venerdì, Maggio 27, 2022

Carne, insetti e vegetali. Esiste il cibo che salva il Pianeta?

Con la crescita della popolazione mondiale e dell’inquinamento, dovremo ripensare le nostre abitudini alimentari in chiave sostenibile. La commissione Eat Lancet ha elaborato una dieta che mira a evitare sprechi, ridurre l'impatto ambientale e migliorare la nostra salute

Antonio Carnevale
Nato a Roma, giornalista pubblicista dal 2012, autore radiofonico ed esperto di comunicazione e new media. Appassionato di sport, in particolare tennis e calcio, ama la musica, il cinema e le nuove tecnologie. Da qui nasce il suo impegno su StartupItalia! e Wired Italia, dove negli anni - spaziando tra startup, web, social network, piattaforme di intrattenimento digitale, robotica, nuove forme di mobilità, fintech ed economia circolare - si è occupato di analizzare i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno portando nella nostra società e nella vita di tutti i giorni.

Come sappiamo, tutte le nostre azioni hanno un impatto ambientale. Anche quello che mangiamo. Negli ultimi sessant’anni, ad esempio, complici la crescita della popolazione e quella del reddito medio individuale, il consumo di carne ha raggiunto un’incidenza ragguardevole sull’ambiente.

Nel 2020 la produzione mondiale di carne è arrivata a 333 milioni di tonnellate, di cui oltre 130 milioni riguardano il pollame. Numeri impressionanti, se pensiamo che dagli anni Sessanta a oggi la quantità di carne prodotta è praticamente quintuplicata.

Non è un aumento indolore. Stiamo pagando un prezzo altissimo in termini di consumo di suolo, emissioni inquinanti, perdita di biodiversità. L’industria della carne è oggi una delle principali responsabili dell’emissione di gas serra: secondo le ultime ricerche, l’agricoltura animale impatta per circa il 16,5% sull’ambiente. I dati diffusi dal WWF lasciano pochi dubbi: circa l’80% del disboscamento della foresta amazzonica è dovuto alla necessità di fare spazio agli allevamenti di bovini.

Senza dimenticare che negli allevamenti intensivi vengono allevati e uccisi ogni anno circa 70 miliardi di animali (fonte Compassion in World Farming) e che questi luoghi sono considerati dagli esperti dei pericolosi veicoli di trasmissione di malattie zoonotiche. La Commissione Europea ha calcolato che zoonosi e resistenza antimicrobica causano ogni anno 33mila morti in Unione Europa.

Le alternative sostenibili alla carne

Science afferma che la quantità massima di carne che una persona dovrebbe mangiare per la salvaguardia della biodiversità equivale al 10% delle calorie consumate.

Eppure, nonostante l’allarme lanciato dalla comunità scientifica, ogni anno negli Stati Uniti e in Australia si mangiano in media 100 chilogrammi di carne a persona. Solo in Europa occidentale si consuma dieci volte la quantità di carne di paesi come Etiopia, Rwanda e Nigeria e venti volte la quantità di quella consumata in India.

Entro il 2050 la popolazione mondiale potrebbe arrivare a 10 miliardi di persone: per quella data la FAO stima che la produzione di carne potrebbe raddoppiare. Appare davvero necessario allora trovare generi alimentari “alternativi”, che possano nutrire un gran numero di persone.

Recentemente, ad esempio, la Commissione europea ha autorizzato la commercializzazione della tarma della farina e delle locuste come prodotto a sé o come ingrediente di altre preparazioni. Nel mondo già due miliardi di persone consumano regolarmente insetti e sono almeno 1900 le specie commestibili. Allevare insetti ha dei vantaggi, perché richiede meno spazio, meno risorse idriche e produce meno gas climalteranti. Inoltre, gli insetti sono stati riconosciuti dalla Fao una fonte proteica “sana e altamente nutriente, ricca di grassi, proteine, vitamine, fibre e minerali”. Tuttavia, non è l’unica alternativa alla carne. Ci sono funghi e alghe, ma anche legumi, soia, uova.

