mercoledì, Marzo 3, 2021

Riparare le cose da sè, la storia dei manuali iFixit. “Fa bene all’ambiente e a se stessi”

Nata nel 2003 quasi per caso, l’azienda statunitense fattura circa 30 milioni di dollari. La portavoce Oliva Webb spiega come funzionano i celebri kit: “Abbiamo un team addetto specificamente allo sviluppo degli attrezzi che lavora a stretto contatto con gli ingegneri che scrivono le guide per creare gli attrezzi migliori”

Maurita Cardone
Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

“Insegnare al mondo come riparare ogni singola cosa”: è questa la mission dichiarata da iFixit, un sito su base wiki su cui trovare istruzioni, manuali e consigli per riparare gli apparecchi e le tecnologie che usiamo tutti i giorni. Nata nel 2003 dall’idea di due studenti della California Polytechnic State University, Kyle Wiens e Luke Soules, iFixit è oggi un’azienda con un fatturato che negli ultimi anni si è aggirato intorno ai 30 milioni di dollari.

Tutto comincia da un pc che cade

La storia inizia con Wiens che fa cadere e rompe il suo portatile Apple: abituato da sempre a riparare gli oggetti e a non farsi spaventare dalle tante piccole parti di un computer, l’allora studente cerca informazioni su come risolvere il problema ma non riesce a trovare nulla, finché una notte, nella stanza del dormitorio che condivide con Soules, decide di aprire e smontare completamente il laptop. Da lì i due iniziano a rendersi conto che c’è una precisa volontà da parte di Apple e altre aziende di tenere i consumatori all’oscuro, privandoli delle informazioni che consentirebbero loro di riparare e allungare la vita dei prodotti che hanno acquistato.

Ritenendo che i consumatori non dovrebbero essere costretti a scegliere tra buttare via i propri apparecchi o  farli riparare a caro prezzo da chi li ha prodotti, da quel momento in poi i due iniziano a scrivere manuali per riparare computer Apple e di altri marchi per poi includere anche altre tecnologie, fino a creare una piattaforma su cui condividere i manuali con altri utenti.

Guida a oltre 60mila apparecchi

“L’idea è che riparare fa bene all’ambiente, perché evita la creazione di rifiuti, è economicamente vantaggioso, perché ci permette di non spendere su nuovi prodotti, e ci fa imparare nuove cose e stimola l’inventiva”, spiega a Economia Circolare la portavoce di iFixit, Olivia Webb. Oggi iFixit, che ha anche una versione in italiano, è la più grande e ricca risorsa online di manuali di riparazione, postati e continuamente aggiornati dagli utenti stessi. Sul sito si trovano guide alla riparazione di oltre 60mila apparecchi.

Il team di iFixit continua a produrre e pubblicare manuali soprattutto di prodotti elettronici, ma sul sito si trovano contributi anche su oggetti di uso domestico (dallo scarico del bagno ai vetri delle finestre), automobili, biciclette, elettrodomestici e molto altro. Tutti i contenuti sono aperti al contributo degli utenti che diventano parte di una comunità di fixer che condivide informazioni all’interno del forum, risponde alle domande degli altri utenti e si scambia informazioni sui prodotti. Mentre i manuali di riparazione sono tutti disponibili gratuitamente, il sito ha anche uno store online sul quale sono in vendita kit e attrezzi utili per effettuare ogni tipo di riparazione.

“Abbiamo un team addetto specificamente allo sviluppo degli attrezzi – ci ha detto ancora Webb – che lavora a stretto contatto con gli ingegneri che scrivono le guide per creare gli attrezzi migliori: con oltre 15 anni di esperienza nello smontare e sistemare telefoni, computer, eccetera, sanno esattamente qual è il miglior modo per ‘entrare’ in questi apparecchi. I nostri kit sono quindi composti dagli attrezzi migliori per ogni esigenza. Abbiamo sia kit generici che kit per specifiche riparazioni, per esempio per sostituire lo schermo del telefono”.

Le battaglie per il diritto alla riparazione

Lo store è disponibile per gli USA, il Canada, l’Europa e l’Australia e rappresenta la principale fonte di entrate di iFixit. L’azienda vende poi i suoi kit a marchio iFixit anche attraverso canali terzi.

Nel corso dei suoi 18 anni di vita, il sito è cresciuto, si è arricchito di contenuti e ha oggi un miliardo e duecento milioni di utenti. Ma il lavoro fatto da iFixit nel corso degli anni non ha prodotto solo una comunità di fixer che sanno come mettere le mani negli apparecchi che utilizzano, bensì ha contribuito alla diffusione di una crescente sensibilità per il diritto alla riparazione.

Leggi anche: Che succede ora che il diritto alla riparazione è realtà?

Quando un’azienda lancia un nuovo telefono, un computer o una piattaforma di gioco, per esempio, il team di iFixit scompone il prodotto, pubblica video e immagini dei suoi componenti e una recensione sulla sua riparabilità ed è molto critico nei confronti di quei marchi che tendono a limitare al minimo le possibilità di intervento del consumatore sul prodotto. Allo stesso tempo, la comunità legata al sito è coinvolta in campagne per spingere le aziende a creare prodotti più riparabili, mentre l’advocacy team interno al gruppo lavora a contatto diretto con le istituzioni per creare un sistema di leggi che assicuri il diritto del consumatore alla riparazione e limiti la segretezza da parte delle aziende.

“Il diritto alla riparazione sta attraversando un momento entusiasmante – commenta Olivia Webb – e iFixit è da sempre in prima linea nella battaglia per il diritto alla riparazione e nello sforzo di far passare leggi che lo garantiscano. Negli USA la nostra azione si è concentrata su leggi a livello statale, perché è molto difficile far passare leggi a livello federale su questi temi. Quest’anno abbiamo avuto un numero record di stati che hanno proposto leggi sul diritto alla riparazione e in Massachusetts una proposta di legge è arrivata più lontano di quanto non fosse mai successo prima ed è stata votata alla camera. Poi nelle elezioni di novembre, in quello stesso stato è passata un’altra legge specifica sulla condivisione di dati per riparare le auto elettriche”.

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Come abbiamo raccontato anche noi di EconomiaCircolare.com, le aziende produttrici si oppongono a questa spinta legislativa obiettando problemi di sicurezza, privacy e trademark. “Ma a livello di privacy – fa notare Webb – credo sia più sicuro sostituire da sé la batteria del proprio telefono piuttosto che portarlo a riparare in un negozio e metterlo nelle mani di uno sconosciuto. Il nostro obiettivo non è entrare nei software o cambiarli, ma semplicemente allungare la vita dei prodotti”.

Non sorprende dunque che l’idea non piaccia a quelle aziende che lanciano ogni anno un nuovo telefono, studiato per rendere obsoleto il modello dell’anno precedente.

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