Che gli allevamenti intensivi siano problematici per tantissimi aspetti, ormai lo sappiamo. Le soluzioni a questo sistema sono diverse, ma ce n’è una che sta sempre più suscitando l’attenzione. Parliamo della riconversione.
Abbiamo già parlato di questo tema come opportunità per gli allevatori che non vogliono più fare questo mestiere. Come piano B, infatti, c’è la possibilità di riconvertire i capannoni usati per allevare animali in strutture destinate alla produzione di alimenti vegetali, per esempio attraverso la coltivazione di funghi, di canapa o altro. Ci sono storie anche di chi ha trasformato il proprio allevamento di mucche da latte in un sito di produzione di latte vegetale. Insomma, queste possibilità non sono fantasie, bensì possibilità concrete, già sperimentate in altri Paesi.
Questa modalità di trasformazione è chiaramente incentrata appunto su una strategia di economia circolare e sostenibilità – anche economica: spesso gli allevatori hanno ingenti mutui o debiti da ripagare, e l’idea basilare della riconversione è usare costruzioni e risorse già esistenti, trasformarle per garantire una produzione sostenibile e più etica.
Ma non c’è solo questa forma di riconversione. E ne abbiamo una prova proprio in Italia, più specificatamente in provincia di Arezzo. Parliamo del rifugio per animali Agripunk, una realtà unica e molto significativa.
Cos’è un rifugio per animali?
Prima di parlare di questo caso specifico, vale la pena dire qualche parola su cosa sia un “rifugio per animali”, spesso detto anche “santuario per animali”. Non hanno nulla a che fare con i rifugi di montagna o qualcosa di religioso. Si tratta di luoghi e spazi in cui vivono animali salvati dall’industria alimentare (quindi maiali, mucche, capre, pecore e così via), spesso sottratti a condizioni di maltrattamento.
Nei rifugi a loro “non è chiesto niente in cambio”, quindi non vengono usati per produrre niente, semplicemente vivono liberi e accuditi da chi li gestisce e finalmente i loro diritti e la loro soggettività vengono riconosciuti.
Sono individui liberi di vivere una vita senza essere sfruttati e, dato che sono spesso animali diversi da cani e gatti i rifugi sono anche diversi dai canili e gattili, dove il fine è l’adozione.
Il primo rifugio al mondo è nato negli Stati Uniti, il Farm Sanctuary, nato alla fine degli anni ‘80. Piano piano queste realtà si sono diffuse in tutto il mondo, e anche qui in Italia sono una realtà sempre più presente. E recentemente anche la legge ha fatto un passo avanti per il loro riconoscimento. Per legge, infatti, gli animali che vivevano nei santuari erano riconosciuti legalmente come animali “destinati alla produzione alimentare” (DPA). Ora la legislazione ha riconosciuto lo status giuridico di “rifugio permanente per animali non DPA”, riconoscendo questi luoghi come distinti dagli allevamenti e non destinati alla produzione.

Ed è in questo contesto che si inserisce la storia di Agripunk, un rifugio che ha aperto proprio in un ex allevamento intensivo di tacchini. Per sapere di più su questa storia unica di riconversione abbiamo intervistato Desirée Manzato, una delle persone che ha fondato e gestisce questo spazio.
Come mai avete scelto proprio un ex allevamento intensivo di tacchini per far nascere il vostro rifugio?
In realtà la scelta è nata in modo abbastanza spontaneo da una situazione che avevamo vicino a noi. Conoscevamo il vecchio proprietario del podere perché David (l’altro fondatore di Agripunk) si era trasferito a vivere qui vicino. Per anni ha assistito a quello che succedeva agli animali e all’ambiente che circondava i capannoni. Parliamo di un allevamento che allevava circa 30.000 tacchine ogni ciclo, che durava tre mesi. I tacchini arrivavano da pulcini, venivano fatti crescere con mangime altamente processato portato con degli autoarticolati. Poi venivano caricati sopra ad altri camion che li portavano al macello. Questa struttura veniva affittata regolarmente ad allevatori che lavoravano per la grande distribuzione, e nell’ultimo periodo la struttura lavorava per la filiera Amadori.
