venerdì, Ottobre 23, 2020

Occupazione, regole e investimenti: l’Italia circolare alla prova della pandemia

L'Italia è prima in Europa per indice di circolarità. Tra segni di flessione evidenti già prima della pandemia e punti di forza, per fare del settore il volano della ripresa servono scelte politiche e imprenditoriali coraggiose

Caterina Ambrosini
Caterina Ambrosini
Laureata in Gestione dell’ambiente e delle risorse naturali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam con specializzazione in Biodiversità e valutazione dei servizi forniti dall'ecosistema. Da inizio 2020, collabora con l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare nel lavoro di mappatura delle realtà nazionali e nella creazione di contenuti.

Ogni anno una persona utilizza in media più di 11 tonnellate di materiali. Di queste 11 tonnellate utilizzate, solo un terzo ha una vita utile che dura oltre i 12 mesi e ben un quarto viene disperso nell’ambiente. Considerando l’intero contesto globale, un terzo dei materiali è ritenuto rifiuto e per la maggior parte destinato a discarica. Ma la prospettiva più preoccupante è che accanto all’aumento dell’utilizzo di materiali pro capite previsto negli anni a venire, è anche atteso un incremento della popolazione mondiale.

L’economia circolare, con la sua spinta alla rigenerazione, rappresenta per tanti una risposta necessaria a scongiurare gli effetti nefasti di questo scenario, ma il quadro emerso dall’ultimo Rapporto annuale sull’economia circolare in Italia di Circular Economy Network (Cen) ed Enea evidenza come già prima dell’emergenza coronavirus (il report analizza le dinamiche del settore nel 2019) l’Italia mostrasse segnali di una leggera ma preoccupante flessione dell’occupazione in alcuni ambiti strategici del contesto circolare.

Momentaneamente ai box

Il Belpaese è primo in Europa per indice di circolarità, somma delle valutazioni nei cinque settori chiave dell’economia circolare: produzione, consumo, gestione dei rifiuti, materie prime seconde, innovazione e investimenti. Stando al report del Cen, la prestazione complessivamente positiva nasconde delle criticità importanti che mettono l’Italia momentaneamente ai box nello sviluppo dell’intero comparto circolare. E a lungo termine questo rallentamento potrebbe minare i risultati importanti raggiunti fino ad oggi.

Questa battuta d’arresto sta avendo particolare impatto sull’occupazione in alcuni comparti. Il Cen mostra l’Italia sul podio per numero di occupati nei settori del recupero, riciclo e riutilizzo (seconda solo alla Germania) con 517.440 lavoratori. Ma questo dato è in calo dell’1% rispetto al 2010. Per Edo Ronchi, presidente del Cen e già ministro dell’Ambiente, “è un paradosso che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri”. Certo, il tasso di occupazione nei settori circolari considerati è pari al 2,06% del totale degli occupati in Italia, quindi superiore alla media dell’Europa a 28 (1,7%). Ma il segnale di rallentamento, seppur lieve, è precedente alla crisi del coronavirus e sarà importante, a fine 2020, valutare l’impatto della pandemia sul settore, il suo grado di resilienza e la capacità di fronteggiare le nuove sfide poste dall’emergenza.

Efficienza all’italiana

Ma a cosa è dovuto questo calo di occupati? L’edizione 2020 del rapporto sull’economia circolare punta il dito sulla riduzione degli investimenti, che a cascata si ripercuote su aspetti come proprio l’occupazione e l’innovazione, fondamentali per la competitività. Va però evidenziata una peculiarità tutta italiana: nel caso degli addetti alla riparazione, i nostri lavoratori, pur essendo numericamente meno (la metà) di quelli in altri Paesi come Spagna e Germania, sono molto più produttivi. L’aspetto che più colpisce dell’Italia circolare è che la scarsità di risorse investite nella creazione di ecoinnovazioni (qui siamo molto in basso nella classifica) è in un certo senso controbilanciata dagli ottimi risultati in termini di efficienza. Per ogni chilo di risorsa consumata, nel nostro Paese si producono 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24 euro di Pil per chilogrammo consumato. “Questa capacità esprime, dunque, una forza creativa capace di tradurre in solide realtà buone intuizioni” riflettono gli autori del report del Cen. Quindi la fase di stallo non ha compromesso la competitività e il primato dell’Italia nel 2019, ma che ne sarà del settore dal 2020 in poi?

Occupazione in picchiata

L’International Labour Organization (ILO), agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di giustizia e diritti legati al lavoro, stima una riduzione delle ore di lavoro dell’11,4 per cento in Europa nel terzo trimestre del 2020 (rispetto all’ultimo trimestre 2019), equivalente a 18 milioni di lavori a tempo pieno. Gli addetti dell’agenzia che monitorano la relazione tra occupazione e virus sostengono che “un eventuale aumento della disoccupazione mondiale nel 2020 dipenderà sostanzialmente da quanto velocemente l’economia si riprenderà nella seconda metà dell’anno e su quanto di fatto le misure politiche spingeranno la domanda di lavoro”. Ulteriore fardello per l’Europa è che il 42,1% dei lavoratori è occupato in settori ad alto rischio di collasso come manifattura, commercio, riparazione di veicoli e molti rami del comparto circolare.

Investimenti e governance

Il Documento di economia e finanza 2020 prevede un calo del Pil dell’8% e una ripresa del 4,7% nel 2021. La pandemia ha prodotto uno shock dal quale si può tentare di uscire seguendo due direttrici: abbandonando, come chiedono alcuni, ogni velleità di riconversione in chiave ecologica oppure, come indica anche il recente documento della Commissione Ue e del Consiglio europeo A Roadmap for Recovery – Towards a more resilient, sustainable and fair Europe, puntando tutto sulla transizione verde e sulla trasformazione digitale.

“Serve un intervento sistemico con la realizzazione di infrastrutture e impianti, con maggiori investimenti nell’innovazione e, soprattutto, con strumenti di governance efficaci” spiega Roberto Morabito, direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali di Enea. Gli addetti ai lavori convergono sul fatto che gli investimenti da soli non sarebbero in grado di rafforzare un sistema così complesso come quello dell’economia circolare, soprattutto se si vuole dare una scossa al Paese dopo questa fase di stop. Puntare su normative e strumenti di governance ben strutturati è ancora più importante per risollevare il sistema nel suo complesso: Edo Ronchi riflette sul fatto che “mancano ancora la Strategia nazionale e il Piano di azione per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero servire al Paese anche per avviare un percorso di uscita dai danni economici e sociali prodotti dall’epidemia del coronavirus”.

Segnali di risposta

Possiamo considerare però come segnali incoraggianti per una nuova spinta verso la circolarità quelli arrivati dal Ministero dell’Ambiente. Proprio nel pieno della pandemia, il ministro Costa ha firmato il decreto End of Waste (la cessazione della qualifica di rifiuto) per gli pneumatici fuori uso (pfu). Da questa decisione possono derivare nuovi sbocchi produttivi e nuovi posti di lavoro nella raccolta, trasporto e trasformazione dei pfu, che si aggiungeranno agli attuali 1.000 addetti. Inoltre, a questo regolamento è stato aggiunto lo scorso mese un ulteriore tassello importante, ovvero il decreto End of Waste per carta e cartone. Un segnale, dicevamo, al quale se ne devono necessariamente aggiungere altri in questa fase di risposta alla crisi innescata dal coronavirus: la possibilità di spendere in deficit aumentando il debito pubblico non implica che rilancio degli investimenti e snellimento delle procedure che vadano automaticamente a sostenere il cosiddetto Green new deal e l’aumento dell’occupazione.

 

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