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domenica, Luglio 21, 2024

Panipat capitale del riciclo insostenibile dei rifiuti tessili

Un’ampia parte della raccolta differenziata dei rifiuti tessili da riciclare prende la via di India e Pakistan. Panipat, in India, è la capitale mondiale del riciclo delle fibre tessili dove confluiscono milioni di tonnellate di scarti per essere rigenerati in imprese dagli standard ambientali e sociali “disumani”, tra roghi di rifiuti e sversamenti di sostanze tossiche

Sara Dellabella
Sara Dellabella
Giornalista freelance. Attualmente collabora con Agi e scrive di politica ed economia per L'Espresso. In passato, è stata collaboratrice di Panorama.it e Il Fatto quotidiano. È autrice dell'ebook “L'altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni” (edizioni Quintadicopertina) che ha vinto il premio Piersanti Mattarella nel 2015; nel 2018 è co-autrice insieme a Romana Ranucci del saggio "Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter" (edizione Ponte Sisto).

Circa il 50 per cento dell’abbigliamento usato raccolto viene destinato al settore del riciclaggio industriale anziché al mercato dell’usato, spesso finendo in India e Pakistan. A tracciare il quadro è stata la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti che ha dedicato ai rifiuti tessili una lunga relazione presentata lo scorso 7 settembre.

Sfilacciato, un mercato povero

Il mercato dello sfilacciato è tendenzialmente un mercato povero, in quanto il valore commerciale della materia prima seconda è decisamente contenuto. Le sfilacciature sono nate e si sono sviluppate in aree dove erano presenti aziende dell’industria tessile, il che ha permesso loro di poter re-impiegare gli scarti della lavorazione senza dover caricare sui costi dell’operazione anche il trasporto per l’approvvigionamento del materiale.

Il settore europeo della sfilacciatura, del recupero e della rigenerazione delle fibre tessili è collassato negli anni ‘80 ed è stato rimpiazzato da quello di paesi come Cina e India conseguentemente allo sviluppo dell’intera filiera tessile.

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Panipat capitale del riciclaggio dei rifiuti tessili

Attualmente, infatti, il più grande centro di riciclaggio di rifiuti tessili a livello mondiale è Panipat nel nord dell’India. Vi sono attivi oltre 300 impianti di produzione di filati da fibre rigenerate. Il filato ottenuto viene impiegato per produzioni tessili non pregiate, specialmente per produrre coperte e tappeti per il mercato domestico (85%) e per l’esportazione (15%). Oltre il 90% delle coperte di lana acquistate dalle agenzie umanitarie internazionali come beni di soccorso negli aiuti alle popolazioni colpite da calamità naturali e guerre, proviene dalle industrie di Panipat. Altri impieghi dei filati ottenuti dal riciclaggio degli abiti usati sono capi d’abbigliamento e accessori tessili a basso costo.

In India la domanda interna di abiti usati per il recupero delle fibre è in forte espansione e ha visto crescere le importazioni del Paese a vista d’occhio negli ultimi anni, nonostante le iniziative del governo per limitare il fenomeno, conseguentemente alle proteste delle industrie tessili locali che lamentavano la concorrenza sleale causata dall’importazione di indumenti usati (che di fatto ora non possono essere importati, se non rigorosamente ai fini di distribuzione gratuita a persone bisognose). Nel biennio 2008-09, i volumi delle importazioni sono cresciuti in maniera vertiginosa, registrando una variazione del 489% rispetto all’anno precedente (nell’anno fiscale 2009 sono stati importati circa 219.000 tonnellate di abiti usati, contro le 37.000 tonnellate dell’anno prima).

Nel 2011 il valore delle importazioni ha superato i 70 milioni di dollari. A favorire il flusso di stracci da Stati Uniti ed Europa al subcontinente indiano e al sudest asiatico sono le tariffe dei trasporti marittimi, che in questa direttrice sono talmente bassi da giustificare l’esportazione di beni e materiali di valore così basso che, in altri tempi, non avrebbe giustificato nessun trasporto. Impiegare i filati riciclati ottenuti dalla rigenerazione degli indumenti usati permette ai produttori di abbattere i costi di produzione dei prodotti tessili, andando a risparmiare i costi, crescenti, delle materie prime.

I dati diffusi dalla All India Woollen and Shoddy Mills’ Association quantificano il business prodotto a Panipat dall’impiego di filati rigenerati (di acrilico e/o lana) nella produzione delle coperte in circa 20 miliardi di rupie (circa 289 milioni di euro). Secondo la Assofibre Cirf Italia dei 70 milioni di tonnellate di fibre consumate nel mondo, le fibre chimiche rappresentano il 62,6%, mentre quelle naturali ricoprono il restante 37,4%.