Un giorno Fabio, l’allevatore che gestiva la struttura, è venuto a parlare con me. Non aveva idea che fossi vegana, quindi si è aperto molto liberamente. Mi aveva detto chiaramente: “Mi rendo conto che questo è un lavoro di merda, che tutto questo sistema fa schifo per come costringono a lavorare”. Ha ammesso che c’erano tante altre cose che una persona avrebbe potuto fare nella vita e, quasi per scusarsi o fare un gesto simbolico, ci ha chiesto se volevamo due tacchine.
Sono entrata nel capannone per portarle fuori: erano Giorgina e Lisetta. Loro due di fatto sono state i primi due animali che abbiamo salvato. Mi ricordo soprattutto di Giorgina, che si lasciava prendere in braccio dolcemente. La cosa incredibile è che lo stesso allevatore, vedendole girare libere, era rimasto stupefatto da come fossero questi animali in libertà
Ed è in quel momento che si è concretizzata la chiusura dell’allevamento?
Diciamo che parlando con l’allevatore volevamo capire se potevamo prendere noi in affitto i capannoni, così da riconvertirli. Nel frattempo, abbiamo fatto girare i video e le foto di quello che succedeva nei capannoni per fare sensibilizzazione. Questi materiali sono stati visti anche dal personale dell’ASL veterinaria e sono scattati dei controlli. Tra questo pressing e il fatto che la struttura richiedeva una manutenzione enorme che il proprietario non riusciva a gestire, l’allevamento ha chiuso definitivamente a fine maggio 2014.
A quel punto, però, l’attività rischiava di ripartire con altri gestori. È lì che avete deciso di subentrare?
Esattamente. Davanti alla realtà dei fatti, c’era già una fila interminabile di altri allevatori che non vedevano l’ora di prendere il posto e ripartire. L’unica soluzione per bloccare tutto era subentrare noi. Abbiamo deciso di trasformare l’area dell’allevamento nel suo esatto opposto: un rifugio per animali. Ad aprile 2015 abbiamo fondato l’associazione. Dopo mesi di trattative, a novembre 2015 abbiamo firmato un contratto di affitto a riscatto e siamo partiti subito con il progetto.
Oggi l’ex allevamento si è trasformato. Come avete riorganizzato concretamente i vecchi capannoni industriali e quanti animali vivono con voi adesso?
La riorganizzazione degli spazi è stata totale, un vero e proprio ribaltamento. Dei sette capannoni, uno è diventato un fienile, un altro è dedicato alle mucche, un altro ospita capre e pecore e per il resto li usiamo per mettere materiali di servizio e la concimaia. In fondo a tutto, poi, c’è il pascolo dove gli animali sono liberi di muoversi, uscendo dai capannoni. Vivono tutti insieme in una dimensione di convivenza e rispetto della loro soggettività, senza che venga chiesto loro nulla in cambio.
Attualmente siamo un’ottantina di abitanti, tra grandi e piccoli e animali: abbiamo maiali, mucche, pecore, capre, galline e papere. Gli ultimi arrivati sono stati quattro pecori, che noi chiamiamo affettuosamente “i quattro dell’apocalisse”. Ci hanno telefonato dicendo che le stavano portando via da una situazione critica e che erano a venti minuti da noi, e così le abbiamo accolte.

Come arrivano da voi questi animali? Oltre agli animali che provengono dall’industria alimentare, ospitate anche fauna selvatica?
I canali sono diversi: ci arrivano appelli da associazioni che gestiscono sequestri per maltrattamenti, veniamo contattati direttamente dalle ASL o dalle aziende, e a volte si tratta di privati che non possono più prendersi cura di loro o ereditano attività che non vogliono portare avanti.
