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giovedì, Maggio 30, 2024

Forever chemicals. Il caso PFAS tra lobbies, industria bellica e salute pubblica

I PFAS trovano largo impiego in molti settori industriali strategici, trai quali spicca quello militare e duale (civile e militare), che in tempi di guerra come questi ne garantiscono uno status di relativa “immunità”, anche se la produzione di queste sostanze va a discapito della salute pubblica e dell'ambiente

Leonardo Barban
Leonardo Barban
Classe 1990, laureato in scienze sociologiche presso l'Università di Padova, è attivo da anni nei comitati ambientalisti del territorio vicentino

Negli ultimi anni si sente spesso parlare di PFAS, in particolare in relazione a casi di contaminazione industriale come quello veneto, con impatti negativi sull’ambiente, le acque, gli alimenti, la salute pubblica. Nonostante la gravità di fenomeni come questi, si ha l’impressione che le istituzioni si siano mosse con estremo ritardo nella gestione del problema rappresentato dai PFAS, sia sotto il profilo della bonifica ambientale e della tutela della salute pubblica nelle aree contaminate, sia da un punto di vista legislativo, nella limitazione di questo genere di composti chimici, tanto diffusi quanto nocivi per la salute umana. Ritardi e tentennamenti certamente imputabili all’atavica inefficienza dell’apparato burocratico della pubblica amministrazione ma che possono essere attribuiti anche alla serrata attività di lobbying portata avanti dai colossi del settore chimico a livello globale. E del settore militare. I PFAS infatti, trovano largo impiego in molti settori industriali strategici, trai quali spicca quello militare e duale (dual use: civile e militare), che in tempi di guerra come questi ne garantiscono uno status di relativa “immunità”, anche quando la produzione di queste sostanze va a discapito della salute pubblica e dell’ambiente.

PFAS: cosa sono?

I PFAS (o sostanze perfluoroalchiliche) sono composti chimici artificiali noti per la loro resistenza e persistenza. Si tratta di sostanze resistenti ai maggiori processi naturali di degradazione; caratteristica che deriva dai legami fra carbonio e fluoro. Per questa ragione sono conosciuti anche col nome di “forever chemicals” o “sostanze chimiche persistenti”.

Proprio per questa loro caratteristica i PFAS non si degradano se dispersi nell’ambiente ed hanno un tasso molto elevato di accumulo biologico negli organismi, incluso l’organismo umano, tanto che sono stati ricollegate ad una pletora di disturbi anche gravi, del sistema endocrino, cardiovascolare e del feto. Tra le svariate evidenze scientifiche circa la loro pericolosità per la salute umana va evidenziato il recente inserimento del PFOS (acido perfluoroottansulfonico) nell’elenco di sostanze del gruppo 2B (possibili cancerogene) e del PFOA (acido perfluoroottanoico) tra le sostanze del gruppo 1 (cancerogene) ad opera della “International Agency for Research on Cancer” (IARC) di Lione, nel novembre dello scorso anno (2023).

Si stima che attualmente vi siano 10 mila diverse tipologie di PFAS impiegati in una molteplicità di settori differenti.

Possiamo trovare questi composti un po’ dappertutto dal momento che sono molto utilizzati dall’industria, soprattutto per le loro proprietà idrorepellenti e oleorepellenti: dalle pentole antiaderenti, all’abbigliamento e alle scarpe impermeabili, fino ad alcuni imballaggi alimentari e nei pesticidi. Ma si possono trovare anche nel settore sanitario, siderurgico e metallurgico, del packaging, automobilistico, elettronico e dell’energia. E nei prodotti dell’industria della guerra.

Leggi anche: PFAS, la sigla tossica che avvelena l’Europa

Il Pentagono, la NATO e i PFAS: i forever chemicals nel mercato della guerra

L’aerospazio e l’industria bellica, soprattutto, sono settori strategici nei quali questi composti trovano largo utilizzo. Come rileva il giornalista Marco Milioni, nell’agosto dello scorso anno il Dipartimento della Difesa statunitense ha inoltrato al Congresso degli Stati Uniti, una relazione specifica su questo argomento. Nel suo rapporto il DoD (Departement of Defence) analizza i potenziali contraccolpi delle sempre più stringenti normative statali e federali in materia di PFAS sulle catene di fornitura critiche per la sicurezza nazionale:

“Gli usi critici dei PFAS sono stati identificati in quasi tutte le principali categorie di sistemi d’arma compresi ma non limitati a velivoli ad ala fissa (addestratori, caccia, bombardieri, trasporti, rifornitori di carburante, supporto a terra, senza equipaggio e apparecchiature di supporto associate); velivoli ad ala rotante (da attacco, trasporto, trasporto pesante, ricerca e salvataggio e attrezzature di supporto associate); navi di superficie (combattimento, cacciatorpediniere, portaerei, cutter, mezzi da sbarco); sottomarini; missili (aria-aria, terra-aria, aria-terra, balistica); sistemi di siluri; sistemi radar; e carri armati, veicoli d’assalto e di trasporto per la fanteria.”

