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venerdì, Ottobre 22, 2021

Tutto quello che c’è da sapere sul deposito unico dei rifiuti radioattivi

Da oggi è attiva la procedura che porterà alla realizzazione del sito unico nazionale di stoccaggio permanente dei rifiuti nucleari, che giunge dopo l'avvio di una procedura d'infrazione da parte dell'Unione Europea. Sono 67 i luoghi ritenuti idonei ad ospitare il deposito unico. Le reazioni sono contrastanti

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

Dopo 33 anni dall’addio nazionale all’energia nucleare col referendum del 1987, dopo la più recente bocciatura con un secondo referendum nel 2011, dopo un primo fallimentare tentativo di trovare una casa all’eredità della stagione nucleare all’inizio degli anni Duemila e dopo, da ultimo, una procedura d’infrazione avviata dall’Unione europea per non aver ancora indicato come gestiremo quell’eredità, prende il via oggi la procedura che porterà – o forse meglio dire che dovrebbe portare – alla realizzazione del sito unico nazionale di stoccaggio permanente dei rifiuti nucleari.

Stamattina, infatti, dopo il nulla osta del ministero dello Sviluppo e del ministero dell’Ambiente, la Sogin – società responsabile della localizzazione, realizzazione e dell’esercizio del Deposito nazionale per smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi – ha pubblicato (sul sito www.depositonazionale.it) la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), insieme al progetto preliminare della struttura e del connesso Parco Tecnologico. Il deposito permetterà di conservare in via definitiva i rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività e provvisoriamente, in attesa di un adegauto sito geologico, di quelli ad alta intensità che oggi sono all’estero in siti per il trattamento.

La lista dei 67 siti papabili

Sono 67 i luoghi ritenuti idonei ad ospitare il deposito: 22 nel Lazio, 14 in Sardegna, 12 in Basilicata, 8 in Piemonte, 4 in Sicilia, 1 in Puglia più altri 4 condivisi con la Basilicata e 2 in Toscana.

Vediamo nel dettaglio i Comuni coinvolti, molti dei quali ricevuta la notizia (vedi più avanti) hanno subito minacciato di alzare le barricate:

Piemonte

In provincia di Torino due: Caluso-Mazze’-Rondissone e Carmagnola. Sei in provincia di Alessandria: Alessandria-Castelletto Monferrato-Quargnento, Fubine-Quargnento, Alessandria-Oviglio, Bosco Marengo-Frugarolo, Bosco Marengo-Novi Ligure, Castelnuovo Bormida-Sezzadio.

Lazio

Ischia di Castro, Canino-Cellere-Ischia di Castro, Montalto di Castro 1, Montalto di Castro2, Canino1, Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Piansano-Tuscania, Piansano-Tuscania, Tuscania, Canino-Montalto di Castro1, Canino 2, Arlena di Castro-Tessennano-Tuscania, Arlena di Castro-Tuscania 1, Arlena di Castro-Tuscania2, Canino-Montalto di Castro 2, Tarquinia-Tuscania, Soriano nel Cimino, Soriano nel Cimino-Vasanello-Vignanello, Gallese-Vignanello, Corchiano-Vignanello, Corchiano-Gallese, Corchiano

Toscana

Pienza-Trequanda in provincia di Siena e Campagnatico in provincia di Grosseto.

Sicilia

Si trovano nelle province di Trapani, Palermo e Caltanissetta. Nel dettaglio, i Comuni sono Trapani, Calatafimi-Segesta, Castellana Sicula, Petralia Sottana, Butera.

Sardegna

Quattro siti sono nella provincia di Oristano e dieci in Comuni nel sud della Sardegna. Siapiccia, Albagiara, Assolo, Mogorella, Usellus, Villa Sant’Antonio, Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Tuili, Ussaramanna, Gergei, Las Plassas, Villamar, Mandas, Siurgus Donigala, Segariu, Guasila, Ortacesus.

Basilicata

Sei aree ricadono nel comune di Genzano di Lucania (Potenza). Interessati anche in un caso il territorio del Comune di Irsina (Matera) insieme a Genzano di Lucania e in un altro caso aree ricadenti nei territori dei comuni di Acerenza e Oppido Lucano (Potenza)

Puglia

Gravina in Puglia in provincia di Bari. Ci sono anche i Comuni di Altamura (in provincia di Bari) e Laterza (in provincia di Taranto) indicati per un’area individuata in condivisione con Matera in Basilicata.

