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giovedì, Ottobre 21, 2021

“Senza giustizia sociale non c’è economia circolare”. Officina Informatica rigenera pc per donarli

Da tre anni il collettivo padovano recupera computer inutilizzati, li aggiusta e li regala a chi ne ha bisogno. Una rete sempre più ampia, grazie anche all'ausilio delle associazioni locali. "Alla donazione accompagniamo anche un'attività di sensibilizzazione sulla cultura informatica. Ora vorremmo offrire assistenza agli anziani"

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Per noi non esiste economia circolare senza giustizia sociale: non si può affrontare il tema della rigenerazione dei personal computer, ad esempio, senza considerare chi non possiede gli strumenti informatici né la necessaria cultura per maneggiarli davvero”. Ha le idee chiare, Fabio D’Alessandro. E a queste, da più di tre anni, accompagna l’azione. Lo fa attraverso Officina Informatica, che nella propria pagina si descrive come “un collettivo che si occupa di economia circolare, cybersecurity, nuove tecnologie, privacy e lotta all’obsolescenza programmata”.

Da più di un anno il coronavirus ha reso personal computer e smartphone beni primari. Se da una parte l’auspicato abbassamento dei prezzi non c’è stato, dall’altra continuiamo a sprecare, e a buttare, ciò che per altri sarebbe fondamentale. Le nostre case, infatti, sono zeppe di pc non utilizzati o di cellulari ancora nuovi con magari soltanto lo schermo danneggiato.

Mentre a fatica aziende, ong e governi provano a convincere le persone della bontà del riciclo dei Raee, c’è un passaggio ulteriore che si può fare. Gratuito e antichissimo e circolare nel vero senso della parola: il dono. È questo il punto di punto di partenza di Officina Informatica: raccogliere i pc inutilizzati, rigenerarli per poi regalarli.

Non tutti possono permettersi un pc

Il collettivo nasce a Padova all’interno di uno spazio occupato e opera, in maniera informale e solidale, dal 2018. Oltre al nucleo ristretto di sei persone, che sono coloro che portano avanti le principali attività, vanta una vasta rete di collaboratori. Ciò ha permesso a Officina Informatica di rigenerare, in una sola città, ben 216 personal computer.

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“Abbiamo cominciato facendo interventi per gli associati di un gruppo d’acquisto solidale di Padova – racconta D’Alessandro – Gli interventi riguardavano principalmente il software. Man mano però abbiamo compreso che c’era un problema legato all’approvvigionamento vero e proprio di computer da parte delle persone che non se lo potevano permettere. Ecco perché abbiamo cominciato, dapprima rivolgendo agli associati del gas e poi all’intera cittadinanza, a recuperare pc inutilizzati per poi sistemarli, installando sistemi operativi open source come linux, e donarli a chi ne ha bisogno”.

Il Covid ha cambiato tutto

Quest’attività di Officina Informatica viaggia a velocità moderata per circa due anni. Poi l’anno scorso l’arrivo della pandemia di Covid-19 cambia tutto. “Tra didattica a distanza e chiamate su zoom le persone le nostre vite sono collegate intimamente ed enormemente ai pc – aggiunge l’attivista – I nostri numeri si sono alzati tantissimo: in pochi mesi abbiamo rigenerato e donato più di 100 computer, e stiamo continuando ancora adesso, anche se ci siamo visti costretti a rallentare perché davvero non riuscivamo più a reggere quei ritmi. D’altra parte alla semplice donazione accompagniamo un’attività di sensibilizzazione sulla cultura informatica: per esempio chiediamo alle persone che possiedono una rete wi-fi di aprirla e condividerla coi vicini”.

Considerate le adesioni sempre maggiori, Officina Informatica si muove tra l’esigenza di mantenere la radicalità iniziale – al momento resta un’associazione informale, non registrata e che allo stesso tempo si muove come tale attraverso assemblee e programmazione – e quella di una maggiore strutturazione. “Stiamo valutando l’offerta di uno spazio, che ci è stata fatta dalla consulta di quartiere, che ha riconosciuto il nostro contributo – spiega ancora Fabio – Vorremmo infatti offrire corsi di fotografia, video e disegno, dando una più ampia possibilità di maneggiare gli strumenti informatici. Il nostro focus resta quello del riciclo e riuso di pc, sia chiaro, insieme alla lotta all’obsolescenza programmata. Si tratta di esigenze condivise, prova ne sia che veniamo continuamente contattati. Collaboriamo poi con le associazioni della città e con la comunità di Sant’Egidio: un aspetto importante perché le associazioni arrivano a persone a cui magari noi non saremmo arrivate, hanno un rapporto di fiducia consolidato”.

Il diritto alla riparazione “fai da te”

In attesa che il diritto alla riparazione in Italia venga ufficialmente legiferato, esperienze come quella di Officina Informatica dimostrano che la sensibilità dei singoli è spesso maggiore rispetto a quella  delle istituzioni.

“Ci piacerebbe offrire altri servizi affini, come ad esempio l’assistenza agli anziani per la creazione del profilo Spid (il sistema pubblico di identità digitale, ndr) – dice Fabio – La questione principale resta quella della dad, la didattica a distanza, considerato che le scuole non hanno fornito pc a tutti. Ciò è stato un problema molto grande, soprattutto durante il primo lockdown: noi siamo arrivati a donare anche tablet e smartphone, perché sono state numerose le famiglie con a disposizione un solo pc e tutti i figli a casa per seguire le lezioni. Quello che però ci premeva, allora come ora, è che noi non vorremmo solo donare pc. La nostra non vuole essere solo un’azione caritatevole, ma punta a sensibilizzare, partendo dall’aspetto sociale, sui temi dell’economia circolare”.

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A questo punto una domanda sorge puntuale, e inevitabile, visto che si tratta comunque di attività gratuite e senza scopo di lucro: chi ve lo fa fare? “Eh, bella domanda – sorride D’Alessandro – Abbiamo un sogno, creare la prima sala pose a Padova. E anche questa dovrà essere gratuita. Se pensiamo che l’uso dell’immagine è sempre più importante, specie per i giovani, ci piacerebbe fornire uno strumento professionale. Noi poi siamo tutti nerd e i nerd, ci diciamo spesso, fanno cose così. Forse in realtà la risposta più sincera è che ancora non ho capito chi ce lo fa fare”.

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