Clima e migrazioni, al tribunale dell’Aquila la sfida per garantire una maggiore protezione

Gli impatti della crisi climatica sono ancora considerati una causa “non convenzionale” della migrazione. Presso il Tribunale di L’Aquila si prova a mettere in atto una sfida per ribaltare un paradigma culturale prima ancora che giuridico. “Il cambiamento climatico è globale, ma la vulnerabilità è politica” dice l’avvocata Chiara Maiorano

Maria Marano
Maria Marano
Ha conseguito la laurea in Relazioni e Politiche Internazionali e un master in Diritto dell’Ambiente. Collabora da anni con A Sud e il Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali nel campo della ricerca sui temi delle migrazioni climatico-ambientali. Nel 2016, nel 2018 e nel 2023 ha curato le prime tre edizioni del report Crisi Ambientali e Migrazioni Forzate. Collabora su questi temi anche con il Centro Studi e Ricerche IDOS. Ha maturato esperienza lavorativa nel settore della cooperazione internazionale allo sviluppo, in Italia e all’estero, in ambito non governativo e accademico. Dal 2012 lavora nel settore della programmazione, gestione, attuazione dei fondi europei a gestione indiretta, con particolare riferimento alle tematiche ambientali e della capacity building

MiRa (nome di fantasia, nda) ha paura della pioggia. In Bangladesh, il suo Paese di origine, l’acqua entrava dentro la sua casa fino ad arrivargli allo stomaco. Nel corso dell’udienza del 19 maggio presso il Tribunale di L’Aquila, davanti al giudice che valuterà la sua richiesta di protezione internazionale, racconta che nel suo Paese ci si abitua a convivere con la paura di perdere la vita a causa delle alluvioni.

Lui stesso ha visto la furia dell’acqua far morire persone e bestiame, distruggere raccolti. Con le alluvioni i rischi riguardano anche il degrado delle fonti d’acqua e il propagarsi di malattie respiratorie. 

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Bangladesh: il fondato timore di subire un danno grave legato alle conseguenze delle alluvioni 

Il 77% del Bangladesh si trova a soli 5 metri (o meno) sul livello del mare. Il territorio si estende su vaste aree rurali ed è collocato alle estremità di uno dei più grandi delta al mondo, formato da tre grandi fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna. Il Paese è attraversato da oltre 700 fiumi che ne hanno forgiato buona parte del territorio, mostrandone tutta la vulnerabilità agli eventi climatici estremi, sempre più intensi e frequenti. L’impatto sulle condizioni di vita della popolazione (ottava al mondo per grandezza, con circa 178 milioni di persone, e con il 36% dei cittadini in condizioni di povertà estrema) è dovuto principalmente agli effetti della salinizzazione sulle forniture di acqua potabile, sui raccolti, sulle opportunità di lavoro e sullo stato di salute.

Inoltre le tempeste sempre più frequenti, l’erosione costiera, insieme alle ondate di caldo estremo, stanno rendendo il territorio ancora più invivibile, costringendo parte della popolazione rurale ad abbandonare i villaggi e spostarsi verso insediamenti informali nelle periferie urbane. Secondo la Banca Mondiale entro il 2050 potrebbero essere quasi 20 milioni i migranti climatici interni al Bangladesh, l’equivalente del 12% circa della popolazione, per lo più residente lungo le coste, danneggiate dall’aumento del livello del mare. Va altresì considerato che gli aiuti da parte delle autorità governative risultano pressoché insufficienti, contribuendo ad alimentare meccanismi debitori anche con gli usurai, che possono portare a violente ritorsioni, sia per chi resta, sia per chi è rimpatriato o fa ritorno nel Paese. Altro aspetto da considerare è il rischio di essere colpiti nell’arco di un anno più di una volta da eventi climatici estremi, costringendo le persone a dover ricominciare da capo la propria vita. 

