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giovedì, Maggio 30, 2024

“PFAS, nessuno è immune”. Intervista a Giuseppe Ungherese

Responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia e autore di un saggio sui PFAS appena pubblicato, Ungherese ci racconta come i forever chemicals entrano nelle nostre vite seguendo un copione già visto con l’amianto, il DDT, o il fumo del tabacco

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, un passato nell’associazionismo e nella ricerca non profit, collabora con diverse testate

Da Parkersburg, West Virginia (USA), ad Anversa (Belgio) a Trissino (VI) seguendo le tracce tossiche di imprese come DuPont, 3M, Miteni: “PFAS. Gli inquinanti eterni e invisibili nell’acqua” di Giuseppe Ungherese (che verrà presentato sabato 22 marzo ore 20.30 con l’autore al Festival Le parole giuste) è un viaggio documentatissimo, avvincente e drammatico nel mondo dei composti poli- e perfluoroalchiliche (PFAS). Ma è anche un viaggio che ci dà speranza. Ungherese, un dottorato di ricerca in ecologia, dal 2015 responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia, racconta senza tecnicismi ostici come queste sostanze indistruttibili e pervasive dagli impianti chimici siano arrivati nella vita e nel sangue di milioni di persone, secondo “un copione purtroppo simile a quanto già visto tante volte in passato per tanti altri inquinanti come l’amianto, il DDT, il PCB o il fumo del tabacco: storie permeate di bugie, di dati nascosti, taciuti e non condivisi dalle aziende, di omissioni e mancanze istituzionali, di pressioni incredibili esercitate sui decisori politici da parte di influenti e potenti lobby industriali, unite all’assenza di interventi normativi”. Un panorama drammatico, agghiacciante (se si pensa che “la scienza ci dà ragionevole certezza di poter scrivere e dire ad alta voce che oggi di PFAS si muore”) ma anche pieno di speranze affidate al coraggio di semplici cittadini che non si sono rassegnati, al civismo di chi “ha ingaggiato la battaglia di Davide conto Golia”.

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Giuseppe Ungherese, nel libro scrivi che “nessun abitante del pianeta è immune all’esposizione ai forever chemicals”. Perché?

Per diverse ragioni. Anche se oggi sappiamo che i punti caldi, gli hot spot della contaminazione da PFAS, sono in prossimità delle imprese chimiche produttrici, proprio la persistenza di queste sostanze fa sì che da queste aree possano essere arrivate ovunque: attraverso l’acqua e le masse d’aria aria possono essere ormai diffuse ovunque su larga scala.

Un secondo motivo è che oggi dal Veneto (che a causa dalla Miteni di Trissino è teatro di una delle più gravi contaminazioni in Europa, ndr) sappiamo molto poco sulla contaminazione dei prodotti agroalimentari: potremmo aver mangiato del radicchio che viene da quelle aree ma non sapremo mai se è contaminato o meno, perché non c’è un quadro chiaro. Come facciamo a sapere di non aver mangiato un prodotto che arriva da quelle terre?

E poi c’è un’altra ragione importante. Nel 2007 è stato pubblicato uno studio che rilevò come il Po, rispetto a tutti i principali corsi d’acqua europei, fosse già allora uno dei fiumi più contaminati da PFOA, uno dei PFAS. Il Po attraversa la principale area agricola italiana, la Pianura Padana, ma oggi non ci sono tracce di provvedimenti per monitorare la situazione relativa ai prodotti agroalimentari che vengono da quelle zone. Oggi abbiamo tutti un grande punto di domanda perché purtroppo da un lato gli enti pubblici sono indietro in tante parti d’Italia nella ricerca di queste molecole, anche nell’acqua potabile, e dall’altra ci sono i problemi oggettivi legati alla tracciabilità di queste molecole nelle filiere agroalimentari.

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Nel libro racconti di istituzioni che non sempre fanno la loro parte per difendere i cittadini dai PFAS. Qual è il problema: mancanza di competenze, ritrosia anche inconscia a disturbare i poteri forti, …?

Secondo me nelle istituzioni ci sono tantissime valide competenze, ma manca il mandato politico. Perché questo è un problema politico. Oggi la gran parte degli enti pubblici sa rilevare e misurare queste sostanze, negli alimenti come nell’acqua, ma fino a quando non ci sarà un mandato politico chiaro a prendere consapevolezza del fenomeno e adottare i necessari correttivi si preferisce lasciare tutto così com’è.

