martedì, Ottobre 27, 2020

UN PALAZZO CHE DIVENTA ASTRONAVE E POI PARTE: IL VIAGGIO DI OFFICINA DEL RIUSO APS

Economia Circolare
Economia Circolare
Redazione EconomiaCircolare.com
[di Lucia Federica Tirrò]
Irene Valbonesi, presidente di Officina del Riuso, presenta la sua organizzazione fortemente impegnata in laboratori esperienziali sul tema ambientale.


Sinossi

Ecco il resoconto di una chiacchierata (virtuale) tra me e Irene Valbonesi. Ho deciso di intervistarla attraverso alcune semplici domande molto aperte per poter apprendere il modus operandi della sua organizzazione nell’ambito dell’educazione ambientale, basata sui principi dell’economia circolare, dell’ecosostenibilità e dell’economia solidale, come cita la loro stessa pagina Facebook. Siamo partite dal concetto di riuso, visto come occasione di riscoperta dei materiali di scarto, per riflettere sulla nostra percezione di esseri umani, fatti di sensi che rispondono agli stimoli. Da lì abbiamo fatto un tuffo nelle origini dell’associazione, che sono profondamente ispirate e legate alle buone pratiche presenti da decenni sul territorio di Modena e Reggio Emilia. Un ruolo fondamentale gioca la formazione di Irene, esperta di Conservazione di Beni Culturali e atelierista, ovvero insegnante ed educatrice in ambito artistico. Attraverso le narrazioni di ciò che succede durante i laboratori, scopro quanto potere abbia la didattica non formale, non solo nel diffondere una nuova sensibilità nei confronti dell’ambiente ma anche nel formare le competenze personali dei nuovi piccoli cittadini del futuro. L’informazione sulla storia e sugli usi dei materiali si accompagna al gioco, coinvolgendo anche i più grandi. Infine parliamo dell’effetto “collante” di queste attività, capaci di dare voce anche ai gruppi lasciati al margine e desiderosi di integrazione.

Questa è l’era delle storie. Lo storytelling è lo strumento con cui le aziende si presentano al proprio pubblico, riuscendo a tenerlo incollato per diversi minuti a dei video pubblicitari pieni di informazioni. Una volta era impossibile immaginarci per minuti interi a seguire una pubblicità ma le storie hanno avuto il potere di cambiare le nostre abitudini.

Allora penso che anche io voglio raccontare una storia per permettere a qualcuno di essere visibile. Così oggi vi racconto del mio incontro con Irene. Vista la mia attuale distanza dall’Italia, la nostra è stata una bellissima chiacchierata virtuale tanto istruttiva quanto emozionante. La sua voce chiara e gentile domanda dopo domanda (e risposta dopo risposta), mi ha illustrato cosa significa gestire un progetto come Officina del Riuso aps. e con questo report cercherò di riprodurre le suggestioni che questo progetto mi ha dato.

Partiamo in modo diretto: “Quanta importanza ha al giorno d’oggi dare nuova vita agli oggetti usati, che altrimenti butteremmo?” Irene mi risponde e nel farlo mi fornisce da subito un cambiamento di prospettiva profondamente interessante: “Si tende a dare a questi oggetti un valore secondario, a volerli trasformare immediatamente in un altro oggetto che abbia subito un valore un po’ più alto o che debba avere un’utilità pratica. L’obiettivo tende sempre ad essere la trasformazione. Il nostro obiettivo, invece, è di spostare l’attenzione delle persone, dai bambini fino ad arrivare agli adulti sul fatto che questi sono oggetti che hanno una loro bellezza, una loro utilità di per sé. Se poi arriviamo a vederli come costruzioni, la percezione cambia poi totalmente, perché significa arrivare a percepire l’oggetto come infinitamente riutilizzabile”. Cambiamento rotta numero 1 per me. Siamo abituati a pensare (perché lo so che non sono la sola) che un oggetto vecchio debba essere riciclato per assumere una nuova forma, ma rimanere ciò nonostante un oggetto del quale dobbiamo servirci. Che bella rivoluzione è invece usare questi materiali in quanto tali, usarli per immaginare, per giocare, per costruire all’infinito. “Smettere di incastrare tutto in una funzione”, come mi dice Irene. E allora voi capite che nella mia chiacchierata con Irene io so già che quello che mi si sta per prospettare non è solo di sapere come loro si occupano di ambiente, ma sto per entrare in contatto con una nuova mentalità che decostruisce, pezzo dopo pezzo, la nostra posizione nei confronti dei materiali di cui siamo circondati. Noi, perché capisco che entrare in contatto con la storia di Officina, mi fa sentire da subito membro responsabile di una comunità. E non importa se ci troviamo a 1000 km di distanza, mentre i minuti della nostra chiamata in viva voce scorrono sul display. Sono già partecipe, ascoltandola, di una piccola rivoluzione gioiosa.

