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mercoledì, Gennaio 20, 2021

Mascherine monouso e pandemia: la cura potrebbe essere peggiore del male

Necessarie e utili, se ne producono troppe in modo sbagliato diventando un problema in termini economici e ambientali. Ma ci sono esempi interessanti, come quello della cooperativa bolognese Eta Beta. Che propone anche la mascherina a noleggio e la sanificazione fai da te

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Luigi Politano
Giornalista e autore, si è occupato di lavoro, mezzogiorno e criminalità organizzata. Ha lavorato per Exit e Gli Intoccabili (La7), collaborato con Report (Rai 3) e Current Tv. Cronista parlamentare e inviato per RedTv e Nessuno Tv (890 Sky), ha scritto per Repubblica, Corriere, La Stampa, Il Manifesto. Vincitore del premio Giancarlo Siani (2010), e del premio Giornalisti del Mediterraneo (2016), è fondatore della Round Robin Editrice, di cui è direttore editoriale.

A scanso di equivoci lo diciamo subito e in maniera chiara: le mascherine sono indispensabili, necessarie, utili e il loro mancato utilizzo in luoghi pubblici e/o a rischio per la comunità deve essere controllato. Se necessario – come estrema ratio  per chi non segue questa regola di convivenza civile – il mancato utilizzo deve essere anche sanzionato.

Ma altrettanto chiaramente bisogna sottolineare una cosa fondamentale: le mascherine monouso non sono la soluzione, non possono esserlo in alcune modo. L’enorme quantità prodotta di quelle di tipo chirurgico, usate da tutti gli enti – pubblici e privati – che prevedono un flusso di persone all’interno di spazi chiusi, vengono poi smaltite in discarica assieme al resto dell’indifferenziata.

Mascherine a noleggio, l’idea bolognese

Tenendo lontane derive ideologiche sul caso, l’indicazione di una soluzione pratica esiste ed è quasi banale: riutilizzo di mascherine lavabili. Un vero e proprio sistema produttivo, in realtà già esistente e che funziona da tempo. Dando per scontata – perché già verificata dalle autorità competenti – la sicurezza delle mascherine lavabili, la prima domanda a cui bisogna rispondere in tempo di crisi economica è certamente quella sui costi. Bene, per rispondere a questa ed altre domande prendiamo ad esempio una realtà bolognese: la cooperativa sociale ETA BETA.

Nata nel 1992, in tempo di Covid-19 la coop ha deciso di puntate su igienizzazione e sanificazione di vari presidi sanitari, con un occhio attento proprio alle mascherine. Joan Crous, fondatore della cooperativa, racconta dei diversi servizi al pubblico in tema di protezioni quotidiane, proponendo persino il noleggio che prevede recupero, lavaggio, sanificazione e riconsegna delle mascherine in contenitori appositi forniti dalla stessa coop. Il tipo di mascherina è ovviamente certificato e il costo del noleggio, e di tutta l’operazione, è di 0,60 centesimi di euro per ciascun pezzo.

L’idea del noleggio non vi convince? Le mascherine sono anche in vendita, sempre al costo di 0,60 centesimi di euro, ma con precise indicazioni da parte di Eta Beta per provvedere alla sanificazione fai da te. Un modello che appare assolutamente efficiente rispetto alla necessità di protezioni sicure, e che si sposa con una idea di produzione realmente vicina alle persone.

Non tanto la cura quindi, ma certo la prevenzione contro la pandemia globale potrebbe essere peggiore del male. Un iperbole, assolutamente voluta, per comprendere meglio quello che sta accadendo dallo scorso marzo in tutte le città italiane e, di fatto, ovunque nel mondo.

Una quantità pari ad alcuni miliardi di mascherine monouso sono state immesse, e continuano ad essere immesse, in questi mesi nella nostra vita, senza tener conto dell’impatto devastante che questa mega produzione sta portando all’ambiente visto l’utilizzo sconsiderato e irragionevole che se ne fa. E parliamo solo del prodotto, non del suo necessario utilizzo, è bene ribadirlo.

Anche le mascherine devono essere circolari

Quando non finiscono abbandonate per strada, spesso anche per distrazione o dimenticanza (ma la sostanza non cambia), le mascherine si accumulano assieme ad altri rifiuti dannosi e inutili. La maggiore produzione è per quelle di tipo chirurgico, costo uguale a quelle riciclabili sopra citate. Queste mascherine sono composte in piccola parte da materiale plastico, non possono essere riutilizzate perché non riciclabili e la loro durata protettiva è limitata a poche ore. Moltiplicate il singolo utilizzo per numero degli abitanti della terra, e poi moltiplicate ancora per uso giornaliero per singolo giorno di un anno solare. Il risultato è una montagna di rifiuti inutilizzabili che nella migliore (o peggiore?) delle ipotesi finirà bruciata producendo altri danni.

Provando ad immaginare quante di quelle mascherine vengono distribuite per i soli uffici pubblici, sui treni, aerei, negli ospedali e in moltissimi esercizi commerciali che lo offrono come servizio ai clienti, la cifra che ne vien fuori è da capogiro. Quale sarebbe il risparmio in termini economici e  ambientali se si cambiasse direzione, è una cosa valutabile già da diversi mesi. Invece, a quanto pare, aspetteremo di avere di fronte il problema che giorno dopo giorno stiamo creando, ingrandendo e alimentando, costruendo tutti i presupposti per una futura emergenza. Anche l’emergenza sanitaria per la pandemia globale è nata così, bisognava pesarci prima. Bisognerebbe sempre pensarci prima. Così come con l’economia circolare, che in questo 2020 è diventata la protagonista di molti dibattiti. Ma non ancora, purtroppo, su quello relativo alle mascherine.

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