Nel 2025 l’Italia ha importato 203 tonnellate di oro: 148 tonnellate da Paesi extra-UE e 55 da Paesi intra-UE. Dati che fanno del nostro paese il primo importatore da nazioni non europee. Un import assai poco trasparente, secondo l’inchiesta di Greenpeace “Corsa all’oro illegale – Dentro la filiera del metallo prezioso importato in Italia: un’analisi dei flussi, tra traffici opachi e controlli assenti”. “Sette lingotti su dieci (148 tonnellate) sono stati importati da Paesi dove la tracciabilità è debole e in molti casi quasi inesistente” denuncia l’associazione. E nonostante dal 2021 gli stati dell’Unione Europea siano tenuti ad effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’oro e di altri metalli – lo prevede il Regolamento (UE) 2017/821 sui cosiddetti ‘minerali dei conflitti’ – “il nostro Governo è rimasto inadempiente e dopo cinque anni non è ancora in grado di garantire che l’oro importato provenga da filiere legali. Zero ispezioni, zero sanzioni, come ammette lo stesso Ministero delle Imprese e del Made in Italy interpellato da Greenpeace, a causa di ‘impedimenti meramente amministrativi’”. Mancano quindi garanzie sul fatto che l’oro non provenga da filiere illegali, violando i diritti umani o finanziando conflitti armati o alimentando la deforestazione a danno delle comunità indigene.
“L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, quello in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato”, ha sottolineato Martina Borghi, campaigner Foreste di Greenpeace Italia. Ma l’allarme non si limita al solo oro. Perché quello che accade per questo metallo potrebbe accadere anche per altri metalli e minerali sempre più essenziali all’industria europea e italiana. Anche a causa della deregulation che ha indebolito le norme UE sulla due diligence delle imprese. “Il caso dell’oro dimostra cosa può accadere quando la domanda di una materia prima cresce più rapidamente della capacità e della volontà politica di garantire tracciabilità, rispetto dei diritti umani e tutela dell’ambiente lungo tutta la filiera – spiega a EconomiaCircolare.com ancora Martina Borghi -. Lo stesso scenario può ripetersi, e in parte si sta già verificando, per materie prime critiche come litio, cobalto, nichel e rame, indispensabili per la transizione energetica e digitale”.
Leggi anche lo SPECIALE | Semplificazioni o deregulation?
Oro: più import, meno garanzie
Una fotografia, quella scattata da Greenpeace, che non fa prevedere niente di buono, visto il trend delle importazioni di oro. Che, riferisce il report, “sono cresciute del 26% dal 2023 al 2025 – un totale di 1.633 tonnellate negli ultimi cinque anni, per un giro d’affari di 81,2 miliardi di euro”. Al crescere dell’import dovrebbe corrispondere una crescente attenzione, ma così non è: “La EU Whitelist, la lista che dovrebbe certificare gli impianti di fusione e raffinazione responsabili a livello mondiale, ‘non è ancora stata istituita’, come conferma la Commissione Europea a Greenpeace”.
Quanto all’Italia, “siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sul fatto che la normativa comunitaria creata nel 2017 e applicabile dal 2021 per contrastare i cosiddetti ‘metalli e minerali provenienti da zone di conflitto’ venga applicata”, ricorda Borghi. E se altri paesi pubblicano report annuali sui controlli, “noi restiamo fermi al palo. L’Unione Europea e l’Italia devono fare la propria parte, garantendo l’applicazione di regole severe sulla tracciabilità dell’oro per impedire l’ingresso di metallo legato alla devastazione dell’Amazzonia e a conflitti in aree vulnerabili del mondo”.
Il caso Brasile
In particolare il Brasile resta “un nodo critico”, afferma l’associazione. Che in un altro recente report – “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud” – ha denunciato come “l’oro estratto illegalmente in Amazzonia possa essere riciclato sfruttando le lacune del sistema brasiliano e immesso sui mercati internazionali”. I problemi si annidano anche nelle numerose triangolazioni commerciali, che di fatto rendono più facile cancellare le tracce delle filiere illegali.
