“Il confine tra la riduzione degli oneri amministrativi attraverso la semplificazione e la deregolamentazione vera e propria è pericolosamente sottile”: con tale segnalazione alcune delle più stimate ong ambientali a livello europeo – dal WWF al Climate Action Network fino all’European Environmental Bureau – hanno ricordato ai vertici dell’Unione Europea uno dei rischi che più preoccupa il “nuovo” corso delle istituzioni comunitarie.
Come abbiamo segnalato più volte sul nostro portale, i vari pacchetti Omnibus che la Commissione sta rilasciando in questi mesi stanno stravolgendo il Green Deal della scorsa legislatura e l’ambizione di fare del Vecchio Continente il territorio più all’avanguardia per quel che riguarda le politiche ambientali e climatiche nonché quelle relative all’economia circolare.
In questo senso uno dei nodi principali riguarda la direttiva Red III (o Renewable Energy Directive III), la terza direttiva UE in materia di promozione dell’uso delle fonti energetiche. La direttiva 2023/2413, che modifica la direttiva 2018/2001, prevede una serie di novità per gli Stati membri in tema di energie rinnovabili, in particolare per quanto riguarda la loro promozione e l’aumento della loro quota nel mix energetico dell’Unione. Emanata a novembre 2023, dava 18 mesi di tempo agli Stati membri per adottare i provvedimenti nazionali di recepimento.

Ma i “compiti per casa” non sono stati eseguiti. A maggio 2025 scadevano i termini per il recepimento della direttiva Red III, e tra gli Stati membri inadempienti, guidati dalla Germania, si fa sempre più forte l’ipotesi di allentare i vincoli. Di deregolamentare, appunto. Già lo scorso febbraio Bruxelles aveva avviato un pacchetto di procedure di infrazione contro 8 Stati membri – tra cui l’Italia (gli altri sono Bulgaria, Spagna, Francia, Cipro, Slovacchia, Svezia e Paesi Bassi) – per il mancato rispetto della scadenza relativa alle norme autorizzative della RED III. E ora l’appello delle ong a Dan Jørgensen, Commissario europeo per l’energia, è di “fornire gli strumenti per una corretta attuazione della direttiva RED III”.
Come a dire che se non si raggiungono gli obiettivi neppure sul fronte delle rinnovabili è ancor più difficile pensare che si possano raggiungere gli obiettivi su altri fronti – come le materie prime critiche o i target per il ripristino della natura – dove l’UE è molto più indietro.
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Le difficoltà degli Stati membri, tra cui l’Italia, sull’adozione della direttiva Red III
Sottolineando l’importanza delle fonti energetiche rinnovabili in tutti i settori dell’economia, la la direttiva Red III indicava di garantire entro il 2030 una quota di energia rinnovabile pari almeno al 42,5% (contro l’attuale 32%) nel consumo finale di energia, con l’obiettivo di raggiungere il 45%. “Ogni Stato membro – si leggeva nel testo del 2023 – si impegnerà a contribuire al raggiungimento degli obiettivi nei settori dei trasporti, dell’industria, dell’edilizia, e dei sistemi di teleriscaldamento e raffreddamento; inoltre, ciascuno di essi è incoraggiato a destinare almeno il 5% della capacità delle nuove installazioni energetiche a soluzioni innovative”.
Neppure due anni dopo le indicazioni della Commissione europea sembrano cozzare con le disposizioni degli Stati membri. Purtroppo anche in questo l’Italia fa da capostipite. In due anni il governo Meloni si è contraddistinto per una lunga serie di decreti ad hoc sulle rinnovabili, due decreti sulle comunità energetiche rinnovabili ( a fronte di uno stallo che resta preoccupante) e un decreto sulle aree idonee che è stato parzialmente dichiarato illegittimo dal Tar Lazio lo scorso 13 maggio e che dovrà essere riscritto. Col risultato che questa pioggia di norme, invece che semplificare, ha ulteriormente azzoppato lo sviluppo delle rinnovabili.

C’è un passaggio di un’altra lettera-appello all’Unione Europea, scritta questa volta dalle reti Solar Power Europe e Wind Europe, cioè le reti che mettono insieme gli operatori del fotovoltaico e dell’eolico, che sembra scritta appunto per Stati come l’Italia. “Invece di semplificare, molti hanno aggiunto ritardi, complessità e incertezza giuridica – si legge – Allo stesso tempo, chiedono alla Commissione europea una nuova legislazione in materia di autorizzazioni. Non è questa la strada da seguire. Abbiamo bisogno di stabilità, non di deregolamentazione”.
Le ong ambientali, invece, premono sulla Commissione, che a loro dire dovrebbe ulteriormente “supportare gli Stati membri e i governi locali nell’attuazione della RED III, anche digitalizzando le procedure di autorizzazione e di valutazione ambientale, designando in anticipo aree idonee per l’energia rinnovabile, comprese aree di accelerazione, attraverso metodologie solide e basate sulla scienza, tra cui la mappatura della sensibilità, e garantendo autorità competenti per l’autorizzazione che siano dotate di risorse adeguate tramite finanziamenti e formazione dell’UE in linea con le linee guida della Commissione e la RED III”.
L’unica certezza, insomma, è che la strada deve restare quella tracciata dal Green Deal. Possono cambiare i modi in cui raggiungere gli obiettivi ma questi ultimi devono rimanere tali e anzi, vista la schizofrenia a livello globale, l’Unione Europea deve perseguire l’ambizione di una reale ambizione energetica, che sia la più sostenibile a livello ambientale, sociale ed economico.
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