domenica, Gennaio 25, 2026

Overshoot Day 2025: il 24 luglio la terra entra in debito. Come spiegarlo in modo semplice

Perché l'Earth Overshoot Day non deve quindi essere visto come una sentenza inappellabile, ma come un potente strumento di diagnosi, consapevolezza e azione

Valeria Morelli
Valeria Morelli
Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.

Non c’è giornata nella quale non sia celebrata almeno una ricorrenza. Ricordarle tutte è quasi impossibile e forse nemmeno utile. Tuttavia c’è una data sul calendario che ogni anno imprese, governi e cittadini dovrebbero cerchiare in rosso, non per festeggiarla semmai per riflettere. Si tratta dell’Earth Overshoot Day, il giorno che segna il momento esatto nel quale l’umanità ha consumato tutte le risorse biologiche che il nostro Pianeta è in grado di rigenerare in un intero anno.

Per il 2025, questa data è fissata al 24 luglio. Da quel giorno in poi, iniziamo a vivere in debito ecologico, erodendo il capitale naturale che spetterebbe alle generazioni future e accumulando rifiuti, come la CO2, che la Terra non riesce più ad assorbire.

Questo indicatore, calcolato ogni anno dal Global Footprint Network, non andrebbe percepito solo come un (pur importante) monito ambientalista, ma un anche dato economico strategico.

Serve infatti a testimoniare che il nostro attuale modello di sviluppo lineare – basato in buona sostanza ancora sul “prendi, produci, usa e getta” – è insostenibile nonché economicamente rischioso.

Vivere costantemente al di sopra delle nostre possibilità ecologiche ci espone, ad esempio, alla volatilità dei prezzi delle materie prime, ad interruzioni delle catene di approvvigionamento e, ovviamente, a disastri climatici sempre più frequenti e intensi.

Cos’è l’Earth Overshoot Day e come si calcola? Un bilancio tra dare e avere

Per capire la gravità della situazione, è utile comprendere come viene calcolata questa data. L’Earth Overshoot Day si basa su due concetti fondamentali: l’Impronta Ecologica e la Biocapacità.

L’Impronta Ecologica rappresenta la nostra domanda ovverosia la quantità di superficie terrestre e marina biologicamente produttiva necessaria per produrre tutte le risorse che consumiamo (cibo, legname, fibre) e per assorbire i rifiuti che generiamo, in primis le emissioni di anidride carbonica (aspetto che spiega il rapporto tra i dati dell’Overshoot day e le emissioni climalteranti).

La Biocapacità, invece, è l’offerta e quindi la capacità degli ecosistemi di rigenerare quelle stesse risorse e assorbire i nostri scarti.

La formula è semplice e potente nella sua chiarezza: (Biocapacità del Pianeta / Impronta Ecologica dell’Umanità) x 365 (salvo l’anno non sia bisestile). Il risultato indica il numero di giorni durante i quali viviamo utilizzando le risorse dell’anno in corso. Superato quel giorno, il nostro bilancio va in rosso. Nel 2025, consumeremo l’equivalente delle risorse di 1,8 pianeti Terra e tale dato evidenzia l’insostenibilità strutturale del nostro sistema economico globale.

Il debito ecologico dell’Italia: un Paese in anticipo sul resto del mondo

Se il dato globale è allarmante, quello italiano richiede un’attenzione ancora maggiore. Per l’Italia, l’Overshoot Day nel 2025 è arrivato molto prima della media mondiale: il 6 maggio. Se l’intera popolazione del pianeta vivesse con lo stile di vita medio di un italiano, avremmo bisogno delle risorse di quasi 2,9 Terre per sostenerci. Questo anticipo, peggiorato rispetto agli anni precedenti, è un chiaro segnale che le nostre politiche energetiche, i nostri modelli di consumo e i sistemi produttivi non sono ancora allineati ad un percorso di sostenibilità. Dal 7 maggio, l’Italia vive a credito, consumando risorse che non ha e peggiorando la media mondiale.

