sabato, Maggio 28, 2022

Carlo Petrini: “Il cibo? Locale, circolare e senza sprechi. Perché mangiare è un atto politico”

Intervista al fondatore di Slow Food sul futuro del sistema alimentare: puntare su innovazione, circolarità, difesa della biodiversità, senza dimenticare tradizione e cultura del territorio

Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità
Lo scorso 5 febbraio è stata la Giornata nazionale di Prevenzione e contro lo spreco alimentare. Di recente Slow Food insieme a Zero Waste Europe ha pubblicato una guida per le città contro lo spreco. Partiamo da questo tema. Perché è importante la lotta allo spreco alimentare?

Lo spreco è uno dei grandi problemi della nostra società. Un terzo del cibo prodotto globalmente viene sprecato e se i rifiuti alimentari fossero un Paese, sarebbero il terzo emettitore di gas serra al mondo. Questo fa capire quante energie nel settore agrario consumiamo per qualcosa che poi viene buttato. Per produrre  la parte di cibo che sprechiamo vengono utilizzati oltre 250 miliardi di litri d’acqua, il 30% delle terre viene sfruttata inutilmente e si immettono nell’atmosfera più di 3 miliardi di tonnellate di CO2.

Nonostante nel mondo venga prodotto abbastanza cibo per tutti gli abitanti, malnutrizione e fame continuano a colpire milioni di persone. Uno scenario contraddittorio se pensiamo che, nella parte che noi identifichiamo come la più fortunata del mondo, buona parte della popolazione fa i conti con l’obesità e patologie legate all’ipernutrizione. Questi sono i grandi paradossi del nostro sistema alimentare. Tutto questo necessiterebbe di una corretta educazione alimentare e di una più efficace distribuzione degli alimenti. Se fosse possibile recuperare tutto il cibo che sprechiamo, si potrebbero sfamare quasi 2 miliardi di persone.

C’è necessità di intervenire per cambiare questa situazione attraverso misure chiare ed efficaci da parte delle istituzioni e un consumo più consapevole e attento al valore del cibo da parte degli individui.

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La lotta allo spreco è per sua stessa natura parte dell’economia circolare. Ma come si applica questo approccio “non lineare” al sistema alimentare globale? L’economia circolare può davvero aiutare la transizione verso un cibo più equo e sostenibile?

Sono convinto che tutto il sistema alimentare sia da osservare sotto la lente dell’economia circolare. A livello globale dobbiamo smettere di consentire che il sistema industriale/lineare e la massimizzazione dei profitti legittimino la creazione di sprechi giganti.

Pensare in maniera circolare non vuol dire solo ridurre gli sprechi, bensì essere in grado di dare una seconda vita agli scarti di produzione che vengono a crearsi ad ogni step della filiera agroalimentare. Aggiungo, prodotti di lavorazione che prima venivano considerati come veri e propri rifiuti, oggi, grazie al pensiero sistemico, possono rappresentare una preziosa materia prima per altre catene produttive. D’altronde questo è un approccio che ha radici storiche ben salde. Prima dell’avvento dell’industrializzazione, la produzione alimentare veniva rispettata per la  sua stessa natura circolare. Potrà sembrare banale ma il detto di origine contadino che dice “del maiale non si butta via niente”, oltre ad averlo sentito spesso dai nostri nonni, è riflesso di una cultura alimentare dove non erano ammessi sprechi. Una forma di rispetto verso ogni materia prima, che fosse essa di origine animale o di origine vegetale e che per molti, va detto, faceva parte di un’economia domestica incentrata sulla sussistenza e non sull’abbondanza. Questi aspetti hanno mantenuto nel tempo una cultura degli alimenti dove tutto era considerato utilizzabile, dal gambo del broccolo alla cotenna del maiale.

Con l’avvento della rivoluzione industriale prima, e del capitalismo poi, il nostro modo di pensare al comparto alimentare è cambiato, dando vita ad un sistema lineare che è  in cui l’unico percorso perseguibile è materia prima-prodotto-profitto. Questo sistema ha sì portato un livello di benessere più diffuso, ma ha anche generato una quantità immensa di spreco. Il sistema alimentare deve tornare ad avvicinarsi al concetto della circolarità per poter essere sostenibile, sapendo unire gli aspetti culturali della nostra tradizione  ai concetti innovativi che ci porta l’economia circolare.

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Lei parla di innovare ma anche di preservare gli aspetti culturali della nostra tradizione alimentare. Come lo immagina lei il cibo del futuro? Davvero mangeremo insetti o bistecche a base vegetale “stampate” in 3D?

Da secoli gli insetti sono parte di molte culture alimentari del mondo. Ed è proprio per la connotazione culturale delle nostre scelte alimentari che vedo difficile una loro adozione su larga scala qui in Europa.

Per favorire una cultura del cibo davvero sostenibile e un cambio di paradigma rispetto alla produzione di proteine animali, le innovazioni devono essere in linea con il contesto culturale all’interno del quale si sviluppano. Solo in questo modo potranno essere accolte dalla società. Un’innovazione slegata dalla nostra cultura difficilmente risulterà sostenibile sul lungo termine. E in questo penso che gli insetti ed altre innovazioni possono essere  una parte della soluzione. Ma non possono però essere l’unica soluzione.