Il Bangladesh ha bisogno di un ingente finanziamento per poter contenere gli impatti dei cambiamenti climatici. Il governo ha valutato un budget di 230 miliardi di dollari per attuare il Piano di Adattamento Nazionale nel periodo 2023-2050. Nel Piano sono 14 i rischi e 11 le aree di stress climatico individuati (rif. Figura 1). MiRa, figlio di una famiglia di agricoltori, arriva da Hobigonj, nella divisione di Sylhet nel nord-est del Bangladesh, nell’area di stress codificata come HFF “Haor and flash floods area”, ossia una zona ad alto rischio per le inondazioni improvvise. Nel Piano di Adattamento Nazionale il primo pilastro riguarda proprio investimenti in infrastrutture resilienti e soluzioni basate sulla natura in settori chiave come le risorse idriche, la resilienza urbana e lo sviluppo rurale. Investimenti finalizzati, a titolo d’esempio, alla protezione contro le inondazioni improvvise, l’erosione e la sedimentazione, la stabilizzazione delle sponde fluviali, le soluzioni di desalinizzazione, la gestione integrata dei rifiuti solidi, l’edilizia sostenibile o investimenti per la pesca e l’acquacoltura resilienti ai cambiamenti climatici.

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Figura 1 – “Rischi e aree di stress climatico” (Fonte: NAP, UNFCCC)

Come si legge su The Climate Watch, il Bangladesh si trova ad affrontare un grosso gap nei finanziamenti per il clima. Alla COP30 di Belém il Paese ha chiesto finanziamenti concreti e non promesse, in quanto a fronte di un fabbisogno annuo di 8,5 miliardi di dollari per l’adattamento sono solo 0,4 i miliardi ricevuti. Gli agricoltori rivendicano finanziamenti a fondo perduto, interventi urgenti per i danni dalle fasce più vulnerabili della popolazione, anche a fronte del dato storico che il Bangladesh è tra i Paesi che meno hanno contribuito alla crisi climatica, dunque la comunità internazionale deve riconoscere un risarcimento nell’ottica della giustizia climatica.

Oggi non possiamo dire che il nesso tra migrazioni e impatti dei cambiamenti climatici non sia noto, eppure esiste ancora un vuoto giuridico internazionale, in quanto la causa climatica fatica ad entrare nei driver convenzionali della migrazione. Come osserva l’avvocata Chiara Maiorano, che assiste MiRa, fino a oggi, la prassi giudiziaria e le commissioni territoriali hanno teso a relegare la vulnerabilità climatica nell’alveo della sola protezione speciale, considerandola come una forma di tutela residuale o una concessione meramente complementare”.

Maiorano aggiunge che “i tempi sono maturi per un salto di qualità dogmatico: chi fugge dalla crisi climatica aggravata dall’inazione del proprio governo ha diritto alle forme di protezione internazionale maggiore, nello specifico alla Protezione Sussidiaria (la cosiddetta “lettera b”). Dal punto di vista materiale, quando disastri ambientali ciclici distruggono ripetutamente la casa e l’attività commerciale di una persona, e lo Stato d’origine omette di garantire soccorso o ricostruzione, l’individuo viene privato stabilmente dei requisiti minimi di sussistenza vitali, come l’accesso all’acqua, al cibo e a un alloggio dignitoso. Questa condizione non è diversa dagli effetti distruttivi di un conflitto bellico ed integra un vero e proprio trattamento inumano e degradante, esplicitamente vietato dall’articolo 3 della CEDU. Questa tesi trova un riscontro solido sia nella nostra giurisprudenza di merito più avanzata, come la nota pronuncia del Tribunale di Milano 13 marzo 2024 (R.G. N. 8753/2020), sia a livello globale, dove il recente Parere Consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha sancito che le condotte omissive degli Stati in materia di clima costituiscono veri e propri illeciti internazionali”.

In queste parole di Maiorano sta il senso dell’urgenza di comprendere la complessità del fenomeno e di agire in una prospettiva di tutela ampia e multisettoriale. 

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Cosa vuol dire prepararsi per un’udienza “non convenzionale”

Con questo tipo di udienze, come spiega ancora l’avvocata Chiara Maiorano, si può “intraprendere una vera e propria sfida intellettuale e ribaltare un paradigma culturale prima ancora che giuridico. Dobbiamo dimostrare al giudice che il cambiamento climatico non è una “fatalità naturale” astratta o un evento di forza maggiore, ma un fenomeno profondamente politico e selettivo nella produzione dei suoi effetti lesivi. Se un’alluvione colpisce i Paesi Bassi non si producono profughi, perché lo Stato adempie al suo obbligo primario di protezione investendo in infrastrutture e welfare; se la medesima alluvione colpisce il Bangladesh, intere esistenze vengono spazzate via perché le istituzioni locali non hanno la capacità strutturale o la volontà di intervenire. Il cambiamento climatico è globale, ma la vulnerabilità è politica: l’inazione di uno Stato di fronte al collasso del proprio territorio si traduce in una diretta violazione dei diritti umani“. 

