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giovedì, Maggio 30, 2024

Acque reflue, dall’UE monitoraggi più rigorosi anche per PFAS e microplastiche

I deputati dell’Europarlamento hanno approvato in via definitiva le nuove norme per la raccolta, il trattamento e lo scarico delle acque reflue urbane. Si punta anche ad un migliore monitoraggio di inquinanti chimici, inclusi i PFAS

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Redazione EconomiaCircolare.com

Con 481 voti favorevoli, 79 contrari e 26 astensioni, lo scorso 10 aprile il Parlamento europeo ha adottato l’accordo raggiunto con il Consiglio nel gennaio 2024 sulla revisione delle norme in materia di gestione delle acque e di trattamento delle acque reflue urbane.

La legislazione, la cui proposta di revisione da parte della Commissione risale all’ottobre 2022, punta a migliorare la tutela della salute pubblica e dell’ambiente e mira ad “allinearsi agli obiettivi politici dell’UE in materia di azione per il clima, economia circolare e riduzione dell’inquinamento”.

Prima che la legge possa entrare in vigore, il testo dovrà essere approvato formalmente anche dal Consiglio.

Trattamento secondario, terziario e quaternario

La nuova direttiva prevede che, entro il 2035, le acque reflue urbane – cioè le acque reflue provenienti da insediamenti civili ed eventualmente da insediamenti produttivi (impianti misti) – saranno sottoposte al cosiddetto trattamento secondario, prima di essere scaricate nell’ambiente, in tutti gli agglomerati delle dimensioni di 1.000 abitanti equivalenti o più.

Con abitante equivalente (ae) si indica, nel campo dell’ingegneria sanitaria, la quantità di sostanze organiche biodegradabili, derivate da un’utenza civile o assimilabile a questa, convogliate in fognatura nell’arco temporale di un giorno.

Il trattamento secondario consiste invece nella rimozione di materia organica biodegradabile che, come spiega l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) nel suo ultimo report sull’acqua, avviene mediante un processo che in genere comporta il trattamento biologico con sedimentazione secondaria, o mediante altro processo. Il trattamento si distingue in processo a biomassa sospesa o a biomassa adesa e implica la presenza di biodischi, letti percolatori e vasche di aerazione nelle unità che costituiscono la linea acque dell’impianto. Questi tipi di trattamenti, come precisato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), sono finalizzati all’abbattimento della sostanza organica biodegradabile e alla rimozione dei solidi in forma colloidale, non sedimentabili e, quindi, non separabili con trattamenti di tipo fisico.

Entro il 2039, sarà invece il trattamento terziario, cioè l’eliminazione dell’azoto e del fosforo, ad essere applicato in tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue che coprono dai 150mila abitanti equivalenti in su, ed entro il 2045 in quelli che coprono 10mila abitanti equivalenti e oltre. Lo scopo è quello di perfezionare la depurazione riducendo il carico di elementi nutrienti, fosforo e azoto per l’appunto, presenti nell’effluente secondario; in alcuni casi il trattamento terziario elimina sostanze poco biodegradabili che non sono state eliminate attraverso il metabolismo batterico.

Per dare contezza di quello che questi numeri significano, può essere utile prendere in esame i dati ISTAT relativi al 2020: in Italia risultano in esercizio 18.042 impianti di depurazione delle acque reflue urbane; di cui il 56,3% è costituito da vasche Imhoff e impianti di tipo primario, il 32,5% da impianti con trattamento di tipo secondario e l’11,1% di tipo avanzato. Questi impianti sono stati progettati per trattare complessivamente un carico massimo di inquinanti organici biodegradabili pari a 107 milioni di abitanti equivalenti.

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Infine, secondo la nuove norme UE, entro il 2045, un ulteriore trattamento, quello quaternario in grado di eliminare un ampio spettro di microinquinanti sarà obbligatorio per tutti gli impianti superiori a 150mila abitanti equivalenti, ma anche oltre 10mila abitanti equivalenti sulla base di una valutazione del rischio.