Sul fronte dell’allevamento, ad esempio, sono convinto che c’è necessità di ripensare il nostro modo di attuare, ma a differenza di quanto viene promosso da alcuni tramite il ricorso alla carne sintetica, la soluzione non va ricercata rifiutando l’allevamento, quanto piuttosto cercando di cambiarlo.

E nel fare ciò dobbiamo prendere come esempio quelle realtà virtuose in cui gli animali non trascorrono tutta la loro vita in spazi angusti, alimentati a mangimi a base di soia ogm, ma di allevamenti in cui possono pascolare e soddisfare i propri bisogni. Dove molto spesso l’allevamento si sviluppa insieme all’agricoltura, a formare un sistema a ciclo chiuso di materia ed energia, dove non ci sono scarti e dove viene preservato l’equilibrio degli ecosistemi e garantito cibo sano.

Slow Food da sempre promuove i prodotti artigianali locali nonché la biodiversità alimentare. Perché è così importante mantenere la diversità delle colture e difendere le piccole realtà produttive del cibo?

Sono convinto che la parola biodiversità sia strettamente correlata al concetto di resilienza. Le produzioni artigianali ed i loro prodotti sono espressione diretta della diversità alimentare. Alcuni studiosi dell’Università di Stanford hanno spiegato questi concetti paragonando le specie e le varietà di un ecosistema, che costituiscono la biodiversità, ai rivetti che tengono insieme un aeroplano. Se facciamo saltare dei rivetti, per un po’ non capita nulla, l’aereo continua a funzionare. Ma poco per volta la struttura si indebolisce e, a un certo punto, basta togliere anche solo un rivetto e l’aereo precipita.

Secondo la FAO tra il 1900 e 2000 abbiamo perso il 75% della biodiversità agricola ed un recente studio ha previsto che circa il 20% delle varietà selvatiche, alcune delle quali alla base delle diete di popolazioni indigene di ogni parte del pianeta, potrebbero sparire entro il 2055. Dobbiamo difendere la nostra biodiversità alimentare il più possibile per far sì che il nostro aereo, ovvero la nostra casa comune, non precipiti. Ogni produttore artigianale e ogni prodotto tradizionale rappresentano proprio dei rivetti nel sistema alimentare e vanno difesi.

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Che ne dice della Strategia europea Farm to Fork? Si può fare di più per ridurre l’impatto sul clima e sull’ambiente delle produzioni alimentari?

Era più che mai necessario che nel dibattito sulla conversione ecologica e sulla transizione del nostro sistema alimentare arrivassero anche le istituzioni europee con iniziative concrete e a lungo termine. È  più che mai giusto che l’UE  abbia preso degli impegni in questo ambito con il Green Deal e la Farm to Fork strategy.

Ad ogni modo non è tutto. Il vero cambiamento passa anche dalla vita dei cittadini. E se è bene che vengano indirizzati da parte della politica, tuttavia non bisogna sminuire la portata del cambiamento che risiede nella concretezza delle azioni quotidiane di ognuno di noi. 

Allora cosa possiamo fare noi singoli cittadini? Se è vero che siamo ciò che mangiamo, come dovremmo scegliere i nostri consumi alimentari, per essere cittadini migliori?

Scegliere laddove possibile cibo locale, prodotto nel rispetto dell’ambiente è un’importante forma di aiuto per l’agricoltura e l’economia del territorio. Dobbiamo comprare solo quel che serve e scegliere prodotti sfusi, o con packaging essenziali e riciclabili, e così facendo evitare rifiuti e sprechi superflui.

Scegliere cosa acquistare è un atto politico molto importante. Scegliere un prodotto significa supportare un’idea, il lavoro dei produttori, e la comunità di cui fanno parte. In sintesi significa consentire a un sistema virtuoso di vivere. E questo è un atto politico.

Se è così mi permetta un’ultima domanda. Perché, come dice Slow food, “piccolo è bello” e anche meglio se è “a km 0”? Oltre all’ambiente, c’è anche una comunità che va difesa?

I produttori di piccola scala sono spesso soggetti che si fanno promotori della cultura del territorio. Si tratta di aziende la cui identità si contraddistingue per il legame storico che hanno con il luogo in cui sono inserite, e la cui produzione è molte volte caratterizzata dalla diversificazione delle colture.

Inoltre, è bene non dimenticare il contributo che danno in termini di sviluppo sostenibile a livello locale, innescando sinergie positive tra economia, ambiente e tessuto sociale. Aggiungo, quest’ultimo elemento del tessuto sociale, è a mio modo di vedere un aspetto da difendere. Ci muoviamo sempre più verso un mondo dove c’è mancanza di connessione umana, dove la prerogativa è digitalizzare e ottimizzare tutto ciò che facciamo, perdendo di vista la necessità di mantenere vivi quegli attori che favoriscono il senso di comunità e che promuovono l’economia relazionale.

Io penso che nel loro agire quotidiano, i produttori di piccola scala favoriscano tutti questi aspetti. Ecco dunque perché piccolo è bello.

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