Capita che anche noi decidiamo di portare da noi qualche animale. È il caso di Scilla, un vitello che era stato letteralmente ripescato dallo Stretto di Messina; abbiamo fatto una campagna enorme insieme ad altri collettivi e siamo riusciti a portarlo qui.
Per quanto riguarda i selvatici, non siamo un centro CRAS riconosciuto, ma con noi vivono anche loro. Ad esempio c’è Bufera, una cinghialina che ci ha affidato la provinciale di Prato. Prima di lei ha vissuto qui Pablo, un altro cinghiale a cui avevano sparato sul muso. Era sopravvissuto ma gli mancavano dei denti e aveva un buco nel grugno; è rimasto con noi fino a 11 anni e per lui dovevamo preparare una alimentazione speciale, una pasta stracotta con verdure e frutta cotta perché non riusciva a masticare le cose dure.
Questa transizione da allevamento intensivo a rifugio ha avuto un impatto anche sull’ambiente circostante?
L’impatto sul territorio è stato pazzesco, lo tocchiamo con mano ogni giorno. Quando l’allevamento era funzionante, l’aria circostante era letteralmente invivibile e irrespirabile per chilometri. E questo a causa dell’impatto degli allevamenti intensivi, che con più di 30 mila tacchini alla volta producevano tantissime deiezioni. Oggi, dopo tanti anni, ci rendiamo conto di quanto la natura si stia riprendendo i suoi spazi.
L’esempio più evidente è il lago, un bacino artificiale che originariamente serviva per l’antincendio e per l’impianto di lavaggio dei camion. Vecchi macchinari di aerazione sputavano tutta la pollina e la polvere di guano direttamente nell’acqua, senza filtri. Nel corso degli anni abbiamo assistito a una rigenerazione incredibile: l’acqua è tornata pulita e oggi brulica di vita. È diventata un’area di nidificazione, attraversata da tantissimi animali selvatici. Pensa che sono tre anni di fila che viene l’upupa a nidificare; proprio questa settimana ne ho viste cinque insieme. Prima, con il viavai continuo di camion e trattori, gli animali selvatici si affacciavano timidamente solo di notte. Ora attraversano il podere serenamente perché lo riconoscono come un luogo sicuro.
Agripunk, però, non è solo natura e rifugio per animali. Fin dal nome si capisce che c’è un’identità comunitaria molto forte.
Sì, abbiamo voluto dividere nettamente il lato dell’allevamento da quello abitativo della ex fattoria, destinando quest’ultimo a uno spazio sociale, comunitario e politico. Abbiamo creato gli alloggi per le persone che vengono a darci una mano, una cucina comune e un’area dove teniamo regolarmente incontri, assemblee e iniziative varie. È uno spazio che portiamo avanti con una filosofia intersezionale, transfemminista e antifascista.
Chiaramente c’è poi l’aspetto di sensibilizzare chi viene a trovarci. Noi rifiutiamo l’idea della classica “visita guidata”. Gli animali non sono oggetti da esibire e questa è casa loro. Le persone che partecipano alle nostre iniziative o che vengono a darci una mano possono vederli pascolare liberamente, ma la priorità resta sempre la loro tranquillità e una convivenza serena, senza che a loro venga chiesto nulla in cambio.
Un altro modo per entrare in contatto con il rifugio è il volontariato: sul nostro sito c’è sempre un modulo aperto per il volontariato. Di norma chiediamo un periodo minimo di due settimane, perché la prima serve ad ambientarsi e a capire i ritmi del posto, mentre la seconda diventa molto più rilassante.
E anche il nome “Agripunk” è fortemente legato alla scena musicale da cui proveniamo sia io che David, quella dei concerti e dei gruppi che suonano. Negli anni qui sono spuntati murales meravigliosi realizzati da artisti arrivati veramente da ogni parte del mondo. Così tutto l’allevamento ha cambiato volto, anche esternamente.

