

Le acque reflue urbane vengono poi trattate in 3.691 impianti sparsi su tutto il territorio nazionale: 1.762 sono di trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo, 1.757 operano un trattamento biologico e 172 un trattamento primario (con un minore abbattimento del carico inquinante).

Per quel che riguarda gli obiettivi per la raccolta e il trattamento delle acque reflue urbane l’Italia è tenuta a fornire: la raccolta di 78,2 milioni di ae di acque reflue, il trattamento biologico per 74,8 milioni di abitanti equivalenti di acque reflue e il trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo a 35,3 milioni di ae di acque reflue.

Tuttavia, il nostro Paese è ancora lontano dal raggiungimento di tali obiettivi e sarebbero necessari ulteriori sforzi per fornire: la raccolta di altri 0,57 milioni di abitanti equivalenti di acque reflue urbane (0,7% del totale); il trattamento biologico per ulteriori 9,15 milioni di ae di acque reflue urbane (12,2%); e infine, il trattamento biologico con rimozione di azoto e/o fosforo per ancora 2,24 milioni di ae di acque reflue urbane (6,3%).

Un altro dato interessante è l’investimento per nuove infrastrutture dedicate alla raccolta e al trattamento, o per un rinnovamento delle esistenti: l’Italia investe 16 euro a cittadino ogni anno, una cifra di gran lunga inferiore alla media europea di 41 euro per cittadino all’anno.

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L’importanza del trattamento delle acque reflue per l’UE

La raccolta e il trattamento delle acque reflue è fondamentale per ridurre i rischi per la salute umana e ma anche per fiumi, laghi e acque costiere.

“Oggi, – ha dichiarato Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per l’Ambiente, la pesca e gli oceani – quando ci ricordiamo che il 32% della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi igienici di base e che solo il 39% delle persone nel mondo ha accesso a servizi igienici gestiti in modo sicuro, possiamo essere veramente grati e orgogliosi di ciò che abbiamo raggiunto in Europa. Grazie ai successi della Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane e ai massicci investimenti e sforzi delle autorità nazionali, gli europei ora godono non solo di servizi igienici sicuri e funzionanti, ma anche di laghi e fiumi più puliti”.

“Tuttavia, – ha aggiunto Sinkevičius le differenze tra i Paesi rimangono, e realizzare l’ambizione del Green Deal europeo e il Piano d’azione inquinamento zero richiede nuove risposte. Questo è il motivo per cui l’anno prossimo cercheremo di migliorare le regole dell’UE”.

L’AEA ricorda che le acque reflue urbane devono essere trattate adeguatamente perché possono contenere batteri, virus, azoto, fosforo e altri inquinanti che possono rappresentare un rischio per l’ambiente e la salute umana: devono essere sottoposte a trattamenti biologici, i cosiddetti trattamenti secondari, che rimuovono una parte molto alta di inquinamento organico, batteri e virus. Inoltre, per ridurre il rischio di fioriture algali è richiesta un’ulteriore rimozione di nitrogeno e/o fosforo nelle aree urbane più grandi collegate ad aree sensibili.

Tra gli ultimi dati presentati dagli Stati membri, consultabili dalla piattaforma, vi sono anche informazioni che non sono previste dalla direttiva, ma ritenute comunque importanti per soddisfare l’ambizione dell’European Green Deal e dello Zero Pollution Action Plan, come le tendenze delle emissioni di gas a effetto serra del settore del trattamento delle acque reflue urbane. Sono presente, inoltre, i dati sul riutilizzo delle acque reflue e dei fanghi, per incrementare la circolarità dell’acqua.

L’evoluzione della normativa

La direttiva europea sulle acque reflue si è prefissata delle tempistiche per la costruzione di infrastrutture per la raccolta e il trattamento di acque di rifiuto nelle aree urbane.  La direttiva decorre dal 1991; successivamente, per chiarire alcune norme che avevano portato a interpretazioni divergenti nei paesi dell’UE, la Commissione aveva adottato la direttiva 98/15/CE, entrata in vigore nel 1998. Per i Paesi che hanno aderito all’UE dal 2004 in poi, si applicano altri termini, specificati nei trattati di adesione con ciascuno dei Paesi interessati.

Con l’ultima valutazione della Direttiva nel 2019, si è arrivati alla conclusione che, nel complesso, la direttiva è adatta allo scopo ma c’è spazio per miglioramenti: la Commissione pubblicherà infatti una valutazione d’impatto nel 2022 con l’obiettivo di proporre un testo giuridico modernizzato.

Con la revisione, si legge sul sito della Commissione Europea, si intendono adeguare i requisiti con le nuove ambizioni dell’Unione europea, delineate nel Piano d’azione inquinamento zero, e affrontare una serie di aree di miglioramento, come l’inquinamento proveniente da agglomerati più piccoli, che attualmente non sono coperti nella stessa misura dalla Direttiva, o provenienti da sistemi su piccola scala o individuali per il trattamento delle acque reflue o da tracimazione delle acque piovane e deflusso urbano.

Inoltre, la Direttiva non tratta i microinquinanti provenienti dalle acque reflue, ad esempio l’inquinamento delle acque di superficie dovuti a tutti i tipi di microinquinanti, compresi i residui farmaceutici o i residui di prodotti per la cura personale.

Un ulteriore sforzo è poi necessario per allineare la direttiva alle nuove ambizioni su un uso energetico efficiente, la riduzione delle emissioni di gas serra e l’economia circolare, in particolare per quanto riguarda la gestione dei fanghi di depurazione. Infine, è considerato insufficiente il modo in cui la Direttiva copre la governance, in particolare per quanto riguarda la trasparenza, l’accesso alla giustizia, l’accessibilità economica e l’accesso ai servizi igienici.

Leggi anche: Energia e fertilizzanti dai fanghi di depurazione. Un esempio concreto di economia circolare

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