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domenica, Febbraio 25, 2024

Mangimi più circolari riducono il consumo di acqua e di suolo

L'impiego di sottoprodotti agricoli nelle diete animali diminuirebbe la competizione tra i settori e la pressione sulle risorse. Ad affermarlo è lo studio frutto della collaborazione tra Politecnico di Milano e Università degli Studi di Milano, pubblicato su Nature Food. Ecco perché può essere un modello di bioeconomia

Andrea Martire
Andrea Martire
Laureato in Scienze Politiche, ha avuto una lunga collaborazione con "Il Caffè Geopolitico", testata di settore. Lo spinge uno spiccato interesse per lo studio del territorio urbano di Roma est, in cui vive e a cui ha dedicato 4 libri tra il 2017 e il 2022. Impiegato nell'associazionismo sindacale agricolo, ha esordito con un saggio ad Expo Milano nel 2015. È presidente di un'associazione che cerca di valorizzare quello che altri chiamano "periferia"

Mangimi più circolari aiutano a proteggere le risorse naturali, salvaguardando suolo e acqua. È il risultato dello studioPreservare la terra e le risorse idriche globali attraverso la sostituzione delle colture per l’alimentazione del bestiame con sottoprodotti agricoli“. Pubblicato in copertina da Nature Food, è il frutto della collaborazione tra il Politecnico di Milano e l’Università degli Studi di Milano e mette in luce come un maggior utilizzo di sottoprodotti nel settore mangimistico, in un’ottica circolare, possa portare a un significativo risparmio dell’uso di suolo e di risorse idriche e, pertanto, a una maggior sostenibilità dei sistemi agroalimentari.

“L’impiego di sottoprodotti agricoli nelle diete animali diminuirebbe la competizione tra i settori e la pressione sulle risorse, rendendo maggiore la disponibilità di calorie per l’uomo e potrebbe raggiungere anche il risultato di far aumentare la sicurezza alimentare in diversi Paesi, con scelte alimentari più salutari oltre che più sostenibili”. Sceglie parole nette Camilla Govoni, ricercatrice del Politecnico di Milano, che ha condotto lo studio con Maria Cristina Rulli del Politecnico di Milano, Paolo D’Odorico della University of California at Berkeley e Luciano Pinotti dell’Università degli Studi di Milano, per commentare lo studio realizzato dal team interdisciplinare.

L’analisi dimostra che una sostituzione con sottoprodotti agricoli dell’11-16% di colture ad alto contenuto energetico, oggi utilizzate come mangime animale (ad esempio i cereali), consentirebbe di risparmiare tra i 15.4 e i 27.8 milioni di ettari di suolo, tra i 3 e 19.6 km3 e tra i 74.2 e i 137.8 km3 di acqua di irrigazione e acqua piovana. Tale risparmio di risorse naturali rappresenterebbe anche una strategia adeguata per la riduzione dell’uso insostenibile delle risorse naturali sia a livello locale che globale, attraverso cioè il commercio virtuale di suolo e acqua.

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L’importanza dei sottoprodotti per gli animali

Ma cosa si intende con “sottoprodotti agricoli”? Si tratta di prodotti secondari derivati dal processamento di colture primarie come cereali e zucchero. Nello studio erano compresi la crusca di cereali, la polpa di barbabietola da zucchero, la melassa, i residui di distilleria e la polpa di agrumi.

Quale potrebbe essere il beneficio relativamente alla produzione di cibo? Gli alimenti di origine animale sono una rilevante fonte di proteine nelle diete umane e contribuiscono in media al 16% del fabbisogno alimentare globale a fronte di un utilizzo di suolo e di risorse idriche per la loro produzione pari a un terzo delle risorse utilizzate in agricoltura e fino a 3/4 dell’intero suolo agricolo. La produzione animale può quindi competere con la produzione alimentare vegetale; ben si comprende, dunque, il valore dello studio milanese, anche se il tema va inquadrato nella riflessione generale sul contributo dell’industria dell’allevamento intensivo alle emissioni di gas serra e dunque alla crisi climatica.

“L’utilizzo di ingredienti alternativi nelle diete animali comporterebbe un aumento della sostenibilità e una riduzione dell’impatto ambientale non solo a livello locale, ma anche su grandi distanze. Una diminuzione della domanda di mangime potrebbe determinare una minore importazione degli stessi con conseguenti benefici sia di tipo economico che socio-ambientale. Alla produzione di alcuni prodotti mangimistici, infatti, corrispondono sovrapressione sulle risorse idriche e deforestazione, con conseguenti effetti su concentrazione di gas serra in atmosfera e perdita di biodiversità”, ha spiegato Maria Cristina Rulli, docente di Idrologia e coordinatrice del Lab Glob3ScienCE (Global Studies on Sustainable Security in a Changing Environment) del Politecnico di Milano.

Altro elemento positivo risiede nel fatto che liberare risorse e spazio per i cereali, da sempre alla base della nostra alimentazione mediterranea, potrebbe portare un beneficio anche in termini di disponibilità di cibo per noi, in un momento storico in cui l’approvvigionamento cerealicolo deve fronteggiare gravi carenze dovute alla combinazione della guerra in corso tra Russia e Ucraina, agli effetti residui sull’approvvigionamento alimentare della pandemia di Covid-19 e a un calo dei raccolti causato da eventi estremi sempre più frequenti come le inondazioni, le siccità e le ondate di calore indotte dal cambiamento climatico.

“Le produzioni animali, convertendo foraggi e sottoprodotti agricoli in prodotti e servizi ad alto valore aggiunto, contribuiscono in modo fondamentale alla moderna bioeconomia. Accanto a ciò, gli allevamenti sono spesso ritenuti responsabili di un significativo impatto ambientale a livello globale, e per questo è fondamentale ripensare soprattutto l’alimentazione animale essendo uno dei principali motivi di competizione per le risorse”, spiega Luciano Pinotti, docente di Nutrizione e Alimentazione della Statale di Milano che aggiunge una nota sul metodo: “L’approccio deve essere quello di sviluppare una smart animal nutrition, in cui la ricerca deve proporre soluzioni per aumentare la produzione di proteine animali senza aumentare l’impronta ambientale delle stesse”.

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