Le conseguenze economiche del sovrasfruttamento: un rischio per le imprese

Ignorare l’Overshoot Day significa ignorare un rischio economico crescente. Il “capitale naturale” – foreste, oceani, suolo fertile – non è un’entità astratta, ma l’asset fondamentale sul quale si basa ogni attività economica e, se si comprendesse tal criticità, anche i più egoisti sarebbero portati ad agire per la riduzione dei consumi e per favorire la biocapacità visto che ne non abbiamo pianeti B da cui attingere le risorse.

Il continuo depauperamento porta a conseguenze tangibili:

  • aumento dei costi delle materie prime. La scarsità rende le risorse più costose e volatili, impattando i bilanci aziendali;
  • interruzione delle catene di fornitura. Eventi climatici estremi, desertificazione e perdita di biodiversità possono bloccare le forniture, la produzione e la logistica;
  • rischi normativi e reputazionali. Governi e consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità. Le aziende che non si adeguano rischiano sanzioni, boicottaggi e perdita di competitività.

Come ha sottolineato Mathis Wackernagel, fondatore del Global Footprint Network, la sostenibilità non è più un gesto “nobile”, ma una “necessità” per la sopravvivenza stessa delle imprese in un futuro di risorse limitate.

Blu, Sete insaziabile | Foto: www.artuu.it

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Come spiegare l’Overshoot day con un esempio semplice

Tutto ciò sembra troppo teorico o tecnico? Ecco un esempio in risposta a chi vi dice “parla come mangi”.

Immaginiamo che il nostro Pianeta sia un immenso buffet, allestito il 1° gennaio con tutto ciò che la natura può rigenerare in un anno in termini di cibo, acqua pulita, legname e aria respirabile. Questo banchetto è pensato per soddisfare le necessità dell’intera umanità non solo nel corso di 365 giorni ma addirittura per consentire agli abitanti della Terra di incamerare alcune riserve, consentendo di incrementare il capitale naturale. Purtroppo, però, da decenni, non solo non si mette nulla da parte, ma addirittura si bruciano le risorse annualmente disponibili. L’Earth Overshoot Day è il giorno esatto in cui, a causa dell’ingordigia e dello spreco di alcuni commensali, tutte le pietanze finiscono. Per il 2025, questo giorno è il 24 luglio. Da quel momento, l’umanità inizia a vivere a credito ecologico. Il problema, però, è più complesso: non tutti mangiano allo stesso modo. Alcuni convitati, come gli Stati Uniti o il Qatar, riempiendo i loro piatti più e più volte, divorano la loro parte annuale già a marzo. Italia e gran parte dell’Europa terminano la loro parte ad inizio maggio. Altri, come l’Ecuador o l’Indonesia, consumano con parsimonia, arrivando quasi alla fine dell’anno con le loro porzioni. Quando il buffet, in media, finisce a luglio, chi ha mangiato di più ha la pancia piena, ma chi si trova indietro nella fila rischia di morire di fame. Non solo: i rifiuti dei piatti non finiti – il nostro inquinamento e soprattutto la CO2 –  si accumulano senza che nessuno li pulisca. Questo “spreco” è così grande che rappresenta il 60% della nostra impronta ecologica. Quei rifiuti non scompaiono, ma causano il cambiamento climatico che, a sua volta, rovina il buffet dell’anno successivo, colpendo più duramente proprio i commensali che avevano consumato di meno. L’Overshoot Day, quindi, non misura solo la nostra voracità, ma anche una profonda ingiustizia.

#MoveTheDate: l’economia circolare come strategia per posticipare la data

La buona notizia è che non siamo per forza condannati a questo destino. Esistono soluzioni concrete per invertire la rotta e “spostare la data” (#MoveTheDate), la campagna globale del Global Footprint Network. Tra le chiavi di volta vi è la transizione da un’economia lineare a un’economia circolare.

Questo modello, ispirato ai cicli della natura dove nulla è rifiuto, si basa su tre principi: eliminare i rifiuti e l’inquinamento, mantenere prodotti e materiali in uso il più a lungo possibile e rigenerare i sistemi naturali.

