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mercoledì, Aprile 17, 2024

PFAS, la sigla tossica che avvelena l’Europa

Sono i forever chemicals, molecole stabili e resistenti che nel corso del tempo si accumulano nell’ambiente, negli animali e negli esseri umani. Oltre quattromila prodotti dell’industria chimica che solo in Europa, secondo un’inchiesta giornalistica, hanno contaminato più di 17.000 siti

Alessandro Coltré
Alessandro Coltré
Giornalista pubblicista, si occupa principalmente di questioni ambientali in Italia, negli ultimi anni ha approfondito le emergenze del Lazio, come la situazione romana della gestione rifiuti e la bonifica della Valle del Sacco. Dal 2019 coordina lo Scaffale ambientalista, una biblioteca e centro di documentazione con base a Colleferro, in provincia di Roma. Nell'area metropolitana della Capitale, Alessandro ha lavorato a diversi progetti culturali che hanno avuto al centro la rivalutazione e la riconsiderazione dei piccoli Comuni e dei territori considerati di solito ai margini delle grandi città.

Impermeabile, antiaderente, resistente al calore. Esiste un’intera costellazione di oggetti con queste caratteristiche: pentole, padelle, abiti da lavoro, pantaloni da sci, carta forno, schiume antincendio, cosmetici. Ognuno di questi prodotti è anche un potenziale ambasciatore di una contaminazione ambientale – una delle più gravi in Europa e nel Mondo – racchiusa in quattro lettere: Pfas.

Inquinanti eterni, la nostra eredità tossica

Con la sigla Pfas indichiamo le sostanze perfluoroalchiliche (in inglese perfluorinated alkylated substances) in cui troviamo più di quattromila prodotti dell’industria chimica. Sono i forever chemicals, molecole stabili e resistenti che nel corso del tempo si accumulano nell’ambiente, negli animali e negli esseri umani portando gravi conseguenze sulla salute. Quella dei Pfas, infatti, è la storia di un’eredità tossica; di un lascito elargito da un modello di sviluppo che ha scelto di precludere il futuro a molti territori e a tante comunità. Sintetizzati per la prima volta alla fine degli anni ’30, i Pfas crescono di numero grazie a un susseguirsi di scoperte e brevetti negli anni Cinquanta e Sessanta. Il primo Pfas è nato per caso. Si tratta di un episodio molto raccontato perché è collegato a un prodotto che conosciamo con il suo nome commerciale: il teflon. Nel 1938 nei laboratori dell’americana Dupont, il chimico Toj Plunkett stava compiendo diversi esperimenti sui refrigeranti fluorurati gassosi della famiglia dei Freon. Ed ecco il polimero inaspettato. Dal prodotto gassoso stava gemmando una massa bianca, una sorta di cera, ossia il politetrafluoroetilene (PTFE). Pellicole, vernici, tute da lavoro, oggetti per la cucina e per l’igiene personale: dagli anni Cinquanta in poi, i beni di consumo saranno avvolti e rivestiti con queste molecole. Oggi dobbiamo fare i conti con quello strato impermeabile e ignifugo, con la parte feroce e tossica di quei materiali.

Di recente l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha decretato alcuni di questi composti come certamente cancerogeni per l’uomo, tra questi ci sono i Pfoa, (acido perfluoroottanoico). Ma anche quelli che rientrano nella categoria “possibilmente cancerogeni” portano alti livelli di nocività per la salute, in particolare danni al fegato, malattie della tiroide, obesità e problemi di fertilità. “Molti Pfas sono distruttori endocrini, influenzano quindi la fertilità maschile e femminile. Inoltre, hanno effetti sul controllo del peso corporeo, sulla funzionalità della tiroide e della ghiandola mammaria, causano immunotossicità. Anche nei bambini sono stati osservati effetti sullo sviluppo, come l’alterazione del comportamento, pubertà precoce e anche nei neonati è stata riscontrata una diminuzione del peso alla nascita. L’esposizione a lungo termini a Pfas è stata associata a un aumento del rischio del cancro, soprattutto ai reni, alla prostata e ai testicoli. Il principale problema è che esistono più di quattromila sostanze appartenenti ai Pfas. Questo rende molto complesso valutare gli effetti specifici che ogni singolo composto potrebbe avere e causare sia nell’ecosistema ma anche nell’organismo umano”, spiega a EconomiaCircolare.com Marco Minacori, ricercatore del dipartimento di Scienze biochimiche de La Sapienza di Roma. Minacori fa parte di un gruppo di docenti impegnato nello studio degli effetti molecolari dei contaminanti organoclorurati e in generale dell’inquinamento di origine industriale.