Questo accade a tutti i livelli per tutte le questioni ambientali. Anche sulla questione climatica: abbiamo fior fiore di prove che la traiettoria imboccata ci porterà su una via molto molto pericolosa per l’innalzamento delle temperature globali, eppure fatichiamo a vedere politiche serie che possano intervenire per affrontare la questione. E sui PFAS è più o meno la stessa cosa: sappiamo da tanto tempo che sono ovunque, che sono dispersi in tante aree, non solo della nostra penisola, eppure mancano sforzi legislativi adeguati. Ma la politica dovrebbe scegliere per il bene comune, soprattutto di fronte alle evidenze scientifiche più recenti: una di queste molecole, il PFOA, è infatti stata definita cancerogena.

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Cosa sappiamo oggi sulla pericolosità dei PFAS nel loro complesso?

Intanto dobbiamo dire che paghiamo un gap conoscitivo, perché per lungo tempo i PFAS sono statti ritenuti innocui. Rispetto ad altri inquinanti noti, come il DDT, che si accumulano nei nostri grassi, i PFAS non lo fanno: non ritrovandoli nei grassi, la scienza a lungo li ha ritenuti innocui, incapaci di interagire col nostro corpo. Ma a partire dagli anni 2000 si è cominciato a sviluppare un quadro conoscitivo molto più ampio e oggi sono numerosissime le prove che dimostrano la pericolosità di queste sostanze. Al di là delle patologie gravi come forme tumorali, danni al fegato, alla tiroide, il più grosso problema è che queste molecole sono interferenti endocrini, sono cioè in grado di interagire col sistema ormonale che è alla base di tutta una serie di nostre funzioni, pensiamo alla crescita, al metabolismo, alla fertilità. Gli ormoni nel nostro copro funzionano bene a bassissime concentrazioni: se queste sostanze vanno ad interagire col sistema ormonale, simulando l’effetto degli ormoni, possono dare falsi segnali anche a dosi veramente irrisorie. Per questo bisognerebbe intervenire prontamente per evitare che le persone siano esposte ai PFAS attraverso qualsiasi fonte, che sia acqua, aria cibo, o prodotti con cui entriamo in contatto quotidianamente.

Alla luce di queste evidenze, non sarebbe il caso di adottare il principio di precauzione?

Non è mai stato adottato per queste sostanze. Di più. Il principio di precauzione dovrebbe intervenire nel momento in cui per alcune sostanze non si abbia un quadro chiaro relativo agli impatti sulla salute delle persone e dell’ambiente. Oggi, come dicevo, tante informazioni le abbiamo, quindi ricorrere al principio di precauzione sarebbe come adottare una misura già superata dai fatti, perché conosciamo già gli effetti negativi dei PFAS. Mentre al nostro governo abbiamo sentito citare il principio di precazione nei mesi scorsi per la carne sintetica, per queste molecole mai nessuno ha messo in campo il principio di precazione, nonostante sia parte dell’ordinamento europeo.

Dopo oltre 70 anni dall’introduzione in commercio dei primi composti della famiglia PFAS, cosa sarebbe opportuno fare oggi?

Sicuramente iniziare a lavorare seriamente sul problema. Ma se continuiamo con quelle che chiamo le ‘politiche attive dell’inazione’ nulla cambia. Si deve cominciare a sostituire queste molecole laddove delle alternative esistono già, cioè nella gran parte dei settori industriali. Parallelamente, dove alternative ancora non ce ne sono, come in alcuni comparti, si deve lavorare per identificare nuove soluzioni. È il cosiddetto approccio dell’uso essenziale, quello che è stato vincente per il protocollo di Montreal per la messa al bando dei gas responsabili del buco dell’ozono. Allora è stato fatto un grande sforzo a livello internazionale per eliminare pian piano queste molecole dove vi fossero già dei sostituti, e un grandissimo sforzo di ricerca per trovare alternative anche dove alternative in primo momento non c’erano. Per i PFAS, ad esempio, un potenziale settore dove oggi non ci sono alternative è quello degli stent coronarici: nessuno direbbe che non bisogna più fabbricarli, ma nel frattempo dobbiamo lavorare con l’industria per trovare altre sostanze equivalenti capaci di garantire le stesse prestazioni.

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Nel libro accenni alle ‘zone di sacrificio’: ci puoi dare qualche elemento in più?

