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lunedì, Maggio 27, 2024

“Abbiamo aiutato più di 4000 russi a disertare”. Intervista alla pacifista russa Darya Berg

Darya Berg, pacifista russa dell’organizzazione "Go by the forest", racconta i movimenti sociali che stanno lottando contro il regime di Putin ma anche il consenso che continua a registrare nel Paese, tra propaganda mediatica e mancanza di empatia

Emanuele Profumi
Emanuele Profumi
Emanuele Profumi, è dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista free lance. Collabora con diverse università italiane ed europee. Ha scritto e pubblicato per riviste italiane (es: Micromega, Left, La Nuova Ecologia) e straniere (es: Le Monde Diplomatique) ed è stato anche corrispondente estero per alcuni giornali e riviste italiani (Londra, Parigi, Atene, Messico). In Italia ha già pubblicato una trilogia di reportage narrativi (le "Inchieste politiche") sul tema del cambiamento sociale e politico: sul Cile (Prospero, 2020), sulla Colombia (Exorma, 2016) e sul Brasile (Aracne, 2012). È professore di "Storia della pace in Epoca Contemporanea" presso l'Università di Pisa e "Scienza della politica" presso l'Università della Tuscia (Viterbo), e scrive e pubblica saggi filosofici. L'ultimo libro di filosofia è una curatela realizzata insieme all'importante filosofo italiano Alfonso Maurizio Iacono (Ripensare la politica. Immagini del possibile e dell'alterità. Ets 2019).

Mentre la guerra in Ucraina sembra sempre più vicina ad estendersi anche in territori sino ad ora estranei alla guerra, come la Moldavia, la popolazione contraria alla guerra, in Russia come altrove, non si è arresa alla probabile e ulteriore escalation militare che possiamo intravedere in lontananza se non verranno fatti dei veri passi avanti a livello diplomatico così come a livello del dissenso pacifista nell’opinione pubblica dei Paesi coinvolti in questa guerra per procura.

Lo scorso 17 marzo la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, “responsabile del crimine di guerra di deportazione illegale di bambini e di trasferimento illegale di bambini dalle zone occupate dell’Ucraina alla Russia”: una condanna storica e senz’altro un forte segnale politico.

Abbiamo avuto la possibilità e l’onore di intervistare Darya Berg, pacifista russa invitata il mese scorso in Italia dal movimento nonviolento del nostro Paese per sostenere la campagna internazionale in difesa dell’obiezione alla coscrizione militare nei Paesi direttamente coinvolti nel conflitto (Russia, Ucraina e Bielorussia), e capo del dipartimento di soccorso ed evacuazione dell’organizzazione russa Go by the forest, che aiuta i russi a disertare alla chiamata alle armi dello Stato e dà istruzioni ai soldati su come arrendersi in territorio ucraino.

Cosa fa esattamente Go by the forest?

Go by the forest è un’organizzazione pacifista fondata subito dopo l’inizio della mobilitazione militare (l’invasione dell’Ucraina, ndr).  Da quando è iniziata abbiamo aiutato più di 4000 persone ad evitare di andare in guerra, a disertare, a nascondersi sul territorio russo. Al contempo offriamo anche supporto giuridico e psicologico, grazie all’aiuto dei nostri volontari. Va detto però, che tutti i nostri dipendenti, e più di 300 volontari, non si trovano sul territorio russo, perché sarebbe troppo pericoloso. Inoltre cerchiamo di mantenere i contatti con i colleghi ucraini, anche loro contrari alla guerra e per l’obiezione di coscienza alla coscrizione militare dello Stato ucraino.

Quali sono i movimenti sociali che stanno lottando contro il regime di Putin? Sono vicini alle posizioni pacifiste? Si può dire che esiste un movimento pacifista russo?