PFAS

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La mappa dei Pfas in Europa

Non riusciamo a eliminare i Pfas, gli organismi sono costretti a conviverci, si accumulano e restano nell’ambiente, intorno a noi, a volte dentro di noi.  “A questo fenomeno – continua Minacori – si aggiunge la biomagnificazione. I contaminanti assorbiti da organismi di un livello trofico aumentano di concentrazione nel trasferimento a organismo del livello trofico successivo. Immaginiamo di avere un fiume contaminato da sostanze che possono bioaccumularsi. Gli inquinanti si concentreranno nelle alghe, col passare del tempo si bioaccumuleranno negli insetti, nei pesci, fino a raggiungere l’uomo. Queste sostanze eserciteranno effetti tossici su tutti gli organismi con cui verranno in contatto”, conclude il ricercatore. L’esempio di Minacori del fiume inquinato è un modello utile per avvicinarci alla mappa avvelenata da Pfas elaborata dal Forever Pollution Project, un lavoro di inchiesta e di giornalismo scientifico senza precedenti che ha coinvolto 17 redazioni europee, ventinove giornalisti e sette consulenti scientifici.  L’inchiesta uscita lo scorso anno ha individuato l’esistenza di più di 17.000 siti contaminati da PFAS in tutta Europa, ma ha anche evidenziato che i dati disponibili sono ancora pochi e frammentari: la reale portata della contaminazione è ancora sconosciuta. Incrociando più di cento dataset con decine di inchieste giornalistiche condotte nelle zone di produzione dei Pfas, il team di Forever Pollution è riuscita a consegnare una mappa interattiva che fa percepire la gravità della situazione. In Europa ci sono 20 stabilimenti che producono Pfas e oltre 200 industrie che impiegano queste sostanze per realizzare plastiche, tessuti impermeabili, abiti tecnici, vernici e pesticidi. “Per costruire la nostra mappa abbiamo aggregato dati provenienti da diverse fonti di informazione, alcune delle quali non erano pubbliche. Questi dati ci hanno permesso di localizzare le contaminazioni note. Per identificare i siti di contaminazione presunta, abbiamo adattato la metodologia di un gruppo di ricercatori che ha svolto un lavoro simile per mappare la contaminazione negli Stati Uniti: il PFAS Project Lab (Boston) e la PFAS Sites and Community Resources Map. Sette esperti ci hanno accompagnato in questo esperimento senza precedenti di giornalismo peer-reviewed per realizzare questo nuovo tipo di indagine”, così il gruppo di giornalisti presenta il lavoro che intreccia le indagini del giornalismo investigativo con le ricerca scientifica. È un servizio pubblico, una risposta a una mancanza delle istituzioni. Ma c’è di più. Forever pollution ha illuminato i siti potenzialmente contaminati, ossia zone in cui si potrebbero condurre campagne di monitoraggio, nuove indagini epidemiologiche e azioni in grado di proteggere i cittadini. “Questa mappa – continua il gruppo di Forever Pollution – riflette le informazioni raccolte al meglio delle nostre conoscenze e risorse giornalistiche. A causa della mancanza di test ambientali diffusi per i PFAS, la reale portata della contaminazione è significativamente sottorappresentata”.

L’Italia avvelenata dai Pfas chiede risanamento ambientale e giustizia

Nel gruppo di Forever Pollution ci sono anche due redazioni italiane, c’è la rivista Le Scienze e Radar Magazine, punti di riferimento del giornalismo scientifico e divulgativo. È anche grazie a loro se sappiamo di più delle contaminazioni da Pfas in diverse regioni del Paese. Esiste infatti un’Italia inquinata che lotta per liberarsi da queste sostanze. Molti punti italiani che compaiono sulla mappa investigativa resocontano anni di sversamenti e di illeciti ambientali, parlano di zone di sacrificio e di una sistematica esposizione ai Pfas più inquinati e cancerogeni. Ci sono tre province venete: Padova, Verona e Vincenza con la seconda falda acquifera più grande d’Europa invasa dai Pfas per colpa delle attività della Miteni, storica azienda di Trissino che per cinquant’anni ha realizzato queste sostanze con un ciclo produttivo tossico e con irregolarità nello smaltimento. La prima indicazione di un inquinamento delle falde vicentine è degli anni ’70. Ma a sancire la contaminazione sarà uno studio del 2011 del CNR commissionato dal ministero dell’ambiente.

