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giovedì, Ottobre 21, 2021

La tassazione green aiuta la transizione. “Ma l’Europa deve agire compatta”

Chi inquina paga. E i fondi ottenuti vanno impiegati per costruire economie più resilienti e socialmente più giuste. Gli obiettivi della tassazione verde (green taxation), la riforma fiscale promossa dalla Commissione europea

Simone Fant
Simone Fant è giornalista professionista. Ha lavorato per Sky Sport, Mediaset e Startupitalia. Giornalista presso AIPS (Association internationale de la presse sportive) e collaboratore per Materia Rinnovabile, è appassionato di economia circolare e green economy.

Economie più resilienti e socialmente più giuste. Sono questi gli obiettivi della Green Taxation (tassazione verde), la riforma fiscale promossa dalla Commissione europea che, secondo uno studio condotto dal Ieep, l’Istituto per la politica ambientale europea, porterà significativi benefici economici e ambientali applicando il principio “chi inquina paga”, quello secondo cui i costi dell’inquinamento prodotto li deve sostenere chi lo provoca. L’inquinamento atmosferico e i gas a effetto serra sono i più tassati in Europa, ma anche le entrate sono solo circa la metà del costo esterno totale stimato, vale a dire della stima economica dei danni ambientali che produce. I costi dell’inquinamento atmosferico e dei gas serra prodotti dai soli trasporti sono stati stimati a oltre 100 miliardi di euro, con contributi simili da parte di energia, industria, famiglie e agricoltura.

Passare da una tassazione sul lavoro a una sull’inquinamento

Da un punto di vista fiscale, l’internalizzazione dei costi ambientali – vale a dire il pagamento dei danni dell’inquinamento prodotto da parte dell’azienda che lo produce –  porterebbe a una corretta ed efficace compensazione attraverso politiche dei prezzi in grado di evitare che il costo sia trasferito sui consumatori e strumenti fiscali. “L’obiettivo è quello di passare da una tassazione sul lavoro a una sull’inquinamento – ha spiegato Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per l’Ambiente, gli Oceani e la Pesca, intervenendo alla conferenza “Green Taxation to build fairer, more resilient economies” (Tassazione verde per costruire economie più eque e resilienti). La Commissione europea si sta già muovendo in questo senso avendo annunciato una revisione sulla direttiva in materia di tassazione energetica e sul sistema di scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra. Proporremo anche un nuovo meccanismo di rilocalizzazione delle emissioni di CO2”, vale a dire a più alto rischio di delocalizzazione fuori dai confini per evitare i costi della CO2 nell’Ue.

Nel corso degli anni le politiche dei prezzi applicate in campo ambientale hanno prodotto ottimi risultati, come nel caso della direttiva Acque (Water Framework Directive) che ha introdotto il concetto di recupero del costo dei servizi idrici applicando il principio “chi inquina paga” anche in agricoltura. La direttiva chiede agli utilizzatori di contribuire alla copertura di tutti i costi industriali di tali servizi, oltre che dei costi ambientali e delle risorse favorendone l’uso efficiente.
Attualmente in Europa il 50% delle entrate fiscali arrivano da imposte sociali sul lavoro. Lo scorso anno meno del 5,9% (dato Eurostat) è arrivato da tasse ambientali, per i 4/5 dovuti alla tassazione dell’energia. A livello europeo ci sono gap significativi tra nazioni come la Lettonia che riscuote il 9,6% e la Germania, solo il 4,4%. Sulla politica dei prezzi aveva coraggiosamente scelto di puntare l’Irlanda nel 2002 tassando i sacchetti di plastica per fare la spesa. I clienti per averli dovevano pagare 33 centesimi e, anche grazie ad un’efficace campagna di sensibilizzazione, l’utilizzo di sacchetti di plastica è sceso del 94%.  Con questa misura l’Irlanda ha riscosso fino ad oggi quasi 9 milioni di euro.