Leggi anche: Quali sono le 23 aree (forse) più idonee per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi

Il metodo

I documenti pubblicati oggi, spiega la Sogin sul sito internet del deposito unico nazionale, “sono frutto del lavoro coordinato congiuntamente dai due ministeri, atteso da molti anni che testimonia la forte assunzione di responsabilità da parte del governo su un tema, quello della gestione dei rifiuti radioattivi, che comporta anche per il Paese una procedura di infrazione europea”. Le aree indicate nella Cnapi sono “il risultato di un complesso processo di selezione su scala nazionale svolto da Sogin in conformità ai criteri di localizzazione stabiliti dall’Isin (Ispettorato per la sicurezza nazionale e la radioprotezione), che ha permesso di scartare le aree che non soddisfacevano determinati requisiti di sicurezza per la tutela dell’uomo e dell’ambiente. Ai criteri di esclusione sono seguiti quelli di approfondimento, attraverso indagini e valutazioni specifiche sulle aree risultate non escluse”.

Una prima cernita, spiega ancora Sogin, che risponde ai criteri elaborati dall’ente di controllo – Ispra e oggi Isin, Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione – in linea con gli standard della International Atomic Energy Agency. Criteri che “rappresentano un insieme di requisiti fondamentali e di elementi di valutazione per arrivare, con un livello di dettaglio progressivo, all’individuazione delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale”.

78mila metri cubi “a molto bassa e bassa attività”

Il deposito nazionale ospiterà esclusivamente rifiuti radioattivi prodotti nel nostro Paese, si legge ancora su www.depositonazionale.it: vi “saranno sistemati definitivamente e in sicurezza circa 78.000 metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività”, la cui radioattività decade cioè a valori trascurabili nell’arco di 300 anni”.

Di questi rifiuti, 33.000 metri cubi sono già pronti per essere stoccati, mentre gli altri 45.000 sono quelli che Sogin si attende verranno prodotti nel periodo di vita del deposito. Circa 50.000 metri cubi di questi rifiuti derivano dagli impianti nucleari dismessi (oggi stoccati in una ventina di siti provvisori, “non idonei ai fini dello smaltimento definitivo” afferma Sogin), altri 28.000 dagli impianti nucleari di ricerca e dai settori della medicina nucleare e dell’industria.

17.000 metri cubi a media e alta attività

Nel deposito unico nazionale sarà compreso anche un Complesso stoccaggio alta attività (CSA), “per lo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività”, in attesa di un deposito geologico. Una minima parte di questi ultimi, “circa 400 m3, è costituita dai residui del riprocessamento del combustibile effettuato all’estero e dal combustibile non riprocessabile”. Questi residui radioattivi e materiali nucleari a media e alta attività saranno stoccati in appositi contenitori “altamente schermanti, quali ad esempio i cask, specifici contenitori qualificati al trasporto e allo stoccaggio, capaci di resistere a sollecitazioni estreme sia meccaniche che termiche (urto e incendio)”.

Il CSA, aggiunge Sogin, “risponderà ai requisiti di sicurezza richiesti dall’autorità di controllo, sarà in linea con analoghe strutture già presenti all’estero e disporrà di processi e tecnologie per la gestione ottimale delle diverse tipologie di rifiuto a media e alta attività, attraverso meccanismi di movimentazione remotizzati o con operatore”. Tecnologie in grado di garantire, spiega la società responsabile, “la sicurezza dello stoccaggio temporaneo dei rifiuti a media e alta attività, con un sistema di contenimento basato sulla prevenzione di rilasci radioattivi nel periodo di permanenza”.

Altri sei mesi per arrivare alle “aree idonee”

Con la pubblicazione della Carta, “parte la fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei quattro mesi successivi il seminario nazionale”, vale a dire l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio “che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere”. Per superare le attese, e già oggi confermate, opposizioni dei territori coinvolti, Sogin punta, dunque, su forme di monetizzazione del servizio “accolto” dal territorio individuato.