“Sono state misurate concentrazioni di PFOA molto elevate, spesso superiori a 1000ng/l, che destano una certa preoccupazione dal punto di vista ambientale. Ancora più preoccupazione desta la misura della concentrazione di queste sostanze nelle acque potabili campionate da punti di erogazione pubblici e privati. Nel bacino di Agno-Fratta Gorzone vi sono concentrazioni crescenti da nord a sud che raggiungono valori di PFOA superiori a 1000ng/l e di PFAS totale superiore a 2000ng/l”, indica la relazione del Ministero parlando anche di un “possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevono queste acque, prelevate dalla falda”. Quel rischio è ormai una certezza. Risale al 2018 la dichiarazione dello stato di emergenza socio-ambientale. Il Veneto conoscerà zone rosse, zone arancioni e restrizioni due anni prima della pandemia da Covid: dal 2018 infatti 30 comuni veneti hanno un’ordinanza di divieto di consumo di acqua potabile. Questa area è anche al centro di studi epidemiologici e di sorveglianza sanitaria. In questo programma di monitoraggio sono state incluse tutte le persone residenti nate dal 1951 al 2002. 600 chilometri quadrati di terreni agricoli compromessi e centinaia di migliaia di cittadini avvelenati, costretti a vivere con una sostanza tossica nel loro sangue. Così l’epidemiologia è diventata parte di un conflitto ambientale e di una storia di lotte con in prima fila comitati di base, come le mamme No Pfas, sostenute in questi anni dal lavoro di organizzazioni come Greenpeace e il Centro di documentazione sui conflitti ambientali. Le richieste di estensione delle indagini epidemiologiche anche nei Comuni fuori la zona rossa, insieme alle bonifiche dei territori sono le rivendicazioni principali dei comitati. E sono il primo passo per chiedere giustizia ambientale, dentro e fuori le aule di tribunale. Come altre aziende chimiche, anche la Mitemi ha un epilogo segnato da fallimenti e da processi penali che coinvolgono ex dirigenti che sapevano di inquinare. Dal luglio del 2021 15 tra dirigenti e amministratori collegati alla Miteni sono sul banco degli imputati per avvelenamento delle acque, per disastro ambientale, bancarotta fraudolenta e altri reati documentati da due filoni d’inchiesta. È la faccia predatoria dello sviluppo industriale italiano, quella che palesa le conseguenze del profitto a tutti i costi. A tenere accesi i riflettori su questo processo ci sono due giornaliste ambientali: Francesca Cicculli di Irpi Media e Laura Fazzini, collaboratrice di Lifegate e di Osservatorio diritti. I loro lavori documentano questo conflitto ambientale in maniera approfondita tenendo insieme la cronaca delle udienze con le voci del territorio, le azioni dei movimenti e dei cittadini che attendono ancora la bonifica e il risanamento delle loro città.

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L’indagine di Greenpeace sull’acqua in Piemonte e Toscana

C’è un’altra località che fa i conti con la contaminazione da Pfas, è Spineta Marengo, in provincia di Alessandria. Al momento è l’unico sito di produzione di queste sostanze in Italia. Qui c’è un altro colosso della chimica, Solvay Specialty Polymers, ritenuto uno dei responsabili della presenza di Pfoa nel bacino del Po. Vicino al polo chimico ci si ammala di più. A confermalo sono gli studi epidemiologici condotti dall’Arpa e dall’azienda sanitaria locale. Chi vive nei pressi dello stabilimento Solvay registra un incremento del 19% delle patologie tumorali, in particolare del polmone, della pleura e dell’apparato emolinfopoietico, rispetto al resto del territorio alessandrino e piemontese. Anche qui l’attivismo ecologista locale, insieme a Greenpeace, da anni denuncia gli impatti e rischi ambientali della produzione di Pfas. I risultati degli studi sono purtroppo una triste conferma delle loro ragioni di lotta. A gennaio del 2024 è partito un progetto di biomonitoraggio della popolazione per verificare la presenza dei Pfas nel sangue dei cittadini. Ma dal comitato Stop Solvay segnalano delle perplessità: “Come emerge dalla pubblicazione dello studio osservazionale della Regione Piemonte, invece di coinvolgere l’intera popolazione potenzialmente colpita dall’inquinamento industriale, lo studio si limita a un campione di appena 127 individui residenti o dipendenti delle aziende agricole e zootecniche coinvolte nei monitoraggi sugli alimenti del 2022. Tutto ciò avviene senza che la popolazione interessata ne sia a conoscenza e nonostante anni di richieste da parte di famiglie intere per un biomonitoraggio dell’intera popolazione esposta a questi contaminanti. Solo un biomonitoraggio che coinvolga la popolazione nel suo complesso renderebbe possibile sapere a che livello gli abitanti di Spinetta sono stati avvelenati e quindi ricorrere il prima possibile ad azioni di prevenzione negate fino ad oggi”.