Per un’avvocata, aggiunge Maiorano, “prepararsi a un’udienza di questo tipo richiede una forte sinergia multidisciplinare. Non basta la conoscenza delle norme del codice. È indispensabile l’interazione costante con attori della ricerca scientifica e del terzo settore, come l’associazione A Sud Onlus di Roma o il team di Anna Berti Suman con il progetto PERSONA (Personal Narratives in Climate Litigation). Il loro prezioso supporto sul campo ci fornisce report e dati campionari oggettivi che un giurista da solo non possiederebbe, permettendoci di entrare in udienza con un taglio scientifico solido e di tradurre i dati della crisi ecologica in categorie giuridiche precise dinanzi al magistrato”.

Nei giorni che hanno preceduto l’udienza, il team del progetto di ricerca PersoNa, finanziato dal MUR – FIS2, ha incontrato MiRA (e l’avvocata Maiorano), non solo per aiutarlo a prepararsi ma anche per accompagnarlo in udienza, al fine che dinnanzi al giudice potesse mettere al centro la sua storia di vita, i suoi ricordi e le paure, che lo portano a chiedere protezione internazionale. A EconomiaCircolare.com Berti Suman spiega che, insieme all’avvocata Maiorano, il team del progetto PersoNa supporta la sua richiesta di protezione sussidiaria lett. b), in quanto MiRA se rimpatriato sarebbe vittima di trattamenti inumani e degradanti a causa degli impatti dei cambiamenti climatici sulla sua vita e dell’inazione dello stato bengalese. Nel pomeriggio dell’udienza, inoltre, il team del progetto è stato ospite del centro di accoglienza gestito dall’Arci, dove ha dialogato con un gruppo di ragazzə provenienti da Pakistan, Bangladesh, Iraq, Gambia, Mali, Angola, e Perù. “Abbiamo raccontato loro che nei loro Paesi di origine gli impatti del cambiamento climatico sono più rapidi e più evidenti, e che le loro narrazioni personali sui disastri vissuti possono fare la differenza nelle audizioni in tribunale per il riconoscimento della protezione appropriata al loro status. Pensiamo che questi momenti formativi siano essenziali per creare consapevolezza, generare azione e ottenere giustizia e protezione”, afferma Berti Suman.

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Aspettando la sentenza del giudice

MiRA è in Italia da sei anni, dove ha iniziato una nuova vita, sebbene con tutta la sofferenza di stare lontano dalla sua famiglia. Ci racconta che è qui per loro, per aiutarli economicamente. Il suo arrivo in Italia non è stato semplice, ha contratto debiti e ha fatto tappa per sette mesi nell’inferno libico prima di imbarcarsi verso l’Italia, dove ha studiato, trovato lavoro e amici, anche italiani, sottolinea. Il suo sogno (il dream come lo chiama MiRa) è quello di avere finalmente i documenti. La decisione del giudice dopo l’udienza del 19 maggio, in linea teorica, dovrebbe essere deposita nell’arco di un mese. 

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“Da questa decisione – afferma l’avvocata Maiorano – mi aspetto molto e nutro una grandissima fiducia nel lavoro e nella sensibilità istituzionale della Sezione Specializzata del Tribunale di L’Aquila. La mia speranza è che il giudice decida di emettere una sentenza coraggiosa, lungimirante e d’avanguardia. Non cerchiamo un provvedimento miope che si limiti a fotografare l’eccellente percorso di integrazione lavorativa e linguistica che il mio assistito ha già costruito autonomamente in Italia. Ci aspettiamo una pronuncia che abbia il coraggio di motivare sul nucleo causale primario della migrazione: il diritto al clima e la responsabilità omissiva del Paese d’origine. Una sentenza del genere non renderebbe solo giustizia a MiRa un cittadino che ha perso tutto – conclude la sua legale – ma rappresenterebbe un precedente miliare per l’intera evoluzione del diritto dell’immigrazione nell’era dell’emergenza ecologica”.

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