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mercoledì, Luglio 28, 2021

Food for Soul: quando il cibo incontra il Social Design

Dalla collaborazione tra artisti, designer, chef e volontari nasce Food for Soul, un progetto che combatte lo spreco alimentare servendo pasti di alta qualità all'insegna dell'inclusione sociale

Marco Pietrosante
Progettista e accademico si occupa di Design Strategico e innovazione, affrontando i temi della sostenibilità e del cibo. È Art Director nel campo della comunicazione e del design industriale, collaborando con Enti pubblici e aziende private. Promuove in ambito culturale, eventi, convegni, workshop inerenti il design in qualità di Project Manager. Ha iniziato l’attività professionale centrando l’attenzione sui temi della sostenibilità ecologica e sociale in sinergia col mondo imprenditoriale e associativo; attualmente si occupa di Social Design in relazione al mondo della produzione alimentare.

Si chiama Food for Soul ed è il progetto proposto e realizzato da Lara Gilmore e Massimo Bottura per combattere lo spreco alimentare. Il progetto propone di aprire dei luoghi per la ristorazione pensati per l’inclusione sociale attraverso la somministrazione alimentare di qualità, rivolto alla comunità dei soggetti deboli (ma non solo) e dalle forti valenze architettoniche; avvalendosi dell’aiuto di chef, artisti, designer, architetti ed operatori legati al mondo alimentare, in collaborazione con enti e associazioni del territorio. Nata nel 2015, sono state aperte ad oggi diverse sedi: in Italia, Francia, Inghilterra e Brasile e sono previste apertura in Messico, Stati Uniti e Canada.

Il Benessere Interno Lordo

Il bisogno di benessere unisce il Social Design al tema del cibo, alla sua corretta gestione ed equa distribuzione, in forza dell’analisi degli indici adottati per la misura dello sviluppo umano attraverso il BIL (Benessere Interno Lordo) delle nazioni. Tali indici, utilizzati dall’agenzia dell’ONU denominata UNDP (United Nations Development Programme) sin dal 1990, sono parte integrante nella relazione dei suoi rapporti annuali (HDI – Human Development Index). L’analisi di tali report sono elementi determinanti nella ricerca che viene affrontata in merito alla progettazione legata al food, definito Food Design, un’area progettuale nuova ed in continua evoluzione che assume i paradigmi propri del design industriale, comunemente associato all’industria manifatturiera, come strumento di progettazione nell’ambito dell’industria alimentare e dei servizi legati al mondo del cibo.

Una lettura critica della contemporaneità

Anche nei centri di formazione superiore dediti al design si moltiplicano le attività che ponendo al centro il tema del cibo, individuano percorsi e progettualità che si occupano di affrontare le problematiche presenti in diverse situazioni. Le difficoltà determinate da eventi di carattere emergenziale quali, ad esempio, le calamità naturali, sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico, oppure legate alla socialità nei luoghi del disagio come i centri di detenzione o accoglienza e gli ospedali; sorte da disfunzioni strutturali presenti in determinate zone geografiche o infine, centrate sul tema delle migrazioni di necessità, tornato prepotentemente di attualità negli ultimi decenni. Tutti argomenti nati dalla lettura critica della contemporaneità, tema che rappresenta il vasto ambito in cui il design, nella sua interezza, esprime la propria specificità.

Gli indici adottati internazionalmente dall’UNPD (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) per misurare l’evoluzione della ricchezza dei paesi comprendono, oltre ai consueti valori tipici nella misura del PIL, valori legati alla crescita del livello sanitario, dell’educazione e del reddito pro capite. Tematiche che trovano nel progetto legato al cibo, un efficace veicolo di crescita e divulgazione. Argomenti che hanno visto, in occasione del recente Expo15 “Feed the world, energy for life” tenutosi a Milano e dedicato al cibo, molti esempi applicativi proposti dai diversi protagonisti della kermesse come ad esempio, gli enti, i progettisti, gli imprenditori, le università e i centri di ricerca anche in collaborazione tra di loro.

Le riflessioni sul tema del Social Design in ambito food porta a ragionare sul sistema produttivo, distributivo, comunicativo ed operativo, evidenziando le notevoli aree di progetto nelle quali i designer possono essere parte attiva e propositiva. E sebbene non manchino gli esempi, come abbiamo visto, molto ancora si può e si deve fare per diffondere quella “cultura del progetto” in grado di offrire strumenti per la lettura del contemporaneo che Giulio Carlo Argan ed i suoi colleghi, si proponevano di promuovere dando vita, negli anni ’70, ai primi centri di studio sul design in Italia.

La storia del Social Design

La progettazione inerente il Social Design ha una lunga storia anche se solo negli ultimi anni ha trovato un suo spazio nella comunicazione della disciplina del design. Nasce verso la fine degli anni ’60 grazie al contributo di progettisti e teorici del design che proposero, sulla spinta dei movimenti giovanili dell’epoca, un nuovo modo di interpretare i termini di crescita e di sviluppo.

Fu in forza del pensiero di grandi maestri come Thomás Maldonado o Victor Papanek che il mondo del progetto si avvicinò ad istanze che avrebbero trovato la loro maturazione in epoche recenti. Loro furono tra i principali artefici che in quegli anni teorizzarono, e praticarono, la declinazione del progetto industriale in una chiave che poneva al centro dell’azione il rispetto dell’ambiente e della dignità umana, raccogliendo le suggestioni di un filosofo seminale quale Hans Jonas che in quegli stessi anni dava alle stampe il suo Il principio responsabilità, in cui l’autore poneva l’attenzione sui problemi etici e sociali determinati dalla presenza pervasiva della tecnologia nei vari aspetti della vita sul Pianeta.

Dal canto suo Maldonado, nel saggio La speranza progettuale, previde con lucida intelligenza le problematiche ambientali, economiche, sociali verso cui il nostro sistema industriale stava correndo a tutta velocità. Quelle istanze sulle quali pose l’accento, furono invise al mondo economico per decenni; quei designer e studiosi che, allarmati dall’incosciente depauperamento delle risorse e del territorio, proposero al mondo produttivo progetti ed innovazioni sensibili al tema ambientale, ottennero indisponibilità ed irrisione. Salvo poi, sul finire degli anni ’90, riscoprirsi tutti green ed oggi, a mezzo secolo da quella Speranza di Maldonado, assumere la tematica ambientale come parte integrante dell’azione, sincera o fittizia, di qualsiasi attività imprenditoriale o politica, con il proposito di intercettare il consenso, proponendo orizzonti nuovi per il benessere.

Le proposte del Social Design

Il Social Design propone oggi una rinnovata tensione morale che, così come accaduto per le istanze di carattere ecologico del periodo a cavallo tra XX e XI secolo, potrà essere uno dei protagonisti del progetto dei prossimi anni, e il design del cibo sarà uno degli ambiti più intensi di intervento, proprio in virtù delle sue specifiche qualità che lo legano alla salvaguardia delle forme viventi del Pianeta.

È una speranza ma anche un buon auspicio, per innovare un sistema umano i cui paradigmi sempre più mostrano la corda, come i recenti e drammatici accadimenti hanno palesato con estrema chiarezza.

 

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