Cosa sta succedendo adesso? So che siete nel pieno di uno sfratto esecutivo.
Sì, purtroppo, abbiamo ricevuto una sentenza di sfratto a luglio 2025. E, con delle tempistiche e una pressione che non ci aspettavamo, siamo ora nel pieno di uno sfratto esecutivo. Da un lato c’è l’esigenza di fare manutenzione su questo luogo, che è molto vecchio, ma dall’altro c’è la consapevolezza che muovere tutti gli animali non sarebbe affatto semplice.
Le nostre paure più grandi sono due. La prima riguarda gli animali che vivono qui, molti dei quali sono anziani. Un trasporto, anche se breve, per loro è impegnativo e può essere traumatico. E per questo per noi questa opzione è, diciamo, l’estrema ratio, ma che non vogliamo percorrere. C’è poi anche un problema per gli animali selvatici che ormai popolano stabilmente il podere, che resterebbero alla mercé dei cacciatori. Perfino i lavori di ristrutturazione tradizionali, se non fatti con criterio, rischierebbero di fare danni enormi: nei buchini dei muri della casa, per dire, ci vivono pipistrelli e rondoni. Stuccare un muro soltanto perché è “brutto” potrebbe significare eliminare il loro habitat
Noi ora siamo in piena mobilitazione per evitare che questo sfratto diventi realtà. Per questo ci siamo aperti a una trattativa e stiamo lavorando contemporaneamente su due fronti. Si è aperta una possibilità di acquisto del rifugio, perché il proprietario ha finalmente dato disponibilità a farlo.
Per questo abbiamo aperto una raccolta fondi, con la quale possiamo evitare di spostarci.
Ed è qui che stiamo anche lavorando sull’alternativa radicale per questo posto. Si tratta di un progetto favoloso a cui ha lavorato una persona carissima, Lisa Carignani, che ha fatto la sua tesi di laurea proprio sulla relazione tra animali e architettura e su come noi abbiamo riutilizzato e rifunzionalizzato gli spazi di questo ex allevamento. Insieme a lei, a Chiara Massimi (laureata in architettura) e a Stefania Anesini (ricercatrice al Politecnico di Torino), abbiamo disegnato la fase successiva: come vorremmo che fosse Agripunk. L’idea è demolire alcuni capannoni, mentre di altri vorremmo mantenere lo scheletro e i murales, rifinendo gli spazi a misura di rifugio.
Stiamo però portando avanti degli incontri con la Regione Toscana per chiedere l’accesso ad alcuni bandi che normalmente sono previsti solo per altre tipologie di associazioni o per imprenditori agricoli tradizionali. Con questo progetto tocchiamo tantissimi punti: la rifunzionalizzazione produttiva di uno stabile dismesso, l’aspetto sociale basato interamente sul volontariato e l’autofinanziamento, e la rigenerazione ambientale del territorio. Anche la politica si sta muovendo, e speriamo che questo porti anche al riconoscimento pubblico del valore sociale del nostro rifugio.
Ci tengo però a sottolineare una cosa. Il nostro obiettivo è fare in modo che l’acquisto vada a buon fine, ma non si tratta di un acquisto privato, ma di un’azione collettiva da parte di una comunità estesa. L’idea è di rilevare il podere per farne una fondazione, in modo che lo spazio rimanga di proprietà della fondazione stessa e, quindi, a servizio di tutte le persone che hanno contribuito e che fanno parte della storia di questo luogo.
La resistenza di Agripunk tocca un punto chiave. La riconversione di un ex allevamento intensivo non è solo un cambio di destinazione d’uso, ma il ribaltamento di un simbolo. Laddove un tempo si produceva secondo logiche industriali e pratiche critiche, oggi si sperimenta uno spazio di cambiamento e comunità. Garantire la continuità di questa esperienza significa mostrare che un’alternativa è possibile, partendo proprio dal riutilizzo di ciò che già esiste.

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