Il contatto che si stabilisce mi porta poi a chiedere come nasce questo progetto. Qui Irene mi fa fare un salto nel passato. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali all’Università di Parma, e impegnata sin da giovanissima in laboratori in ambito artistico con i bambini, decide di rivolgere le sue competenze verso l’educazione ambientale. Scopro che in Emilia Romagna e non solo, ci sono delle organizzazioni attive dagli anni Sessanta, come l’attuale Fondazione Reggio Children e il Centro di Riciclaggio Creativo REMIDA ad esso legato, che offrono degli atelier all’interno delle scuole e degli asili. La figura che guida questi incontri è l’atelierista, proprio come Irene, che qui si è formata, ovvero un’insegnante con un background artistico. La Fondazione porta il nome del pedagogista Loris Malaguzzi,  fondatore del Centro medico psico-pedagogico comunale di Reggio Emilia e “promotore di una filosofia educativa di stampo innovativo”, citando il sito della Fondazione. Prendendo ispirazione e formandosi in questo ambiente, Irene dà il via a i propri laboratori all’interno della sua Officina del Riuso.

“Come sono strutturati i vostri progetti di educazione ambientale?” le chiedo. Sono curiosa di capire come una didattica di tipo non formale riesca a portare alla consapevolezza sull’ambiente. Scopro così che i laboratori di Officina sono delle vere e proprie esperienze sensoriali. Che i bambini, pubblico a cui sono principalmente rivolti gli atelier, giocando con i vari materiali, attivano i sensi e da lì l’immaginazione. I materiali con cui si gioca sono accuratamente selezionati affinché i piccoli non vengano in contatto con sostanze tossiche, non ci sia spolvero, ovvero rilascio di polveri, e affinché gli oggetti stessi non siano taglienti. “Gli oggetti sono divisi per tipologia e quando abbiamo la possibilità di fare più incontri, dividiamo ciò che presentiamo per materiale o per colore, affinché ogni volta sia come ripartire da zero e fare la conoscenza di questi scarti da una prospettiva diversa. Etichettiamo gli oggetti per renderli riconoscibili ma non diamo subito molte informazioni sulla provenienza perché cerchiamo invece di focalizzare l’attenzione sulle sensazioni che questo oggetto dà”, mi spiega Irene.  Introspezione, curiosità e esperienza emergono come concetti chiave degli incontri, che non coinvolgono solo i bambini. Perché se anche gli adulti che a volte li accompagnano, imparano ad azzerare le loro convinzioni su ciò che vedono e decidono semplicemente di provare a costruire un “dopo” senza sovrastrutture, forse si può imparare qualcosa in più del rispetto ambientale. Dignità è una parola che Irene pronuncia spesso quando parla dei materiali. Officina si impegna in questo percorso di consapevolezza attraverso un lavoro di catalogazione e diffusione di informazioni sui materiali con cui le persone vengono a contatto durante i laboratori. Conoscere la provenienza, gli utilizzi, i motivi per cui un materiale esiste dona agli scarti una nuova importanza e ci dimostra che, ponendoci le domande giuste su ciò che ci circonda, anche ciò che può sembrarci pericoloso o da eliminare, può invece aiutarci a conoscere meglio noi stessi. E forse in questo periodo abbiamo davvero bisogno di osservare senza pregiudizi e con curiosità per riacquistare un po’ di umanità.