Le osservazioni e la discussione nel seminario nazionale serviranno per aggiornare la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, che verrà poi nuovamente sottoposta ai pareri del ministero dello Sviluppo economico, dell’ente di controllo Isi, del ministero dell’Ambiente, e del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In base a questi pareri, il ministero dello Sviluppo economico convaliderà la versione definitiva della Carta (Cnai – Carta nazionale delle aree idonee). “Sarà una procedura fortemente partecipata e trasparente – tiene a sottolineare Sogin – condotta coinvolgendo gli amministratori e i cittadini tutti, e al termine della quale potranno pervenire le candidature dei Comuni”. Anche se a giudicare dalle reazioni di questa mattina parrebbe irrealistico, ma Sogin parla appunto di candidature e non di designazione dall’alto.

Come sarà il deposito

Il Deposito nazionale e il Parco tecnologico saranno costruiti in un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al Parco. Il deposito, spiega la società che gestisce i rifiuti nucleari di casa nostra, avrà “una struttura a matrioska“: all’interno ci saranno 90 costruzioni in calcestruzzo armato (le celle) che a loro volta ospiteranno grandi contenitori in calcestruzzo speciale (moduli); dentro i moduli ci saranno i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati.

Per la costruzione del Deposito si stima un investimento complessivo di circa 900 milioni di euro che genererà oltre 4.000 posti di lavoro all’anno per 4 anni di cantiere, tra diretti e indiretti. Durante la fase di esercizio, invece, nel Deposito e nel Parco lavoreranno circa 700 addetti, fra interni ed esterni, con un indotto di altre 1.000 persone.

Il parco tecnologico

Insieme al Deposito nazionale sarà realizzato un Parco tecnologico, che comprenderà un centro di ricerca applicata e di formazione, aperto a collaborazioni internazionali, dove svolgere studi nel campo dello smantellamento delle installazioni nucleari, della gestione dei rifiuti radioattivi, della radioprotezione e della salvaguardia ambientale. Questi studi, recita il sito www.depositonazionale.it, “avranno il duplice obiettivo di stimolare l’innovazione scientifica e tecnologica dell’industria nazionale e costituire un polo di attrazione per occupazione qualificata”.

Le attività di ricerca, auspica Sogin, “saranno concordate con le comunità che vorranno ospitare il Deposito nazionale, con l’obiettivo di valorizzare le caratteristiche e le vocazioni del territorio, favorendone lo sviluppo economico e industriale”.​

Scanzano Jonico, un brutto precedente

Come accennato, il lavoro del Cnapi ha un precedente che, a proposito di partecipazione e trasparenza, ha creato non pochi problemi al governo dell’epoca. Ce lo ricordano le parole di Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente: “Tutti ricordiamo quello che successe nel 2003, quando l’allora commissario della Sogin e il governo Berlusconi scelsero, con un colpo di mano e senza fare indagini puntuali, il sito di Scanzano Jonico in Basilicata che, dopo le sollevazioni popolari a cui partecipammo anche noi, fu ritirato. Si tratta di un’esperienza davvero terribile da non ripetere”.

La procedura d’infrazione

Ora però, dopo anni di immobilismo e rinvii, una soluzione va individuata. Per non aver ancora adottato un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi (come previsto dalla direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio europeo), nell’ottobre scorso la Commissione europea ha notificato all’Italia l’attivazione di una procedura di infrazione. Gli Stati membri avrebbero dovuto notificare i loro programmi nazionali entro il 23 agosto 2015. Italia, Austria e Croazia non lo hanno fatto.

Le reazioni a caldo

Scontate e sicuramente attese le opposizioni dei territori, nonostante l’impegno ad attivare meccanismo di partecipazione per arrivare alla scelta del sito che ospiterà il Deposito. Sulle agenzie di stampa e sui siti di informazione se ne susseguono a decine. Ne raccontiamo solo alcune.

L’associazione dei Comuni sardi (Anci Sardegna), ad esempio, il cui presidente Emiliano Deiana chiama alla mobilitazione generale di tutta l’isola “affinché si respinga ogni ipotesi di individuazione della Sardegna quale sito per lo stoccaggio delle scorie radioattive e nucleari”. Idem il sindaco di Soriano nel Cimino, nel viterbese, Fabio Menicacci: “Faremo di tutto per opporci a questo progetto”.