Il report mostra che dopo la Germania, “l’Italia è il secondo Paese che importa oro dal Brasile. Ma anche Emirati Arabi Uniti e Svizzera – primi due Paesi extra-UE da cui l’Italia si rifornisce del metallo prezioso – rimangono snodi opachi, con Dubai tra i principali hub mondiali per compravendita e transito di oro (soprattutto da Africa e Asia) e il Paese elvetico che ospita alcune tra le maggiori raffinerie del pianeta”. Un insieme di flussi, incroci, sovrapposizioni che, in assenza di controlli stringenti, “potrebbe alimentare un circuito esposto al riciclaggio”. Ancor più considerato che, dopo i passaggi di fusione e raffinazione, ricostruire l’effettiva origine dell’oro diventa quasi impossibile: “Una zona grigia perfetta per ripulire filiere poco trasparenti e favorire così vere e proprie operazioni di riciclaggio e greenwashing”, afferma l’associazione.
Per questo motivo Greenpeace raccoglie l’appello di numerose popolazioni indigene chiedendo ai governi e agli operatori finanziari internazionali di “assumersi le loro responsabilità e di impedire che l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti umani venga commercializzato in Europa come prodotto ‘pulito’, rafforzando le misure normative e amministrative contro il riciclaggio”.
Il rischio specifico per le materie prime critiche
Se, come dice Borghi, l’opacità che caratterizza il mercato globale dell’oro “può ripetersi, e in parte si sta già verificando, per le materie prime critiche”, queste ultime hanno una specificità che rende il rischio ancor maggiore. Specificità legata all’impianto normativo globale. “A differenza dell’oro, così come di stagno, tantalio e tungsteno – che rientrano nel Regolamento (UE) 2017/821 sui cosiddetti ‘minerali dei conflitti’ e sono soggetti a specifici obblighi di due diligence per gli importatori – materie prime come litio, cobalto e rame non sono oggi disciplinate da un sistema altrettanto stringente”. Il Critical Raw Materials Act (CRMA), che come sappiamo individua queste risorse come strategiche e critiche per l’Unione europea e punta a rafforzarne la sicurezza degli approvvigionamenti, diversificare le fonti (anche col riciclo), “non introduce tuttavia un regime di due diligence comparabile a quello previsto dal Regolamento sui minerali dei conflitti”, dice Borghi.
Il nichel nell’arcipelago di Raja Ampat
“È proprio questo il motivo di preoccupazione”. Preoccupazione motivata anche da casi concreti.
Il rapporto “Paradise Lost? How nickel mining threatens the future of one of the world’s most important biodiversity hotspots” pubblicato nel 2025 da Greenpeace Indonesia ha mostrato “gli impatti dell’espansione dell’estrazione di nichel nell’arcipelago di Raja Ampat, uno dei più importanti hotspot di biodiversità marina del pianeta e UNESCO Global Geopark”.
Secondo l’associazione sono state rilasciate numerose concessioni minerarie, anche all’interno del Geoparco, e su piccole isole dove l’attività estrattiva non dovrebbe essere consentita, “con gravi rischi per foreste, barriere coralline, comunità indigene e biodiversità”. E solo una forte mobilitazione pubblica ha portato alla revoca di alcune concessioni. Ma non tutte.
Secondo la campaigner Foreste di Greenpeace Italia, “questo dimostra che la transizione energetica, se non è accompagnata da regole rigorose e da controlli efficaci, rischia semplicemente di spostare gli impatti ambientali e sociali dai combustibili fossili alle materie prime necessarie per sostituirli. Per questo preoccupa la scelta dell’Unione europea di indebolire gli obblighi di due diligence proprio mentre accelera la strategia di approvvigionamento delle materie prime critiche”.
Leggi anche: Giovannini (ASviS): “Semplificazioni? Drammatico sbaglio ridurre le imprese tenute alla due diligence”
© Riproduzione riservata




