Tessile, arriva l’EPR: come la responsabilità estesa del produttore può cambiare la filiera della moda

Un nuovo schema di decreto intende introdurre in Italia la responsabilità estesa del produttore per il settore tessile: obiettivi di raccolta, contributi ambientali e sistemi consortili per gestire il fine vita dei capi. Ma la transizione verso una moda circolare passa anche dalla cultura e dall’educazione ecologista

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Il tessile è una delle filiere più strategiche – e allo stesso tempo più problematiche – dell’economia globale. Produzione intensiva di risorse, cicli di consumo sempre più rapidi e difficoltà nella gestione dei rifiuti fanno sì che la moda sia uno dei settori chiave e più difficili da convertire per la transizione verso l’economia circolare.

In questo contesto l’Italia si prepara a introdurre un regime di responsabilità estesa del produttore (EPR) per i prodotti tessili. Il principio è ormai consolidato nelle politiche ambientali europee: chi immette un prodotto sul mercato deve assumersi anche la responsabilità finanziaria e organizzativa della fase finale del suo ciclo di vita.

Nel caso della filiera tessile, questo significa che i produttori dovranno contribuire alla gestione dei rifiuti derivanti dai capi dopo l’uso, finanziando raccolta, selezione, preparazione al riutilizzo e riciclo. Un cambio di paradigma che riguarda non solo la gestione dei rifiuti, ma anche il modo in cui i prodotti vengono progettati e commercializzati.

L’obiettivo dello schema di decreto è quello di prevenire e ridurre gli impatti ambientali derivanti dalla progettazione, produzione e gestione dei prodotti tessili al termine del loro ciclo di vita. Agire sul fine vita e responsabilizzare il produttore tessile vuole limitare la produzione di nuove materie prime e sensibilizzare i produttori sull’importanza di sviluppare pratiche di ecodesign per ridurre l’impatto sull’ambiente.

In questo scenario, lo schema EPR diventa complementare alle politiche di ecodesign.

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Come funzionerà il sistema

Lo schema di decreto prevede che i produttori possano adempiere agli obblighi di responsabilità estesa attraverso sistemi di gestione individuali o collettivi, spesso organizzati in forma consortile. Questi sistemi avranno il compito di coordinare le attività di raccolta dei rifiuti tessili post-consumo e di assicurare il loro corretto trattamento lungo la filiera del recupero.

Per finanziare il sistema sarà introdotto un contributo ambientale, versato dai produttori in proporzione alla quantità di prodotti immessi sul mercato. Le risorse serviranno a coprire i costi della raccolta differenziata, della selezione e delle operazioni di recupero o smaltimento dei materiali. Il meccanismo ricalca modelli già adottati in altri settori – dagli imballaggi ai rifiuti elettronici – ma nel tessile presenta una complessità maggiore, legata alla frammentazione della filiera e alla varietà dei materiali.

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Gli obiettivi ambientali

La proposta normativa stabilisce obiettivi progressivi per la raccolta dei rifiuti tessili post-consumo.

Il sistema dovrà raggiungere almeno:

  • il 15% di raccolta entro il 2026,
  • il 25% entro il 2030,
  • il 40% entro il 2035.

Questi obiettivi riflettono la crescente attenzione europea verso la sostenibilità del settore moda e richiedono investimenti significativi nella rete impiantistica e nelle tecnologie di riciclo delle fibre. Proprio per questo il vero nodo della circolarità tessile non è solo raccogliere di più, ma trasformare i rifiuti in nuove risorse.