Ma non c’è solo Spineta Marengo. A indicare un’estensione della contaminazione da Pfas oltre la zona dell’alessandrino è un nuovo report di Greenpeace basato sui dati degli enti pubblici regionali e su analisi indipendenti. “Dall’analisi dei dati condivisi dal gruppo Società Metropolitana Acque Torino (SMAT) che gestisce la rete idrica di 291 comuni della città metropolitana di Torino, emerge la presenza di PFAS in 77 comuni, il 26,5% del totale. Nello specifico, per la città metropolitana di Torino il 45% dei campioni è risultato positivo alla presenza di PFAS. Per le altre province piemontesi, invece, la situazione non è ricostruibile poiché gli enti pubblici, inclusi i gestori, non hanno effettuato analisi. Parallelamente alla richiesta dei dati agli enti pubblici, Greenpeace Italia ha raccolto 15 campioni di acqua potabile nelle otto province piemontesi (per ulteriori dettagli si veda l’appendice), per la maggior parte da fontane pubbliche di parchi giochi, “punti sensibili” considerato che i minori potenzialmente esposti alla contaminazione sono soggetti particolarmente a rischio. Le analisi – eseguite da un laboratorio indipendente accreditato – hanno evidenziato la presenza di PFAS in 5 campioni su 15, ovvero 1 ogni 3”, racconta il nuovo report dell’organizzazione. Alcuni campionamenti effettuati da Greenpeace conferma anche la presenza di Pfoa in alcune fontanelle pubbliche, per esempio a Guazzara, in provincia di Alessandria. Nel campione prelevato nel comune di Galliate in provincia di Novara, sono stati trovati 12 nanogrammi per litro di PFOS, dal 2023 inserito nella lista dei possibili cancerogeni. Le analisi restituiscono un quadro allarmante: 125 mila piemontesi potrebbero aver bevuto acqua contaminata da una sostanza cancerogena.

Ma neanche i cittadini toscani possono stare tranquilli. Una nuova indagine di Greenpeace Italia, basata su campionamenti indipendenti effettuati nel gennaio scorso, rivela che la contaminazione da PFAS è largamente diffusa anche in Toscana e interessa numerosi corsi d’acqua inquinati dagli scarichi di diversi distretti industriali. Se gli impatti dell’industria conciaria, tessile, florovivaistica e del cuoio erano già stati evidenziati dallo studio del 2013 del CNR-IRSA e dai rilievi annuali di ARPAT, le analisi condotte da Greenpeace Italia provano che anche il distretto cartario lucchese contribuisce all’inquinamento da PFAS. Una scoperta che non dovrebbe sorprendere, visto che l’impiego di queste molecole nell’industria della carta è ben noto, ma la questione non era mai stata approfondita dagli enti preposti toscani.

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La minaccia invisibile raccontata nel libro di Giuseppe Ungherese e da PresaDiretta

A seguire le indagini sui Pfas per Greeenpeace c’è Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento, scrittore e ricercatore. Per Altreconomia è da poco uscito il suo “Pfas. Gli inquinanti eterni e invisibili nell’acqua. Storie di diritti negati e cittadinanza attiva”. Un libro che ha il pregio di unire la vicenda della propagazione dei Pfas con le storie delle persone contaminate e con chi lotta per mettere al bando questa sigla. I lavori di ricerca di Greenpeace sono anche parte dell’ultima inchiesta di Presa Diretta andata in onda lunedì su Raitre. La giornalista Teresa Paoli ha sorvolato quei punti della mappa di Forevor Pollution e li ha attraversati indagando le responsabilità di Solvaj per la presenza di Pfoa nel Po e tornando nell’epicentro di inquinamento da Pfas dove nella centrale idrica di Acque veronesi, una delle prime realtà a pulire l’acqua contaminata con carboni attivi ricavati dalle noci di cocco. Una tecnologia che sta raggiungendo lo zero tecnico, ossia l’eliminazione dei Pfas dall’acqua. Ma quando verranno messe al bando questi polimeri? È la domanda che continuano a porsi ricercatori, imprese, organizzazioni no profit, e soprattutto chi quella sigla ce l’ha nel sangue.

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