Scivoliamo così verso il punto in cui le chiedo quale sia il rapporto con la città di Modena e subito le parole che pronuncia per rispondermi si increspano in un piccolo sorriso. La città che lei ama “in modo viscerale”, le dà una buona risposta in termine di sostegno istituzionale, mi dice. Irene è profondamente convinta che agire a livello locale sia già un bell’impegno ed è qui che a loro piace rimanere ed essere attivi. Le istituzioni prestano loro ascolto e conveniamo entrambe che agire in una città italiana di medie dimensioni, rende sicuramente i processi burocratici più accessibili. Un altro elemento estremamente interessante è l’interazione di Officina con le aziende del territorio anch’esse estremamente collaborative, sebbene a volte bisogna mettere l’accento su delle parole chiave “come scuola, bambini, educazione civica per avere il loro appoggio”, mi confessa. Dietro le parole di Irene non c’è polemica. Riflettiamo insieme su come spesso che le associazioni di promozione sociale debbano fornire un promessa di profitto per essere ascoltate. “L’economia circolare non deve per forza fare business. Fare business non dovrebbe essere il nostro primo obiettivo. Quello che per noi è importante è creare cultura, così come fanno le scuole, le ludoteche, da cui non ti aspetti di avere un risvolto commerciale”. Torniamo così al concetto da cui siamo partite all’inizio: per acquisire autorevolezza l’economia circolare non deve necessariamente produrre qualcosa di accattivante, nuovamente acquistabile o da cui si debba trarre un profitto. Non posso non concordare.

Riutilizzare o addirittura riparare (!) sono dei concetti antichi ma ancora fortemente attuali. “Giocando con questi materiali, allunghiamo loro la vita potenzialmente all’infinito” afferma Irene “Inoltre, non usando colle questi materiali funzionano proprio come delle costruzioni, dei Lego”. Mi viene da pensare al fatto quindi che esistono mille combinazioni di una stessa cosa e che questi materiali ci aiutano a vedere prospettive differenti di una stessa situazione senza forzare il processo, ma semplicemente dando voce alle sensazioni che emergono dal contatto con gli oggetti. Penso sia entusiasmante quando un bambino o un adulto su stimolo dell’atelierista, si accorge di un particolare finora dimenticato. E così arrivo alla mia domanda finale. So che i loro progetti includono anche i migranti e i disabili, categorie di persone troppo spesso marginalizzate dal contesto sociale in cui viviamo. Mi piace l’idea che questi progetti possano offrire una “seconda possibilità” a chi spesso non è accolto con la dignità che meriterebbe. E Irene mi parla di quella volta in cui “in una scuola elementare bambini italiani e bambini immigrati si sono seduti insieme e questi ultimi hanno iniziato a giocare con le bobine come se fossero un volante, finché tutti li hanno copiati” o di quella volta in cui, il giorno successivo ad una delle più forti scosse di quel terremoto del 2012 “i bambini hanno riprodotto con gli oggetti a disposizione il tremolio degli edifici in cui si erano trovati solo il giorno prima” riuscendo a dare forma alla loro paura.  Qui per un momento la voce di Irene esita, si spezza ma non si interrompe. Finiamo di parlare dei laboratori sul fumetto, a cui altre organizzazioni che si occupano di attività ricreative per disabili hanno preso parte. Mentre lei parla do una sbirciata alle foto sulla loro pagina Facebook e vedo visi felici fotografati con i loro fumetti di cartone colorati in diversi angoli di Modena. Quando arriva il momento di attaccare le nostre cornette, le sono estremamente grata per avermi raccontato di quante combinazioni esistono per essere esseri umani più consapevoli del nostro mondo.

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