In questo momento in Russia esistono un’enorme quantità di organizzazioni differenti la cui finalità è quella di aiutare la popolazione che maggiormente è in difficoltà in questo periodo così difficile. Alcune di queste organizzazioni aiutano i rifugiati, altri i senzatetto, qualcuno organizza aiuti sociali più in generale, e altre organizzazioni aiutano i perseguitati politici a non subire delle pene ingiuste o a lasciare il territorio della Federazione Russa. La maggior parte delle organizzazioni sono chiaramente vicine alle posizioni pacifiste, ma coloro che si trovano sul territorio russo sono costretti a farlo in silenzio, dato che farlo pubblicamente vuol dire commettere un reato penale. Perciò molti lasciano il paese, per continuare a lavorare per la pace o nelle loro attività sociali: chi si trova sul territorio russo rischia denunce penali anche semplicemente per aver pronunciato la parola “guerra”, al posto di “operazione speciale”, o per aver pubblicato fatti e notizie riguardanti quanto accade alle truppe russe nei territori ucraini. Nonostante questo, le proteste continuano. Sin dall’inizio della guerra (dal 24 febbraio 2022, ndr) le persone sono scese per le strade di moltissime città russe con striscioni a favore dell’Ucraina. Molti di loro sono stati fermati e trattenuti in maniera violenta dalla polizia. Per esempio, a San Pietroburgo, una pittrice settantasettenne di nome Elena Osipova ha iniziato a dipingere manifesti e mostrarli per le strade della città. La polizia, puntualmente, le ha sequestrato questi manifesti e la signora è stata più volte multata dagli stessi tutori dell’ordine. Il 31 gennaio 2023 è stata aperta una mostra sui suoi manifesti pacifisti a San Pietroburgo, alla quale sin dal giorno dopo si sono presentati membri del ministero degli interni che hanno transennato l’edificio e sequestrato i manifesti. Molti di coloro che hanno protestato dall’anno scorso, in qualche modo stanno subendo delle conseguenze negative nelle loro vite o si trovano in carcere. Per questo, in un secondo momento, in Russia si è passati a metodi di protesta più velati.

C’è qualcosa che non abbiamo saputo in Occidente di questa situazione?

Dopo il 21 settembre del 2022, quando Vladimir Putin ha dichiarato la “mobilitazione parziale” della Russia, si è trattato, in realtà, di una mobilitazione totale, perché la chiamata è arrivata persino a coloro a cui non sarebbe dovuta arrivare: per esempio, in Yakutia sono stati mandati a combattere così tanti uomini che la mobilitazione in quella repubblica è stata paragonata a un genocidio. In risposta alla mobilitazione dichiarata da Putin, per le strade delle città russe c’è stata una nuova ondata di meeting pacifisti. Le manifestazioni non sono state di massa, ma nonostante ciò, hanno mostrato che in Russia ci sono ancora persone pronte a subire conseguenze, anche molto serie, pur di mostrare il proprio dissenso al regime putiniano. L’artista Sasha Skolicenko, nell’aprile del 2022, è stata trattenuta dalla polizia pietroburghese per aver scambiato i prezzi in un negozio di merci con dei biglietti su cui venivano raccontati dei fatti accaduti durante la guerra in Ucraina. Sasha è stata condannata per aver “mentito sull’esercito russo”.  Adesso rischia fino a 10 anni di carcere.

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Qual è il ruolo dei gruppi femministi che si battono contro la guerra di Putin?

Dopo l’inizio della guerra è nato un movimento pacifista femminista che unisce moltissime donne. Esiste un movimento femminista di resistenza contro la guerra che è plurale, che racchiude diversi gruppi femministi, come il “movimento femminista contro la guerra” (come, per esempio, il “Vesna – Primavera”). Dopo l’inizio della mobilitazione militare in Ucraina, proprio le donne hanno iniziato a lottare per i diritti dei loro uomini. In regioni diverse del Paese ci sono state manifestazioni contro la mobilitazione, partecipate per la maggior parte, dalle donne. Durante le manifestazioni di protesta contro la mobilitazione militare del 2022, per la prima volta nella storia, si sono arrestate per lo più è in maggioranza, donne. Questo si spiega col fatto che gli uomini, che in un primo momento si univano alle proteste, o sono già emigrati all’estero, o hanno paura di essere trattenuti dalla polizia (dato che ci sono stati molti casi di uomini trattenuti per strada e successivamente inviati al fronte a combattere). Le donne organizzano comitati per aiutare gli uomini mobilitati, i loro mariti e figli, li vanno a riprendere ai confini, scrivono lettere di protesta al governo, scrivono in nome di chi è stato catturato e di chi è scomparso. Al momento le proteste pacifiste stanno diventando sempre più di stampo femminile.

Perché il regime di Putin sembra avere ancora molto consenso? È un effetto della propaganda mediatica che arriva in Occidente oppure un problema dovuto alla propaganda interna al Paese?

