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sabato, Ottobre 23, 2021

Del diritto alla riparazione nell’agricoltura Usa. E del perché fa parte di una lotta più grande

Non tutti lo sanno ma negli Usa gli agricoltori non possono possedere i mezzi di produzione, hanno soltanto una licenza per poterli utilizzare. Ciò gli impedisce di poter riparare i mezzi da sè. Per garantire il right to repair è in atto una grande campagna di mobilitazione, che si estende anche ai RAEE

Elisa Elia
Giornalista e fotografa, anno 1992. Dopo gli studi in Editoria e scrittura all’Università di Roma La Sapienza, inizia a collaborare con le prime testate giornalistiche. Ha scritto per l’Italia che cambia, Il Manifesto, Left e Il Migrante. Appassionata del mondo del sociale, lavora anche con organizzazioni attive sul territorio a Roma, convinta che le parole rappresentino una parte fondamentale del cambiamento.

Gli agricoltori dovrebbero poter riparare i propri attrezzi”: è questo uno degli slogan della Repair Association, organizzazione statunitense che si batte per il diritto alla riparazione e che da tempo sta sostenendo la lotta degli agricoltori in questo senso. Negli Stati Uniti, infatti, gli agricoltori non possiedono i propri mezzi di produzione, ma soltanto la licenza per poterli utilizzare. Questo significa che ogni volta che c’è un problema tecnico con il trattore, per la cui risoluzione spesso è necessario un intervento sul software del mezzo, l’agricoltore è costretto ad affidarsi o ai produttori o ai fornitori autorizzati che lo ripareranno con i loro tempi e i loro costi.

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Tutto ciò è possibile grazie agli EULA (End User License Agreement), contratti che stabiliscono che l’agricoltore può utilizzare il mezzo acquistato, ma non può accedere, in caso di guasto, al software da cui dipende la riparazione. Per questo motivo, gli agricoltori si sono uniti alla lotta di quelle organizzazioni che, negli Stati Uniti, spingono per ottenere una legislazione che garantisca il diritto alla riparazione nei  diversi ambiti: da quello elettronico a quello agricolo a quello medico. Nel 2018 c’è stato un momento in cui la loro battaglia sembrava aver prodotto un primo risultato, quando le due maggiori associazioni di produttori e fornitori (l’Association of Equipment Manufacturers e l’Equipment Dealers Association) si sono impegnate  a rendere maggiormente accessibili i software e a dare agli agricoltori gli strumenti per poter riparare i propri mezzi a partire dal gennaio 2021.

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Questo impegno è contenuto in un atto ufficiale chiamato “Statement of principles” ed è stato accolto positivamente da alcune organizzazioni rappresentanti gli agricoltori, come la California Farm Bureau Federation. Mentre da molti  è stato giudicato  come una sconfitta, un espediente delle grandi corporazioni per non far passare la legislazione sul diritto alla riparazione e mantenere saldo il loro monopolio. Nel frattempo, infatti, grandi aziende come la John Deere – che produce macchinari agricoli per un fatturato di circa 3 miliardi di dollari annui – hanno continuato ad alimentare una retorica contraria al rilascio delle licenze, con tesi basate sulla pericolosità  del “self-repair”, che potrebbe portare gli agricoltori a bypassare il sistema di controllo sulle emissioni o a usare scorrettamente il mezzo, e sulla violazione della proprietà intellettuale.

Ad ogni modo, a tre anni di distanza, neanche quell’impegno è stato rispettato. “I produttori di attrezzatura agricola avevano promesso 3 anni fa di dare agli agricoltori americani una soluzione per il diritto alla riparazione. Ma non è successo – ha dichiarato la U.S. Public Interest Research Group (organizzazione di difesa degli interessi dei consumatori) lo scorso gennaio – Una cosa è certa: gli agricoltori non sono soddisfatti di queste offerte e le organizzazioni andranno avanti con la loro lotta.” Ma la battaglia degli agricoltori è oramai parte di quella più grande e generale per il diritto alla riparazione.

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In questo momento, infatti, diverse organizzazioni, come The Repair Association, SecuRepairs e iFixit, stanno premendo per ottenere leggi sul diritto alla riparazione dal momento che non esiste una legislazione unitaria in materia che riguardi tutti e 50 gli Stati Uniti d’America. L’unica vittoria, per il momento, è rappresentata dall’Automotive Right to Repair, la prima legge sul tema, approvata nel 2014, che garantisce il diritto alla riparazione nel settore delle automobili. Questa legge ha poi spianato la strada per il National Memorandum of Understanding, un accordo fra produttori e associazioni del settore nel quale le industrie si impegnano a “fornire gli stessi strumenti di analisi e risoluzione che l’azienda garantisce ai suoi fornitori.”

Per tutti gli altri ambiti una legge del genere non esiste. Al momento, grazie alle pressioni delle associazioni, 32 Stati stanno lavorando a una legislazione sul diritto alla riparazione, anche se non c’è ancora nulla di definitivo, nonostante l’urgenza del problema per  le sue ricadute ambientali, in particolare  sulla produzione di rifiuti. Il dossier “Repair saves family big” della U.S. PIRG segnala come in media una famiglia americana spenda 1.480 dollari l’anno in elettronica, causando circa 80 kg di rifiuti. A livello nazionale si parla di 6.9 milioni di tonnellate di scarti.

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Proprio per influire su quest’ultimo versante, ad esempio, l’Unione Europea si è mossa per garantire il diritto alla riparazione. Con il Regolamento Ue 2021/341, la Commissione Europea ha stabilito nuove regole per i produttori di apparecchi elettronici: i prodotti devono essere progettati per garantire una certa durabilità e riparabilità, oltre che sicurezza. Si tratta  soprattutto di oggetti legati all’elettronica (display, televisioni, frigoriferi, lavastoviglie, etc), fra i quali però non figurano smartphone e laptop. Per la campagna Right to Repair Europe, infatti, questo passo in avanti non è sufficiente per poter parlare di un vero e proprio diritto alla riparazione: non solo queste regole sono applicate a una gamma limitata di prodotti, ma si parla sempre di una riparazione fatta di tempi di attesa lunghi e delegata a dei professionisti (non universale).

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Garantire universalmente il diritto alla riparazione con uno strumento legislativo vorrebbe dire porre un freno al monopolio delle grandi organizzazioni che per incrementare i loro profitti speculano sulle persone e sull’ambiente. E, concretamente, si tradurrebbe sia in un risparmio per le tasche dei consumatori che in una riduzione dei rifiuti elettronici. Immaginiamo 350 navi da crociera piene di rifiuti elettronici da smaltire: questo è il risultato che, secondo il Global E-Waste Monitor 2020, otteniamo ogni anno con circa 53.6 milioni di tonnellate di Raee, in crescita del 20% rispetto a 5 anni fa.

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Le attuali norme  rappresentano passi in avanti, ma sono frammentate  per categorie e inadeguate rispetto all’aumento dei rifiuti. Ecco perché è sempre più urgente e necessario un intervento di responsabilizzazione totale di chi produce determinati prodotti nel garantire davvero il diritto alla riparazione.

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