Dal domenica prossima, 19 luglio, sarà vietato distruggere i prodotti tessili invenduti. Lo prevede il Regolamento ecodesign (qui abbiamo raccontato i dettagli). Come stanno vivendo questa fase di transizione le imprese italiane? Ne parlo con Mauro Chezzi, vicedirettore di Confindustria Moda e referente associativo per il consorzio retex.green.
Dal vostro osservatorio, si tratta di una questione rilevante per le imprese oppure sono ormai poche quelle che ancora fanno ricorso a questa pratica?
La mia percezione è che questa sia una novità radicale: perché gli invenduti, soprattutto per alcune tipologie di aziende e marchi, sono pesanti dal punto di vista quantitativo. E poi la distruzione era prassi consolidata.
A quali tipologie di marchi fa riferimento, in particolare?
Sicuramente le tipologie di marchi e di prodotti che hanno proprietà intellettuale interna, cioè sul capo: che siano loghi o anche – e in questo caso è ancora più complesso – modelli ornamentali che riconducono immediatamente al marchio, cioè disegni, grafica, ma anche foggia del capo.
Il rischio è che il prodotto non più vendibile, perché rimasto in magazzino per tanto tempo, se immesso sul mercato potrebbe compromettere non tanto la vendita di prodotti nuovi quanto la loro aura di esclusività.
E poi, come dicevo, c’è anche il tema dei modelli ornamentali: se si prende un tessuto che era destinato ad un capo di abbigliamento e lo si riconfeziona come borsa, nell’immaginario del consumatore quella borsa rimanda immediatamente al marchio stesso, quando invece il produttore della borsa col marchio non c’entra niente.
Le imprese sono in difficoltà in questa fase di transizione?
È importante ricordare che il 19 luglio rappresenta solo il primo step: il divieto varrà solo per le grandi imprese. Per le medie imprese il divieto parte dal 19 luglio 2030. Per le piccole invece il divieto non è previsto. Ma la Commissione ha già fatto sapere che monitorerà il mercato per evitare pratiche di elusione: grandi e medie imprese che si servono delle piccole per la distruzione. E ha fatto sapere che se necessario verranno introdotti divieti anche per queste ultime. Nella norma è comunque scritto chiaramente che è vietato cedere il magazzino per scopi di distruzione a piccole imprese.
Poi bisogna distinguere il breve periodo dal medio-lungo periodo. Sul breve periodo purtroppo gli spazi di manovra sono limitati: perché il magazzino è pieno e quindi sarà forte la tentazione di ricorrere a manovre elusive. Mettiamo una multinazionale che ha negozi e magazzini fuori dall’Unione Europea, in Gran Bretagna per dire, oppure nei paesi dell’est: si potranno inviare lì i prodotti invenduti e poi distruggerli, perché lì non vige il diritto comunitario.
Sul medio-lungo periodo ci sono invece più possibilità: perché si può fare una programmazione della produzione molto più fine, tenendo presente che non c’è più la valvola di sfogo della distruzione, e si ha il tempo per organizzarsi.
Stando al presente, oggi vedo grande attenzione da parte delle aziende di maggiori dimensioni, ma anche grande preoccupazione e molta confusione: gli operatori si trovano di fronte a una problematica che non avevano ancora iniziato ad affrontare seriamente, in concreto, ma solo sul piano teorico.
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Come si stanno muovendo?
Posso dire come il consorzio abbia impostato la questione. Intanto con un’analisi giuridica della normativa: per spiegare che bisogna essere molto cauti. Anche ricorrere alle eccezioni, che pure sono presenti nella normativa, richiede analisi tecniche; richiede la produzione di documentazione che va conservata per 5 anni in azienda per eventuali controlli, e va consegnata anche all’operatore incaricato della distruzione. Altra questione dirimente: non si può chiedere deroga al divieto per il fatto che il processo di eliminazione dei loghi o della proprietà intellettuale intrinseca al prodotto costa troppo. La normativa contempla esplicitamente solo l’impossibilità tecnica, non quella economica: durante un seminario organizzato l’11 giugno e rivolto alle imprese abbiamo spiegato che se l’eliminazione dei loghi è tecnicamente possibile ma costosa, non si può invocare l’eccezione.
Oltre all’analisi giuridica, a quella merceologica sul magazzino e ai chiarimenti sulla possibilità di avvalersi delle deroghe, abbiamo indicato alle imprese 3 grandi filoni di possibili soluzioni.
Quali sono?
La prima è la rifabbricazione. E qui il consorzio gioca un ruolo di primo rilievo, perché ha una filiera molto nutrita di operatori in grado di riconfezionare i prodotti, oppure di fare lavorazioni – come la ritintura, la sovrastampa, la rimozione dei loghi – che sostanzialmente consentono di eliminare i problemi della proprietà intellettuale sui prodotti, trasformandoli a tutti gli effetti.
Poi c’è una seconda famiglia di interventi che riguarda la vendita. Come consorzio abbiamo canali alternativi di vendita a livello mondiale: infatti si tratta proprio di uscire dai mercati che tradizionalmente offrono questi manufatti, quindi tendenzialmente portando l’invenduto in Africa, Sud America e paesi dell’Est Europa. Ovviamente garantendo tracciabilità e canali certificati.
Il terzo canale è quello delle donazioni. Anche in questo caso serve un supporto: se non è fatta con tutti i crismi, anche dal punto di vista contrattuale, la donazione potrebbe anche creare problemi, avere ripercussioni sul mercato.
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Oggi la filiera della raccolta dei beni usati e del second hand è in sofferenza. Questo rende più complesso garantire soluzioni alternative alla distruzione?
In realtà no. Perché si viaggia su due binari paralleli. I prodotti invenduti sono in tutto e per tutto prodotti nuovi. Anche per questo i marchi dovrebbero essere più smart, cavalcando in modo molto più massiccio la possibilità delle vendite “vintage”: perché i prodotti in magazzino ormai sono superati dal punto di vista delle tendenze della moda. Per dire che forse siamo molto limitati nel pensare al problema dell’invenduto solo in termini di costo: potrebbe invece diventare, come nel caso del vintage, anche una fonte di reddito. Si tratta però di fare uno switch di pensiero, ma per questo ci vuole tempo.
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