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Oltre il mito della crescita verde: la visione dell’economia ecologica per uscire dall’Overshoot

A tal riguardo, è illuminante riportare le parole di Peter Victor, economista ecologico e autore del libro “Escape from Overshoot”, intervistato nel podcast omonimo del Global Footprint Network. Victor mette a nudo il peccato originale dell’economia convenzionale: la sua “visione pre-analitica”. In pratica, l’economia mainstream si immagina come un sistema a sé stante, quasi fluttuante ed indipendente dall’ambiente, senza alcun legame evidente con la biosfera che la contiene. Al contrario, l’economia ecologica parte da un presupposto radicalmente diverso e più realistico: ogni attività economica è “incorporata” (embedded) nel Pianeta. Al fine di produrre qualsiasi bene materiale, dobbiamo prelevare risorse dalla Terra e, inevitabilmente, restituirle sotto forma di scarti e inquinamento. È questa cecità di fondo, secondo Victor, che alimenta l’illusione di una crescita infinita e ci impedisce di vedere i limiti fisici che stiamo superando.

Questa stessa miopia rende fallace anche il tanto decantato concetto di “crescita verde“. Victor smonta questa narrazione con la forza dei numeri: per rispettare gli obiettivi climatici, dovremmo riuscire a disaccoppiare la crescita del PIL dalle emissioni, riducendo l’intensità di carbonio per dollaro di PIL di circa il 10% ogni anno, per 30 anni consecutivi. Un’impresa che, storicamente, nessuna nazione ha mai raggiunto neppure per un singolo anno. Non è un caso, sottolinea l’economista, siamo costretti ad aggiungere continuamente aggettivi alla parola “crescita” chiamandola “verde”, “inclusiva”, “sostenibile” – proprio perché il modello di crescita, di per sé, sta fallendo su tutti i fronti. L’alternativa proposta da Victor non è la rinuncia, ma un cambio di paradigma: smettere di inseguire un’abbondanza materiale irraggiungibile che, per sua natura, genera frustrazione e bisogni illimitati. La vera ricchezza da ricercare è quella qualitativa e fatta di tempo, di relazioni, di benessere e di speranza. Un’abbondanza che non si misura in punti di PIL, ma nella salute del nostro Pianeta e delle nostre comunità.

Earth Overshoot Day Pianeta

Abbandonare l’Hopium per affrontare la “Lunga sconfitta”: un cambio di mentalità necessario

Mentre i dati sull’Overshoot Day ci mettono di fronte ad una realtà ineludibile, gran parte della narrazione pubblica rimane intrappolata in quello che la saggista Pamela Swanigan, nel podcast “OVERSHOOT” di Population Balance, ha definito hopium: un incrocio tra speranza (hope) e oppio (opium). Si tratta spiega l’interolcutrice di una fede quasi narcotica ed irrazionale nelle soluzioni tecnologiche e di mercato, un pensiero magico che ci culla nell’illusione che “siccome dobbiamo, allora possiamo, e siccome possiamo, allora faremo. Questa retorica, secondo Swanigan, è pericolosa perché minimizza i fatti, creando un “divario di urgenza” tra la crisi che stiamo vivendo e la nostra percezione di essa, paralizzandoci proprio quando l’azione è più necessaria.

L’antidoto a questa speranza illusoria non è, però, il disfattismo, ma un concetto più coraggioso e onesto che Swanigan prende in prestito da J.R.R. Tolkien: la “Lunga sconfitta”. Significa riconoscere che, sulla base delle prove, la nostra potrebbe essere una battaglia persa in partenza, una “disperata azione di retroguardia” contro la distruzione ecologica. Abbracciare questa visione non è un invito alla resa, ma una liberazione. Ci spoglia delle false promesse e ci chiama ad un eroismo più autentico: quello di chi combatte non per la certezza della vittoria, ma perché è la cosa giusta da fare. Affrontare l’Overshoot Day significa probabilmente anche questo: smettere di ingozzarsi di speranza a buon mercato e trovare il coraggio di lottare per “creare una fine migliore”, anche di fronte ad una probabile sconfitta. Solo così potremo agire con la lucidità e la determinazione che la nostra epoca richiede.