Molte sono le domande che ci stiamo facendo anche noi che protestiamo contro la guerra. Specialmente se le fa chi ha scoperto che persone a lui vicine, di cui aveva una buona considerazione, si sono rivelate cieche nei confronti della tragedia che sta avvenendo o addirittura gioire di questa situazione. Come dimostrano alcune ricerche sociologiche, la maggior parte dei russi che supportano la guerra sono persone anziane. Da qui si potrebbe trarre una prima conclusione, che il fattore principale di questa operazione è l’età. Eppure, allo stesso tempo, vediamo donne anziane che scendono in piazza a protestare e anche tra i contrari alla guerra, in generale, ci sono molte persone non più realmente giovani. Quindi? Dobbiamo darci una spiegazione più complessa. Altri fattori che influiscono sull’orientamento nei confronti della guerra sono: l’istruzione, la famiglia e la cerchia sociale. Abbiamo notato che tra chi supporta la guerra non ci sono persone più o meno istruite di quante non ce ne siano in chi l’avversa. In una stessa famiglia possono esserci persone che la supportano come persone contrarie alla guerra.

Perché persone di una stessa età, categoria sociale, con una stessa istruzione, appartenenti ad una stessa cerchia sociale e addirittura all’interno di una stessa famiglia, possono avere posizioni così opposte tra loro? Evidentemente l’unica risposta possibile è che dipende da fattori interni all’essere umano. Perciò, il fattore più importante da tener presente in questa situazione è l’empatia. È noto che, con qualche rara eccezione, l’empatia è presente, anche se in modo diverso, in tutti gli esseri umani, e che durante la vita il livello di empatia provato tende a cambiare. In molti sopravvissuti a situazioni di grave pericolo, di solito, si sviluppa un’empatia maggiore, mentre in coloro che devono riuscire a vivere utilizzando qualsiasi mezzo, ad arrangiarsi con qualsiasi mezzo possibile pur di tirare avanti, il livello di empatia tende ad atrofizzarsi. Il livello di empatia può abbassarsi anche a causa della propaganda, certo. Nel caso in cui un gruppo di persone viene considerato diverso dagli altri e isolato, a quel punto non verrà più visto come un gruppo di persone “normali”, con i propri problemi e le proprie sofferenze. Perché non tutti hanno perso la propria capacità di empatia e alcuni vedono la guerra in Ucraina come una sconfitta personale? Forse in questo caso si dovrebbe parlare anche di moralità, della capacità di affrontare la propaganda e di andare contro al pensiero della maggioranza. Di non essere conformisti. È evidente però che, negli ultimi tempi, i russi subiscono una forte propaganda. In questa situazione di guerra, i soldati ucraini non vengono chiamati “militari”, ma “neonazisti”, e i comuni cittadini ucraini vengono considerati come dei “leccaculo” e sostenitori di Bandera (Stephan Bandera, politico ucraino nazionalista di estrema destra, ndr). È normale che una persona sia preoccupata per le persone care che hanno subito ingiustizie e che vivono nel Donbass, o che sia dispiaciuta per chi ci vive o ci viveva. Ma chiudere gli occhi sulla morte degli ucraini, non provando per loro alcun tipo di compassione, non è normale. Chi lo fa di solito crede di essere nel giusto, cullandosi con le idee di difesa della patria nei confronti dei “neonazisti”. Di regola evita di guardare qualsiasi tipo di documentario o reportage che parli della tragica morte dei civili ucraini, perché questo gli fa paura. Perché, conoscendo la storia dell’umanità, dovrebbe ammettere di aver perso anche quelle minime qualità che lo rendono umano, scoprendo di essersi arreso alla propaganda. Alcuni, pur vedendo le immagini dei morti ucraini, continuano a ripetere che i feriti e i morti sono in realtà degli attori, e che tutta la distruzione è stata prodotta dall’esercito ucraino. E viene ripetuto, nonostante la Russia non nasconda il fatto di colpire obiettivi civili o infrastrutture civili. Mentre i propagandisti dichiarano, con gioia, di aver realizzato dei blackout nelle centrali elettriche e generato una mancanza di acqua e gas in tutta l’Ucraina. Che significa che milioni di abitanti ucraini sono morti anche di freddo, di fame, e non sono stati in grado di condurre una vita in condizioni anche solo semplicemente accettabili. Insomma, dopo l’invasione dell’Ucraina, molti non si sono fatti un esame di coscienza e hanno dimostrato le loro bassissime qualità umane, anche verso coloro che sono contrari alla mobilitazione militare e alle decisioni del regime di Putin, che subiscono personalmente delle conseguenze ingiuste e disumane, quotidianamente.

Leggi anche: La nostra rubrica IN CIRCOLO “Per una pace senza armi”

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