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La dieta Eat Lancet

La Commissione EAT-Lancet, che è composta di trentasette dei maggiori scienziati mondiali di nutrizione e sostenibilità provenienti da sedici Paesi diversi, ha formulato delle linee guida per una dieta davvero sostenibile. La Planetary Health Diet, questo il nome, prevede una riduzione del 90% del nostro consumo di manzo, che equivale a consumare circa una bistecca al mese. La dieta è basata essenzialmente su alimenti di origine vegetale, ridotte quantità di alimenti di origine animale, grassi insaturi piuttosto che saturi e limitate quantità di cereali raffinati e zuccheri.

Per aiutare il nostro pianeta sarebbe opportuno mangiare più fagioli e legumi, noci e semi. L’ideale, però, sarebbe passare completamente a una dieta vegetariana o, ancora meglio, vegana. Tali linee guida mirano a migliorare la nostra salute, riducendo il rischio di malattie non trasmissibili (malattie cardiovascolari, cancro del colon-retto e diabete di tipo 2) e gli impatti ambientali.

In un recente studio, Marta Tuninetti, Luca Ridolfi e Francesco Laio del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture del Politecnico di Torino (DIATI), hanno introdotto l’indicatore Diet Gap per valutare i sistemi alimentari in uso nel mondo.

Applicando un’analisi statistica avanzata, i ricercatori hanno mappato il divario dietetico di 15 alimenti essenziali in 172 paesi dal 1961 al 2018, scoprendo che i Paesi più sviluppati hanno un consumo superiore a quello ottimale di prodotti animali, grassi e zuccheri. “Dovremmo limitare il nostro consumo settimanale di carne rossa a un massimo di 200 grammi”, spiegano gli autori. Tuttavia, la media mondiale supera di 2,5 volte questa soglia. Quella europea di ben quattro volte.

Anche in merito al consumo di legumi, abbiamo un problema. Il Diet Gap, infatti, fa registrare un consumo ben inferiore alla quantità ideale (circa 100 grammi al giorno), soprattutto nei Paesi più sviluppati. “Il consumo di frutta e verdura – proseguono – mostra invece una dinamica più virtuosa, dal momento che in molti Paesi del mondo le soglie suggerite dalla Commissione EAT-Lancet, 300 grammi di verdura al giorno e 200 grammi di frutta, sono rispettate”.

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Un’alimentazione sostenibile per salvare il Pianeta

Le diete a base di carne sono responsabili di quasi il doppio delle emissioni di gas serra al giorno rispetto a quelle vegetariane e circa due volte e mezzo rispetto alle vegane. Secondo Nature, entro il 2050 i cambiamenti dietetici e la maggiore propensione alle diete vegetali potrebbero liberare diversi milioni di chilometri quadrati di terra e ridurre le emissioni globali di CO2 fino a 8 miliardi di tonnellate all’anno, che equivalgono circa al 21% delle emissioni odierne.

Ma questo significa che la quantità di frutta, verdura, frutta a guscio e legumi consumata a livello globale dovrà raddoppiare, mentre quella di alimenti come carne rossa e zucchero dovrà ridursi di oltre il 50%. Michael Eisen, professore di genetica all’Università di Berkeley e il professore emerito di biochimica alla Stanford University, Patrick Brown, sono andati oltre. Hanno provato infatti a ipotizzare un mondo nel quale, per i prossimi 15 anni, si smettesse di consumare carne e latticini. In tali condizioni, secondo i loro calcoli, il processo di riscaldamento del globo potrebbe essere fermato per i successivi 30 anni.

Il loro studio pubblicato nel febbraio scorso stima che, mantenendo tutte le altre fonti di emissioni di gas serra invariate e costanti, l’eliminazione delle principali fonti globali di metano e ossido nitroso unite al recupero delle foreste sulle aree attualmente utilizzate per la produzione di carne e latticini, permetterebbe di compensare buona parte delle altre emissioni e di stabilizzare la temperatura globale. Ovviamente si tratta di un modello scientifico impossibile da replicare nella realtà, ma ci mostra chiaramente come, con la crescita della popolazione mondiale e dell’inquinamento, la scarsità delle risorse e i cambiamenti climatici, il problema alimentare è destinato ad avere un ruolo centrale nei prossimi anni.

