domenica, Maggio 9, 2021

“Un centro del riuso in ogni provincia”. Intervista a Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe

Il direttore del Centro ricerca rifiuti zero del Comune di Capannori spiega cosa si deve fare per rilanciare la filiera del riuso. "Se già oggi, senza che il pubblico abbia investito un centesimo, abbiamo 80mila addetti impiegati nel settore della vendita dell’usato, sarebbe facile moltiplicare questi posti di lavoro col PNRR"

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

“Già oggi rappresentano un indotto occupazionale non irrilevante, è inaccettabile il ritardo delle istituzioni sulla riparazione e sul riuso”. Rossano Ercolini – presidente dell’Associazione Zero Waste Europe e di Zero Waste Italy, direttore del Centro ricerca rifiuti zero del Comune di Capannori, Goldman Environmental Prize nel 2013 – ci aiuta a raccontare le potenzialità della filiera nazionale del riuso, e i ritardi della politica. Anche in vista della chiusura del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Rossano Ercolini, da oltre 10 anni si attende il decreto attuativo sulla preparazione al riutilizzo – previsto, in attuazione della direttiva quadro sui rifiuti, dal decreto legislativo 205/2010. Un’attesa che non è certo un segnale di attenzione verso il settore e verso la transizione all’economa circolare.

Condivido la critica, è una cosa inaccettabile. Già oggi il settore rappresenta un indotto occupazionale non irrilevante. È lo stesso ministero dell’Ambiente che nel 2015 ha affermato (in base a uno studio svolto insieme al Centro di Ricerca “Occhio del Riciclone”) che il settore dell’usato, pur senza disporre di nessun aiuto pubblico, già allora “valeva” oltre 80.000 posti di lavoro a livello nazionale. Favorendolo con agevolazioni e semplificazioni crediamo che sia ragionevole prevederne il raddoppio nel giro di appena tre anni.

Dunque l’emanazione del decreto attuativo è fondamentale. Peraltro si tratta di un decreto ministeriale, che non prevede quindi un iter parlamentare e più complesso. Manca l’ultimo passaggio, cioè la definizione delle modalità che identificano la preparazione al riutilizzo: se porto all’isola ecologica una lavastoviglie, dove la riparano, si tratta di definire le modalità standard in base alle quali quello non è più un rifiuto ma è tornata a essere un prodotto. A questo dovrebbe servire il tavolo avviato al Ministero con il comparto del riuso e Utilitalia: ma non ne viene fuori niente.

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Chi siede a quel tavolo racconta di difficoltà proprio sugli elettrodomestici.

Se la difficoltà sugli elettrodomestici, dove il problema può essere certificare la corrispondenza della lavastoviglie agli standard europei, si potrebbe fare come con i Criteri ambientali minimi (Cam) procedendo per ambiti diversi: lasciando in stand-by i prodotti elettrici ma liberando il resto e introducendo il principio. Tanti prodotti possono già ora non essere considerati rifiuti e commercializzati o regalati. Posso capire che non sia semplice, ma non voglio banalizzare: piuttosto isoliamo i problemi veri e sblocchiamo il resto.

Soprattutto è inaccettabile che quando di mezzo ci sono interessi enormi e di gruppi forti allora si cerca di fare di corsa quello che invece sarebbe più saggio fare in tempi più lungi; invece in questo caso basterebbe mettere insieme un testo in larga parte già pronto al Ministero.

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Che mi dice della leva fiscale?

È importantissima. Sul tema fiscale occorre innanzitutto tener presente che i centri del riuso sono centri solidali, dove il prezzo dei prodotti è molto inferiore a quello di mercato dell’usato, eBay ad esempio. Poi quello dei centri è un prodotto seconda vita, per il quale l’Iva è stata già pagata, che quindi alla fine viene di fatto pagata due volte: o la dimezziamo o, meglio ancora, la azzeriamo. Altrimenti proponiamo di ispirarsi alla Svezia, dove dal 2017 vengono forniti sgravi fiscali (credito d’imposta) dal 25 al 12% per coloro che dimostrano di aver fatto riparare scarpe, biciclette, elettrodomestici, computer ecc. Basterebbe adattarla al caso italiano.

E se la cosa può dare noia ai produttori, quelli di mobili ad esempio, è una questione da risolvere a livello di categorie commerciali.

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Oltre che sulla pandemia, oggi la politica è concentrata sul Recovery plan. Potrebbe essere l’occasione buona per il riuso?

Se già oggi, senza che il pubblico abbia investito un centesimo, abbiamo 80mila addetti impiegati nel settore della vendita dell’usato, sarebbe facile moltiplicare questi posti di lavoro, almeno per due, con investimento modesti da attingere dal Recovery plan.

Il Pnrr potrebbe intervenire innanzitutto dal punto di vista normativo, col decreto attuativo di cui abbiamo parlato e con la legge per gli sgravi modello Svezia. E poi dal punto di vista economico la nostra proposta è che in ogni provincia si realizzi almeno una piattaforma di riparazione, riuso e ri-commercializzazione di prodotti usati: un sistema coordinato dal pubblico in cui si inseriscono operatori privati.

Si possono attingere anche i fondi per la transizione digitale: il digitale è già importantissimo per il mercato dell’usato.

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