Gli ambiti di impiego dei composti prefluoroalchilici nella produzione militare o duale, sono principalmente cinque:

  • lavorazione di minerali specifici non estratti negli Usa;
  • pressofusione, lavorazione e forgiatura ad alta intensità di leghe e metalli speciali per la realizzazione di componenti chiave;
  • microelettronica e semiconduttori;
  • batterie ad alta capacità specie al litio;
  • missilistica tradizionale, missilistica in via di progettazione come i missili ipersonici, nonché armi ad energia diretta come raggi laser, cannoni sonici, cannoni a micro-onde e cannoni a particelle, unità robotiche.

Limiti sui PFAS: i timori del Pentagono

Dall’analisi condotta, il Pentagono trae la seguente conclusione circa le limitazioni sui PFAS:

“I PFAS sono fondamentali per raggiungere e centrare gli obiettivi del Dipartimento della Difesa e per molti settori nazionali […]. Collettivamente, azioni normative internazionali e statunitensi per gestire gli impatti ambientali dei PFAS, identificarli ed eliminarli dal mercato, e i successivi cambiamenti del mercato, pongono rischi per le operazioni del DoD e la catena di fornitura della base industriale della difesa. Inoltre, gli impatti sulla catena di approvvigionamento globale dei PFAS presenteranno rischi per il programma di vendite militari estere del Dipartimento della Difesa e per l’Interoperabilità del North Atlantic Treaty Organization” (NATO).

Il documento si chiude tracciando delle linee guida per ridurre l’utilizzo di PFAS non necessari nelle catena di approvvigionamento della difesa americana, pur riconoscendo il ruolo insostituibile di alcuni di questi composti, o difficilmente sostituibile, per cui “occorrerà un decennio o più per trovare validi sostituti”.

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Foto: Canva

Lobbying in Europe

L’attività di lobbying del Pentagono sui PFAS esprime gli interessi dei gruppi industriali d’oltreoceano attorno ai fluoro-composti, trai quali sono ben rappresentate anche le lobby dell’industria bellica. Ciò non deve stupire, in un Paese che spende più di ogni altro in armamenti (nel 2022 la spesa militare degli USA è stata di 877 miliardi di dollari, il 39% della spesa militare globale) e che vanta nel proprio territorio 51 tra le 100 maggiori industrie belliche del mondo (nel 2022 il fatturato delle 100 maggiori industrie belliche del mondo è stato di 597 miliardi di dollari).

Per fronteggiare le restrizioni normative sui PFAS, le lobby industriali degli States si sono riunite, nel 2022, sotto la sigla “Sustainable PFAS Action” (SPAN), per promuovere “la regolamentazione responsabile e basata sulla scienza dei composti PFAS. SPAN è impegnata nell’uso sostenibile e nella gestione accettabile dei composti PFAS, pur riconoscendo il loro ruolo essenziale nel consentire la prosperità economica, la fornitura di attrezzature salvavita e medicinali, la mitigazione dei cambiamenti climatici e la sicurezza nazionale tra molte altre applicazioni importanti”.

Trai settori critici rappresentati da SPAN v’è ovviamente, anche quello aerospaziale e militare.

Anche in Europa l’attività di lobbying attorno ai fluoro-composti si fa sempre più martellante, specie dopo l’iniziativa – presa da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, nel febbraio del 2023 – per introdurre una restrizione universale sui PFAS a livello dell’Unione Europea, per vietarne la produzione, la vendita e l’utilizzo.

Infatti, la European Chemical Industry Council (CEFIC, la lobby delle industrie chimiche europee), per sostenere “la necessità di un’azione normativa equilibrata sui PFAS”, nel marzo 2021 ha istituito “FluoroProducts &PFAS for Europe ” (FPPFE), riunendo alcuni dei maggiori produttori e consumatori di PFAS, tra cui figurano  AGC, ARKEMA, BASF, Bayer, Chemours, Daikin, DU Pont, ExxonMobil, GFL, Merck, Solvay, Syensqo e Gore.

Anche FPPFE, trai principali ambiti di applicazione di queste sostanze, indica il settore dell’aerospazio e della difesa: “L’industria aerospaziale e della difesa europea produce aerei commerciali e militari, elicotteri, carri armati, missili e altre attrezzature legate alle armi. Quando si guarda un aereo, i PFAS sono parte integrante di molte caratteristiche, che vanno da cavi e fili a rivestimenti interni. Nessuna alternativa offre la stessa combinazione di proprietà – tra cui resistenza agli incendi, alle condizioni meteorologiche, alle temperature e resistenza chimica – rendendo PFAS fondamentale per i prodotti che compongono”.