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Il lato oscuro di Panipat

Dietro la crescita di Panipat ci sono bassissimi standard ambientali e di tutela del lavoro. IQair, l’Osservatorio Internazionale sulla Qualità dell’Aria partner delle Nazioni Unite, ha recentemente lanciato un segnale d’allarme sul livello di respirabilità dell’aria di Panipat, riportando che all’inizio del 2021 nel maggior distretto mondiale del riciclaggio di materiali tessili “il livello di insalubrità dell’aria ha raggiunto livelli che secondo gli standard dell’OMS sono molto insalubri. Con livelli di questo genere è raccomandabile mantenere le finestre chiuse per ostacolare l’ingresso dell’aria sporca, quando si esce all’aria aperta sono necessarie mascherine e non si può fare esercizio fisico all’aria aperta”. Secondo IQair, a Panipat gli insostenibili livelli di inquinamento dell’aria dipendono “in misura significativa dai roghi di rifiuti. Nonostante la legge lo proibisca, c’è chi viola le regole e brucia i rifiuti tra le due e le cinque del mattino. Le forze di polizia sono state incaricate di fare irruzione nei locali incriminati e di intraprendere azioni legali quando opportuno. In una sola settimana sono state condotte perquisizioni in 40 fabbriche, e 25 di queste violavano le regole”.

Il problema dello smaltimento incontrollato degli scarti tessili a Panipat è stato analizzato nel 2020 anche da Tribune of India, che denuncia l’assenza di sistemi formalizzati di raccolta dei rifiuti tessili generati dalle industrie oltre che l’assenza di acqua potabile e strade d’accesso che si inondano periodicamente rendendo difficoltoso per gli operai raggiungere il luogo di lavoro. Nel 2019, il giornalista indiano Yatin Dhareshwar, presentando dati ufficiali, ha denunciato che la maggior parte delle industrie tessili di Panipat sversa illegalmente acque residuali tossiche nel fiume Yamuna, per un totale che si aggira tra i 40 e i 45 milioni di litri ogni giorno.

“La pessima qualità di ciò che viene esportato diventa particolarmente evidente quando gli esportatori non solo regalano i materiali tessili ma si fanno addirittura carico del trasporto; quest’ultimo, difatti, avendo tariffe medie di 10 centesimi al kg continua a essere più conveniente che smaltire in Italia a un costo di 25 o 30 centesimi al kg”, questa la situazione descritta da Dhareshwar presentando i dati dello smaltimento degli scarti tessili.

Secondo la federazione dei sindacati indiani CITU, nelle fabbriche tessili di Panipat l’ambiente di lavoro è insicuro e disumano, e i frequenti incendi – data dalla presenza di materiali infiammabili e dalla totale assenza di misure di sicurezza – provocano mediamente la morte di venti lavoratori ogni anno.  Nonostante in India esiste una moratoria all’import di abiti usati, per proteggere l’industria tessile locale, spesso gli scarti tessili esportati in India sono classificati come “abiti usati”.

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Le lavorazioni povere che non convengono all’Italia

Le aziende pratesi, altamente specializzate in tutti gli anelli della filiera del tessile, hanno evidenziato come i processi di globalizzazione abbiano portato da un lato ad esternalizzare lavorazioni “povere” e a bassa specializzazione (tra cui il riciclaggio delle fibre sintetiche-artificiali) in Paesi esteri in cui il costo della manodopera rende competitivo il processo industriale; dall’altro a mantenere in Italia il know-how sviluppato nella lavorazione e recupero di fibre più pregiate, quali la lana e il cotone. Il riciclaggio delle fibre sintetiche, di basso valore commerciale, rende poco remunerativo avviare il processo di riciclaggio e in Italia non sono molte le aziende che ritirano queste fibre per riciclarle. Solitamente quando acquisiscono questo tipo di materiale lo fanno a costo zero, il che permette comunque al soggetto cedente di non sostenere i costi dello smaltimento (sebbene debba tener conto dei costi di trasporto). Ma la sfilacciatura a Prato ormai è in declino perché i costi di manodopera sono troppo alti.

I principali mercati di riferimento per lo sfilacciato sono quindi diventati India e Pakistan, a causa dei costi di selezione molto più contenuti e per la contiguità con un’industria tessile in continua crescita. Negli ultimi 10 anni, per evitare che ciò che arriva come scarto possa essere rivenduto come indumento, contravvenendo alle disposizioni di legge che vietano questo tipo di importazioni, si chiede che gli scarti tessili vengano inviati nei container già sminuzzati.

Già nel 2010 l’India è arrivata ad importare 2.342.000 dollari di tessile usato italiano essendo vietata l’importazione di abiti usati, la cifra si riferisce esclusivamente a stracci destinati alla produzione di materia prima-seconda. “Il trasporto degli stracci in India è reso economicamente possibile dal fatto che si tratta di una rotta commerciale consolidata, con ingenti scambi che viaggiano da Oriente verso Occidente ma che in direzione contraria sono molto meno numerosi – si legge nella relazione della Commissione- Accade dunque che i costi della stessa tratta che viaggia però verso Oriente possa essere anche 3-4 volte più economica, rendendo possibile il trasporto alla rinfusa di merci il cui valore di mercato è decisamente basso”.

Negli ultimi anni i flussi provenienti dall’Italia hanno un valore ancora più basso, che in molti casi raggiunge lo zero. A confermarlo, alla commissione Ecomafie è Luigi Torrebruno, player con 30 anni di esperienza nel settore, che ha spiegato che “ormai, molto spesso, le imprese indiane e pakistane accettano gli scarti tessili provenienti dall’Italia solo se vengono offerti gratuitamente. La qualità infatti è scesa moltissimo e gli stock vengono pagati solo se esiste un livello di selezione significativo, che però in Italia è sempre più raro perché la manodopera che fa la selezione è troppo cara. Parte del tessuto sfilacciato in India e Pakistan torna poi in Italia come materia prima seconda e viene lavorata dall’industria tessile pratese”.

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