In questo modo si intende garantire in modo rigoroso, come scrive in una nota l’Europarlamento, “il monitoraggio di vari parametri di salute pubblica (come virus noti e agenti patogeni emergenti), inquinanti chimici, comprese le cosiddette ‘sostanze chimiche eterne’ (sostanze per- e polifluoroalchiliche o PFAS), microplastiche e resistenza antimicrobica”.

“La legislazione ha dichiarato il relatore Nils Torvalds (Renew, FI) migliorerà significativamente le norme in materia di gestione delle acque e di trattamento delle acque reflue in Europa, in particolare con nuove norme sull’eliminazione dei microinquinanti provenienti da medicinali e prodotti per la cura della persona. Stiamo facendo in modo che l’impatto delle norme sull’accessibilità economica dei medicinali non sia sproporzionato e che le sostanze chimiche nocive come gli PFAS siano monitorate e trattate meglio in futuro”.

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EPR anche per medicine e cosmetici

La legge introduce poi la responsabilità estesa del produttore (in inglese extended producer responsability, EPR) per prodotti farmaceutici e cosmetici. Dopo le restrizioni introdotte dall’UE lo scorso ottobre per limitare le microplastiche aggiunte intenzionalmente all’interno di prodotti come cosmetici, detergenti e materiali di riempimento per superfici sportive artificiali, arriva dunque un’altra misura volta a controllare la diffusione di questi inquinanti. In particolare, l’obbligo per i produttori, compresi gli importatori, sarà di contribuire ai costi del trattamento quaternario, qualora immettano sul mercato nazionale degli Stati membri prodotti che a fine vita provocano l’inquinamento delle acque reflue urbane con microinquinanti. Questo contributo finanziario sarà stabilito sulla base del quantitativo e della tossicità dei prodotti immessi sul mercato. L’accordo prevede che almeno l’80% dei costi sia coperto dai produttori, e sarà integrato da finanziamenti nazionali per evitare conseguenze indesiderate sulla disponibilità e l’accessibilità di prodotti vitali, in particolare dei farmaci.

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Promuovere il riutilizzo delle acque reflue

Misure più stringenti relative al trattamento e al monitoraggio che puntano a tracciare e a ridurre l’inquinamento delle acque reflue dovrebbero migliorarne anche la qualità: questo è il primo incentivo al riutilizzo, che i Paesi dell’UE saranno tenuti a promuovere.

Le acque trattate provenienti dagli impianti di depurazione delle acque reflue urbane possono infatti rappresentare una fonte di approvvigionamento utile per diverse finalità come: l’irrigazione, alcuni processi industriali particolarmente idroesigenti, il lavaggio strade, per pratiche antincendio o per fontane ornamentali, e per servizi ambientali, come l’alimentazione di aree umide. 

Possono, inoltre, rivelarsi particolarmente utile nelle zone a maggiore stress idrico o nei periodi di maggiore scarsità idrica, risultato della crisi climatica e del perdurare di storiche inefficienze di molte infrastrutture idriche.

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Verso la neutralità energetica

Il testo concordato sottolinea infine che il settore del trattamento delle acque reflue urbane deve svolgere un ruolo significativo nel ridurre le emissioni di gas serra e aiutare l’UE a raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica.

Il testo introduce dunque un obiettivo di neutralità energetica che prevede che gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane dovranno aumentare progressivamente la quota di energia da fonti rinnovabili prodotta ogni anno, “indipendentemente dal fatto che tale energia sia utilizzata in loco o all’esterno dell’impianto di trattamento delle acque reflue urbane dai relativi proprietari o gestori”: 

  • al 20 % del consumo totale annuo di energia di tali impianti entro il 2030
  • al 40 % entro il 2035
  • al 70 % entro il 2040
  • al 100 % entro il 2045.

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