In 10 anni entrate extra per 35 miliardi

“Gli Stati membri esitano ancora nell’affrontare questa problematica con un metodo sistemico – osserva Alan Buckwell, economista britannico che ha condotto lo studio Ieep – perché temono che la Green Taxation possa danneggiare le fascia più povera della popolazione. Ma con questo report vogliamo dimostrare che una riforma fiscale ambientale farà sbocciare un’economia più sostenibile e inclusiva”.  Lo studio si concentra su 5 temi: aria, qualità dell’acqua, biodiversità e utilizzo del suolo, disponibilità e stress idrico, economia circolare. Dalle analisi risulta che il costo derivante da inquinamento dell’aria supera i 700 miliardi di euro annui per i 27 membri Ue. Solo il 44% di questi costi viene internalizzato ricorrendo alla leva fiscale, mentre il resto viene esternalizzato, trasferito cioè sulla popolazione anche in termini di emissioni inquinanti dall’impresa.

A pagare di più l’internalizzazione da parte delle imprese sono le famiglie, sulle cui spalle pesa un carico fiscale maggiore rispetto al costo dell’inquinamento che provocano: in pratica pagano una parte delle tasse che dovrebbero pagare le aziende per l’elevato impatto dei loro servizi e prodotti perché i costi privati risultano inferiori a quelli sopportati dalla collettività. Per quanto riguarda l’internalizzazione dei costi dovuti all’inquinamento atmosferico, con il suo 70% l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi d’Europa.
Per quanto riguarda i costi dell’inquinamento idrico, 22 miliardi di euro, “i costi qui sono inferiori – commenta al webinar Alan Buckwell – ma quasi nessun Paese ha adottato misure fiscali per affrontare il problema”.

Infine, il report di Ieep ha simulato l’impatto che avrebbe un pacchetto di misure di fiscalità ambientale del valore di 30 miliardi in sostituzione delle imposte sul reddito. Con un aumento delle tasse verdi dal 6% del gettito fiscale totale a circa il 6,6% del gettito fiscale totale, entro il 2030 si raccoglierebbero 30 miliardi di euro che utilizzati per ridurre le imposte sul reddito produrrebbero un impatto netto sul Pil dell’Unione europea di 35 miliardi, vale a dire lo 0,2% in più, con una crescita occupazionale di 140mila unità aggiuntive (+0,1%). Insomma, stando alla simulazione verrebbe anche meno il pregiudizio per cui le tasse verdi sono regressive, dati gli impatti positivi o al più nulli sul reddito.

“Il Pil non basta”

Come sanno ormai bene i lettori e le lettrici di questo giornale, l’economia circolare si basa su un approccio sistemico. Per svilupparsi necessita dunque di un cambiamento nel modello di business che tocca più settori. “Dobbiamo capire come misurare ciò che conta e puntare su diversi indicatori economici – dice Sandrine Dixson -Declève, co-presidente del Club di Roma, l’associazione che nel 1972 ha denunciato “i limiti dello sviluppo” –. Non si dovrebbe più tener conto solo del Pil come indice di crescita. Dovremo puntare sul mix di persone, cura del pianeta e prosperità. Anche convincere le persone ad abbracciare un approccio olistico sarà una bella sfida,” conclude Dixson-Declève.

Studi come i ‘Cataloghi italiani sui sussidi ambientali dannosi e positivi’ , condotto dal Senato, e la presentazione del progetto “Advancing Environmental Fiscal Reform”, curato invece dall’Unione europea, dimostrano che il nostro Paese sta muovendo passi importanti verso un regime fiscale più green, ma per vincere la sfida serve un gioco di squadra a 27. “Agire multilateralmente sarà cruciale – commenta l’italiano Aldo Ravazzi Douvan, presidente del Green Budget Europe, alla fine della conferenza on line sulla Green Taxation – senza riforma fiscale non raggiungeremo gli obiettivi prefissati del Green Deal”.

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