È un concetto utilizzato negli anni recenti ma che risale al periodo dopo la seconda guerra mondiale, quando le grandi potenze nucleari facevano test atomici per provare le armi e si lasciavano dietro territori inabilitali. Oggi sappiamo che nelle aree fortemente inquinate dai PFAS la popolazione è discriminata, le persone non godono dell’accesso a diritti minimi essenziali come l’acqua pulita, il cibo non contaminato, e si trovano a vivere in condizioni spropositatamente svantaggiate rispetto agli altri.

In qualche modo il concetto di zone di sacrificio viene considerato quasi il prezzo da pagare del modello capitalista in essere: sacrifichiamo delle porzioni di territorio alla produzione di sostanze particolarmente impattanti per creare prodotti a bassissimo costo per la collettività. Ma questo effetto collaterale non è linea con lo sviluppo sostenibile e diventa una macchia sulla coscienza di tutti noi, anche chi non è direttamente responsabile.

Nel tuo saggio raccontai di tanti furfanti, ma compaiono anche molti eroi. Il primo capitolo si intitola “Ribellarsi è gusto”: questo libro sui PFAS sembra anche un libro sul potere e sul ruolo della società civile.

La società civile ha avuto e ha un ruolo fondamentale: tutto quello che abbiamo ottenuto in termini di regolamentazione, di attenzione mediatica, di consapevolezza su questo tema lo dobbiamo solo ed esclusivamente alla società civile. A persone che indipendentemente dal loro lavoro, dal ruolo e dall’essere o meno ambientalisti, di fronte a dati e numeri eloquenti hanno scelto di impegnarsi in prima persona, capendo che se non lo avessero fatto nessuno li avrebbe tutelati. Il libro è permeato di storie di coraggio ammirevole, di persone che hanno sacrificato tempo libero e famiglia per provare e difendere interessi più grandi di loro che toccano tutta l’intera società. Quella che racconto è una storia che ha anche tanti aspetti positivi e che dobbiamo al coraggio di centinaia di migliaia di persone – anche in Italia, penso al Veneto – che ancora oggi lottano per difendere i loro diritti, quelli dei loro familiari e delle loro comunità. A loro dobbiamo ad esempio la decisione del Consiglio regionale del Veneto che pochi giorni fa ha finalmente approvato una risoluzione per la messa al bando dei PFAS. Che cosa aspettano le altre Regioni come il Piemonte e la Lombardia, in cui si registrano gravi casi di contaminazione, a unirsi al Veneto e alla società civile?

Senza dubbio un risultato importantissimo che speriamo sia d’esempio. Ci puoi raccontare brevemente una delle storie delle persone che cita nel libro?

Marzia, che vive alle porte di Vicenza. Coordina un gruppo di acquisto solidale (GAS), che come sappiamo è un modo meno impattante per fare acquisti, privilegiando ad esempio produttori locali. A causa della contaminazione, a Vicenza hanno iniziato a fare un GAS al contrario, cercando produttori fuori dalle zone contaminate. Poi, visto che non c’erano molte indicazioni da parte della Regione, hanno iniziato un percorso insieme ai coltivatori e, ad esempio, hanno premiato con le scelte di acquisto del GAS chi sceglieva di irrigare le piante con l’acqua pulita dell’acquedotto, per vendere prodotti non contaminati. Tutto senza che nessun glielo avesse chiesto. Sono persone che hanno capito come, per difendere la propria salute, sia necessario avviare un’operazione di riscatto per il loro territorio pesantemente massacrato dall’inquinamento.

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Restando dal lato positivo della medaglia, scrivi che il 2024 è un anno importante per chi scia e per il mondo dello sci. Raccontaci.

Per anni, e ancora oggi, per far scorrere meglio gli sci sulla neve sono stati utilizzati derivati del fluoro. Col tempo è arrivata la consapevolezza del problema: gli skimen, i preparatori dell’attrezzatura, con elevate concentrazioni di PFAS nel sangue. In Norvegia sono esplosi tanti scandali, fino a che uno dei leader mondiali nella produzione di scioline, spinto anche dalla gogna mediatica e dalle istanze della cittadinanza, ha deciso di fare a meno di queste molecole. Tanto che da quest’anno la federazione internazionale dello sci ha vietato l’uso di scioline con PFAS. Molto spesso bisogna innescare la domande, e ogni azione – della società civile o un’inchiesta giornalistica ben fatta – può fare la differenza e cambiare le cose.

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