domenica, Gennaio 25, 2026

Tutti i benefici della servitizzazione per i clienti e per l’ambiente. Pezzotta: “Ma serve superare le barriere culturali”

Con la servitizzazione si acquista un servizio e non un bene: è un modello perfettamente in linea con l’economia circolare, che consente di produrre meno oggetti e di qualità superiore. L'analisi di Giuditta Pezzotta, professoressa di Service and Operations Management presso l’Università degli Studi di Bergamo

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

La servitizzazione sta rivoluzionando il modo di concepire il prodotto e il servizio e sarà un grande alleato per la transizione da un modello di economia lineare che sfrutta le risorse e produce rifiuti in una maniera eccessiva all’economia circolare fondata sul riciclo, il recupero e il riutilizzo. A spiegare ad EconomiaCircolare.com come funziona e quali vantaggi offre questa trasformazione è Giuditta Pezzotta, professoressa di Service and Operations Management presso l’Università degli Studi di Bergamo e membro del comitato scientifico del centro di ricerca interuniversitario ASAP, in un’intervista durante il Made in Italy Innovation Forum, organizzato a Cernobbio dal 23 al 25 giugno e promosso dalla Fondazione MICS.

“Si tratta di un modello in cui le aziende manifatturiere non vendono più semplicemente un prodotto, ma una soluzione integrata, in cui prodotto e servizio sono inscindibili nella prospettiva del cliente”, spiega Pezzotta. “È un concetto che nasce nella letteratura scientifica a fine anni Ottanta, anche se i primi esempi risalgono già agli anni Sessanta, ma è solo a partire dagli inizio degli anni Duemila che il concetto si lega strettamente alla sostenibilità ambientale e all’economia circolare”.

Al centro della servitizzazione c’è il cosiddetto product-service system, un sistema che “grazie alla dematerializzazione del prodotto permette di creare valore per il cliente senza dover vendere necessariamente il bene materiale”. In pratica, spiega la professoressa, “non è più necessario vendere il prodotto per intero e gestirne eventualmente il fine vita: ciò che si offre è una soluzione capace di soddisfare i bisogni del cliente in ogni fase del ciclo di vita”. Uno degli esempi più noti ai consumatori è il car sharing. “L’utente non possiede più l’auto, ma accede a un servizio di mobilità, che rappresenta il reale valore. L’auto diventa quindi un mezzo per soddisfare il bisogno di spostarsi, non un oggetto da possedere”.

Si potrebbero citare tantissimi altri casi. “Nelle aziende, per esempio – prosegue Pezzotta – è diffuso il modello pay-per-copy: l’azienda non acquista la fotocopiatrice, ma paga un canone mensile o un costo per pagina stampata, senza preoccuparsi di manutenzione o guasti”. Questi modelli che si sono diffusi a livello industriale in modo pervasivo, stanno cercando una declinazione locale. Stanno nascendo in Italia tantissime altre realtà come le biblioteche degli oggetti e altri modelli di business di prossimità, sempre incentrati sul concetto di avere un accesso facilitato ai servizi, piuttosto che alla proprietà dei beni che li erogano.

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product as a service e servitizzazione

Benefici della servitizzazione per i clienti e per chi produce

Questo cambia, ovviamente, il concetto stesso di proprietà e di valore: ma soprattutto determina notevoli benefici ambientali. “La proprietà non viene passata all’acquirente, ma rimane in capo al fornitore: quindi il fornitore deve essere certo della qualità del proprio asset che gli consente di durare nel tempo e di non avere guasti o rompersi perché l’investimento possa rientrare”, spiega Pezzotta.

E questa è un’ottima notizia in chiave sostenibilità. “Al fornitore conviene riparare l’asset ogni volta e ridargli nuova vita nel tempo piuttosto che sostituirlo”. In questa direzione, un ulteriore passo avanti da fare è la digitalizzazione e la tracciabilità. “Stiamo lavorando a un passaporto digitale del prodotto, che includa anche i servizi erogati, per tracciare la vita del bene e creare più valore nel tempo”, aggiunge la professoressa. Naturalmente, poi, ci sono tutti i benefici ecologici “in termini di minore spreco di risorse e dunque danni all’ambiente ed emissioni di CO2 risparmiate per il numero inferiore di oggetti prodotti e immessi sul mercato, oltre a facilitare la gestione del fine vita in modo più efficiente”.

A guadagnarci, infine, è il cliente stesso: “Il rischio si sposta dal proprietario al fornitore. Chi utilizza il servizio paga solo per il tempo di utilizzo e non si assume i rischi di possesso e manutenzione”, precisa la professoressa dell’Università di Bergamo. Un esempio molto efficace fatto da Pezzotta è quello del trapano: “Quante volte usiamo un trapano in un anno? Una o due? Perché dovremmo possederlo se possiamo affittarlo solo quando serve? La servitizzazione ragiona anche in questa prospettiva: facilitare la massimizzazione dell’utilizzo di un asset che, in molti casi, si usa pochissimo”, conclude.

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Product as a service

Pezzotta: i tre ostacoli sulla via della servitizzazione

Tuttavia, sottolinea la professoressa, “le sfide da affrontare sono molte, in particolare quelle finanziarie. Infatti, quando l’azienda produce un asset e lo vende, incassa subito il valore. Con la servitizzazione, invece, il ritorno economico avviene più lentamente, attraverso l’uso prolungato nel tempo”. Mentre “le grandi aziende possono permettersi questa esposizione – prosegue – le piccole e medie imprese italiane spesso faticano, perché non hanno la solidità finanziaria necessaria”.

Oltre alla questione economica, c’è quella progettuale: “Il prodotto deve essere ripensato per durare più a lungo e per essere utilizzato in modo condiviso. Ad esempio, un’automobile destinata al car sharing deve avere caratteristiche diverse rispetto a un veicolo venduto per un utilizzo tradizionale: deve essere connessa, progettata per un uso intenso e condiviso”.

Il nodo più delicato rimane però quello culturale. “Il concetto di proprietà privata è molto radicato nei consumatori e nelle aziende, mentre la servitizzazione invita a ripensarne il ruolo e il valore”, sostiene Pezzotta: “Con il progetto Pay-per-X all’interno di MICS facciamo proprio questo: aiutiamo le aziende a comprendere i vantaggi di questi modelli, non solo dal punto di vista economico ma anche ambientale, misurando l’impatto in termini di CO2”.

La resistenza al cambiamento si traduce in quella che Pezzotta definisce “inerzia strategica”: “Molte aziende esitano a sperimentare nuovi modelli per paura di fallire. Ma non provare significa non sapere se possono funzionare”. Per questo motivo è necessario “offrire strumenti concreti per disegnare e valutare i modelli di servitizzazione: può aiutare a superare queste barriere culturali, perché quando i numeri dimostrano i benefici, la resistenza culturale tende a ridursi”, conclude Pezzotta.

Leggi la rubrica: MICS, la doppia transizione nel Made in Italy

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