Secondo un’analisi condotta da “Corporate Europe Observatory”, i 12 maggiori produttori di PFAS individuati dall’International Chemical Secretariat (Chemsec) –  tra cui figurano, oltre ad alcune delle aziende sopra citate: 3M, Archroma, Sidenote Bayer, Dongyue, Honeywell – assieme alla lobby europea dell’industria PFAS, possono contare su 72 singoli lobbisti attivi a Bruxelles, con una spesa annuale compresa tra 18,6 e 21,1 milioni di euro e 59 pass al Parlamento Europeo.

Una potenza di fuoco che non ha mancato di esprimersi in occasione dell’aggiornamento del regolamento REACH (Registration Evaluation Authorisation and restriction oh Chemicals) del 2023, nel quale avrebbero dovuti essere inseriti diversi PFAS e contro il quale si sono espressi anche il presidente francese Macron e il primo ministro belga De Croo. Inutile dire che l’aggiornamento del REACH è stato rinviato a dopo le prossime elezioni europee del giugno 2024.

Leggi anche “PFAS, nessuno è immune”, intervista a Giuseppe Ungherese

E l’Italia?

Se in USA e in UE la lobby dei PFAS va a braccetto con gli ambienti della difesa e dell’industria bellica, lo stesso vale anche in Italia. È quanto emerge da una intervista realizzata sempre da Marco Milioni per VicenzaToday a un funzionario del ministero dell’ambiente (che ha chiesto l’anonimato): da cui si capisce come la famigerata Miteni di Trissino (VI), l’industria chimica al centro della più grande contaminazione da PFAS di Europa e forse del mondo, godesse di guarentigie speciali coperte dal segreto militare. Per decenni, la chimica trissinese ha sversato queste sostanze direttamente nelle acque del vicino torrente Poscola, inquinando le acque superficiali e sotterranee di una porzione di circa 200 km quadrati di territorio Veneto, avvelenando migliaia di persone.

Non solo, l’intera filiera alimentare locale rischia di essere compromessa dalla contaminazione ma ad oggi, è stato fatto ben poco per arginare e risolvere il problema. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia, che ha seguito da vicino il caso Veneto ed il ricorso al TAR che ha permesso di rendere pubblici i dati sulla contaminazione della filiera alimentare nel 2021, al quale abbiamo chiesto un parere sul peso dell’industria bellica in questa contaminazione: “Non posso confermare né smentire – afferma Ungherese -: Posso solo dire che la prima applicazione di queste molecole è stata nell’industria bellica, nel Progetto Manhattan; il progetto che ha portato allo sviluppo della bomba atomica. Lì hanno avuto la prima applicazione perché nell’arricchimento dell’uranio c’è una fase in cui si usa un gas al fluoro per arricchire l’isotopo che serve per l’ordigno. Questo gas è particolarmente aggressivo per cui nei contenitori in cui veniva fatto l’arricchimento dell’uranio, le guarnizioni non reggevano all’azione di questo gas. In quegli anni furono scoperti i PFAS e il Teflon e ciò risolse il problema. Questa molecola segreta permise di realizzare gli ordigni bellici più potenti al mondo”. E le cose da quegli anni non sono cambiate poi di molto: “Ancora oggi – aggiunge – queste molecole sono utilizzate nell’industria nucleare, per fini civili o per fini bellici. Ma che io sappia trovano applicazione anche nella componentistica, i semi-conduttori sono una delle applicazioni principali di questi composti che possiamo trovare in moltissimi settori tra cui l’industria bellica, ovviamente. So che vengono utilizzate anche nelle munizioni […] Il vero problema legato a queste sostanze è che essendo utilizzate dagli anni ’40 del secolo scorso senza alcuna regolamentazione, sono finite ovunque, in qualsiasi settore industriale, in tantissimi beni di consumo che poi finiscono nelle nostre case; tanto che oggi, non conosciamo tutti gli usi dei PFAS. Recentemente gli hanno trovati perfino nella carta igienica”.

Secondo Giuseppe Ungherese, infine, “questa storia dei PFAS è una storia di silenzi, omissioni, dati taciuti e nascosti, di scarsa trasparenza con la collettività, di inazione politica in cui a rimetterci sono l’ambiente e le persone e a guadagnarci è solo il profitto di pochi”.

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Foto: Canva

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo del “Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale” organizzato da A Sud, CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali ed EconomiaCircolare.com, in collaborazione con IRPI MEDIA, Fandango e Centro di Giornalismo Permanente

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