Realisticamente, Nature ha calcolato che se la popolazione globale passasse a una dieta a base vegetale e le aree attualmente utilizzate per l’allevamento degli animali fossero riforestate entro il 2050, aumenterebbe al 66% la probabilità di rispettare l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi di rimanere entro 1,5°C di aumento della temperatura media della Terra.

Non solo. Se venissero scelti modelli alimentari più sostenibili, le emissioni di gas serra e l’uso del suolo verrebbero ridotti fino al 70%. Infatti, se un amante della carne è responsabile ogni anno di circa 3,3 tonnellate di CO2, un vegetariano solo di 1,7 tonnellate, un vegano di 1,5. Verrebbe dimezzato anche l’impiego di acqua. Basti pensare che un pasto sostenibile necessita di almeno mille litri di acqua, uno ricco di proteine animali o non di stagione ne richiede almeno tremila.

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La risposta dei consumatori

È evidente, dunque, che per arrestare il riscaldamento globale e la perdita di biodiversità dovremo ripensare anche il nostro attuale sistema alimentare, a partire da quello che portiamo a tavola ogni giorno. Il WWF, ad esempio, nell’ambito della sua campagna Food4Future, ha avviato una collaborazione con la chef Antonia Klugmann. Durante l’anno, condividerà sui suoi canali social delle ricette per suggerire menù sostenibili, basati su prodotti stagionali e biologici.

Rivedere le nostre abitudini alimentari è una responsabilità che le persone sentono di avere, anche se non tutte sono disposte a cambiare (o sanno come farlo). Secondo il People’s Climate Vote, il sondaggio mondiale promosso dal Programma di sviluppo Onu e l’Università di Oxford che ha intervistato un milione e 200mila persone in cinquanta Paesi, due persone su tre pensano che il cambiamento climatico sia un’emergenza da affrontare subito. Ma solo una persona su tre pensa che si debbano incentivare le diete a base vegetale.

Nonostante questo uno studio di Innova market insights, che ha analizzato i food trends del 2022, prevede per quest’anno un aumento negli acquisti di alimenti a base vegetale. Secondo la ricerca, i consumatori vogliono essere rassicurati sul fatto che le loro scelte abbiano un impatto positivo sul clima e questo aumenterà anche la domanda di prodotti contenenti ingredienti riciclati e a km 0.

Per incentivare la transizione verso una dieta sostenibile anche la Commissione EAT-Lancet suggerisce alcuni interventi, dalla sensibilizzazione dei consumatori, all’introduzione di incentivi economici per i più poveri per il reperimento di frutta e verdura fresca, fino alla tassazione delle bibite gasate. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è intervenuta concretamente in tal senso, proclamando il 2021 Anno internazionale della frutta e della verdura (AIFV).

L’AIFV si è chiuso nel febbraio scorso e avuto tra i suoi obiettivi proprio quelli di sensibilizzare l’opinione pubblica e orientare le politiche sui vantaggi derivanti dal consumo di frutta e verdura, condividere buone pratiche alimentari in termini di produzione e consumo, promuovere diete e stili di vita diversificati, equilibrati e sani. “Senza un’alimentazione sana non possiamo sperare di porre fine alla malnutrizione e non sconfiggeremo la fame se non arginiamo le perdite alimentari”, ha dichiarato la vicedirettrice generale della FAO per il clima e le risorse naturali, Maria Helena Semedo.

I numeri ci dicono infatti che ben tre miliardi di persone nel mondo non hanno neanche la possibilità socio-economica di adottare una dieta salutare e per un miliardo e mezzo è impossibile seguire un regime alimentare che raggiunga gli standard minimi di nutrienti essenziali. Ecco perché agire per stimolare un consumo consapevole di questi alimenti sarà una delle sfide cruciali dei prossimi anni.

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