Non solo un giorno sul calendario, ma un indicatore per il futuro

L’Earth Overshoot Day non deve quindi essere visto come una sentenza inappellabile, ma come un potente strumento di diagnosi e consapevolezza. Ci mostra dove il nostro sistema è inefficiente e vulnerabile e ci indica la direzione da prendere. Per le imprese, adottare un modello circolare non è più solo una questione di responsabilità sociale, ma una strategia industriale lungimirante per garantire resilienza e prosperità in un mondo che cambia. Per i cittadini e le istituzioni, è un richiamo all’azione per promuovere scelte di consumo consapevoli e politiche che accelerino la transizione. Spostare la data è possibile, ma richiede un impegno collettivo e un cambio di paradigma: smettere di considerare la Terra come un magazzino da saccheggiare ed iniziare a trattarla come la nostra casa comune. L’unica che abbiamo.

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AGGIORNAMENTO DEL 28 LUGLIO

Ci sembrano utili anche le riflessioni sull’Overshoot Day del WWF Italia, che oltre la denuncia propone soluzioni che mettono insieme scelte individuali e cambiamenti sistemici: l’unico vero modo per una reale conversione ecologica e per un’economia circolare diffusa e sociale. 

Non solo stiamo vivendo ‘a credito’ ogni anno, ma abbiamo anche accumulato un enorme debito nei confronti del sistema Terra. Ripagare questo debito – in termini ecologici – è quasi impossibile se continuiamo a ignorarne le conseguenze” afferma Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia. “Si tratta di una chiamata urgente all’azione per cambiare radicalmente il nostro modello di sviluppo, prima che il danno diventi definitivamente irreparabile”.

In un momento segnato da scarsità di risorse e urgenza climatica, il cambiamento non è solo necessario, ma strategico. La rotta può essere invertita. Per riportare l’umanità in equilibrio con le risorse terrestri (ovvero far coincidere l’Overshoot Day con il 31 dicembre), dobbiamo ridurre l’impronta ecologica globale di circa il 60% rispetto ai livelli attuali. È possibile spostare la data dell’Overshoot agendo in cinque settori strategici:

  1. Transizione energetica: passare a fonti rinnovabili ed eliminare i combustibili fossili.

  • Economia circolare: riciclare, riutilizzare, azzerare gli sprechi.

  • Alimentazione sostenibile: diminuire il consumo di carne e preferire cibi biologici, locali e stagionali.

  • Mobilità green: favorire trasporti pubblici, biciclette e veicoli elettrici.

  • Politiche globali: accordi internazionali più stringenti per la tutela ambientale.

Ad esempio, se riducessimo del 50% le emissioni di CO₂, sposteremmo la data di ben 3 mesi (93 giorni)! Se diminuissimo del 50% il consumo globale di carne, guadagneremmo17 giorni.  Se fermassimo la deforestazione, recupereremmo 8 giorni.

Soluzioni come l’agricoltura rigenerativa, la mobilità sostenibile e l’efficienza energetica non solo riducono l’impronta umana, ma creano valore economico e resilienza sociale.

Se riuscissimo a spostare l’Overshoot Day di 5 giorni all’anno**, entro il 2050 torneremmo in equilibrio con le risorse del Pianeta.**

Si tratta di una media realistica che combina: tecnologia(efficienza energetica, rinnovabili), comportamenti individuali (dieta, trasporti, stile di vita) e politiche globali (accordi climatici, economia circolare).

“Un nodo cruciale è il nostro modello economico, fondato sulla crescita illimitata dei consumi materiali – di energia, risorse, materie prime – che è semplicemente incompatibile con un Pianeta dalle risorse finite. Non dobbiamo puntare all’aumento quantitativo, ma a un progresso qualitativo, fatto di conoscenza, relazioni umane, diritti e tutela della Natura da cui dipendiamo. È fondamentale sostituire il PIL come unico indicatore di sviluppo con indicatori più complessi, che considerino la salute degli ecosistemi, il benessere psicologico e la coesione sociale.” conclude Eva Alessi.

La sfida è enorme, e proprio per questo, ogni azione è fondamentale.

© Riproduzione riservata

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