O quello di Castellana Sicula (Pa), Franco Calderaro: “Ci opporremo con tutte le forze ad ogni ipotesi di ubicazione nel nostro territorio di un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi”. Compatti i sindaci tocani della Val d’Orcia (Castiglione d’Orcia, Pienza, Montalcino, San Quirico d’Orcia e Radicofani) e della Valdichiana (Trequanda, Sarteano, Chianciano Terme, Chiusi, Cetona, San Casciano dei Bagni, Montepulciano, Sinalunga e Torrita di Siena): “Si tratta di una proposta irricevibile e non negoziabile e che riteniamo di non poter prendere nemmeno in considerazione in un territorio come il nostro patrimonio mondiale dell’umanità Unesco e ad alta vocazione turistica”.

Per la politica si tratta di un’assunzione di responsabilità

Mentre dai territori e dai Comuni arrivano solo voci di protesta, le reazioni della politica sono diversificate. “Dopo decenni di attese e rinvii, in Italia si chiude definitivamente la stagione del nucleare e si sanano situazioni potenzialmente pericolose – commenta il sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut (Pd) – Si tratta di una forte assunzione di responsabilità da parte del Governo”. Sulla responsabilità punta anche Stefano Vignaroli, presidente pentastellato della commissione Ecomafie: “Va dato atto a questo governo di aver avuto il coraggio di fare un passo importante in un percorso che però è stato e sarà lungo”. E insiste sulla condivisione delle scelte e sui costi per i cittadini: “Ci sarà inevitabilmente un confronto con le comunità e gli enti territoriali per arrivare a vedere il deposito diventare realtà. Ogni anno in bolletta elettrica i cittadini pagano la gestione dei rifiuti radioattivi centinaia di milioni di euro”.

Anche secondo Rossella Muroni, deputata di LeU e vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera “soprattutto in questo momento storico è più importante che mai gestire la partecipazione, assicurare trasparenza, coinvolgere i territori, se non si vuole innescare l’ennesimo conflitto sociale ed ambientale“. Muroni definisce la pubblicazione della Carta nazionale “un atto dovuto e atteso da tempo, ma anche un’assunzione di responsabilità da parte del governo”.

Contesta invece la scelta un’altra voce dell’ambientalismo, Angelo Bonelli, coordinatore nazionale Verdi: “Era una decisione che si attendeva da anni. Noi riteniamo però che i rifiuti ad alta intensità si debba lavorare su un sito unico europeo mentre per gli altri sia auspicabile evitare un sito unico nazionale e diversificare mettendo in sicurezza i siti già esistenti”. Dall’opposizione anche Matteo Salvini non risparmia le critiche e accusa il governo “di discutere del futuro deposito nazionale di rifiuti radioattivi senza consultare le Regioni e i sindaci e dopo aver tenuto fermo il dossier per oltre un anno”, mentre il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, così come il suo collega sardo Solinas e il lucano Bardi, si dicono contrari a ospitare il deposito nei rispettivi territori.

Le associazioni chiedono un percorso partecipato

I commenti del mondo ambientalista sono diversificati anche quando arrivano dalle associazioni. Greenpeace sostiene di “non condividere la strategia scelta dall’Italia, basata sull’unica ipotesi di dotarsi di un solo Deposito nazionale”, mentre “sarebbe stato più logico verificare più scenari utilizzando i siti esistenti o parte di essi, e applicare a queste opzioni una procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS)”.

Dopo la pubblicazione della Cnapi, Stefano Ciafani, presidente di Legambiente chiede “che si attivi un vero percorso partecipato, che è mancato finora, per individuare l’area in cui realizzare un unico deposito nazionale, che ospiti esclusivamente le nostre scorie di bassa e media intensità, che continuiamo a produrre, mentre i rifiuti ad alta attività, lascito delle nostre centrali ormai spente grazie al referendum che vincemmo nel 1987, devono essere collocate in un deposito europeo, deciso a livello dell’Unione, su cui è urgente trovare un accordo”.

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