Riparazione, riuso e nuovi modelli di business

Uno degli aspetti più interessanti dello schema EPR riguarda il ruolo attribuito alle attività di riutilizzo e riparazione. La normativa prevede infatti che i produttori promuovano la diffusione di centri per il riutilizzo e reti di riparatori, strumenti fondamentali per prolungare la vita dei capi e ridurre la quantità di rifiuti generati dalla filiera della moda.

ecodesign tessile ESPR

Si tratta di un passaggio che potrebbe rafforzare anche l’economia sociale e le organizzazioni che da anni operano nel recupero e nella redistribuzione degli abiti usati. Accanto a queste attività emergono nuovi modelli di consumo: piattaforme digitali per il resale, servizi di noleggio degli abiti, sistemi di sharing e modelli di “prodotto come servizio”. Tutti elementi che stanno contribuendo a ridefinire il rapporto tra moda, consumo e sostenibilità.

E i diritti di chi lavora?

L’economia circolare è spesso raccontata come la grande promessa del nostro tempo: sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica, crescita verde. Ma questa narrazione rischia di nascondere un nodo cruciale. Se non si riconosce esplicitamente il ruolo del lavoro umano che oggi rende possibile il recupero dei materiali — il lavoro quotidiano di riciclatori, riparatori e operatori dell’economia informale — la transizione circolare potrebbe produrre un effetto paradossale: rafforzare le disuguaglianze globali invece di ridurle.

È la riflessione proposta da Sebastián Carenzo, ricercatore dell’Universidad Nacional de Quilmes in Argentina, nell’articolo pubblicato su Nature dal titolo “The circular economy is leaving the workers behind”. Carenzo invita a interrogarsi su una questione spesso assente nel dibattito: chi sostiene davvero, oggi, l’infrastruttura materiale della circolarità?

In molte parti del mondo, infatti, il recupero, la selezione e la riparazione dei materiali dipendono ancora in larga misura dal lavoro di milioni di persone che operano ai margini dei sistemi formali. Ignorare questo contributo significa costruire una visione dell’economia circolare incompleta, che rischia di valorizzare tecnologie e modelli industriali senza integrare le dimensioni sociali e del lavoro. Per questo, sostiene Carenzo, una vera economia circolare non può limitarsi a chiudere i cicli dei materiali: deve anche riconoscere, valorizzare e proteggere il lavoro di chi quei cicli li rende possibili ogni giorno. Solo così la transizione potrà essere davvero giusta oltre che sostenibile.

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Il ruolo dell’ecodesign

L’introduzione dell’EPR non agisce solo sul fine vita dei prodotti, ma anche sulla loro progettazione. Il meccanismo economico della responsabilità estesa crea infatti un incentivo diretto per le imprese a sviluppare capi più durevoli, riparabili e riciclabili, riducendo l’impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita. In altre parole, la gestione dei rifiuti diventa uno strumento per orientare l’innovazione industriale. Una logica che si inserisce nel quadro più ampio delle politiche europee sui prodotti sostenibili e sull’ecodesign.

ecodesign

Ma la trasformazione della filiera tessile non riguarda solo imprese e regolazione. Parallelamente cresce l’attenzione verso la dimensione culturale della crisi ambientale, in particolare attraverso l’educazione ai cambiamenti climatici.

Secondo recenti analisi, oltre il 70% dei giovani italiani si dichiara preoccupato per il cambiamento climatico, segnalando una crescente percezione della crisi ambientale. Le linee guida sull’educazione climatica sottolineano però come la semplice informazione non sia sufficiente: la sfida è sviluppare una comprensione sistemica che colleghi clima, economia, disuguaglianze sociali e modelli di produzione.

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Scuola, territori e partecipazione

In questa prospettiva la scuola diventa uno spazio fondamentale per costruire una nuova cultura ecologica. Le linee guida propongono approcci interdisciplinari, laboratori partecipativi e progetti di citizen science per coinvolgere studenti e comunità locali nella comprensione dei fenomeni climatici e ambientali. Inserire, quindi, l’educazione ecologista trasversalmente nel curriculum scolastico.

L’obiettivo non è solo trasmettere conoscenze scientifiche, ma sviluppare capacità di partecipazione e di azione collettiva. La transizione ecologica in questo senso non è soltanto una questione tecnologica,  ma educativa e politica.

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La sfida della circolarità

Il nuovo regime di responsabilità estesa del produttore rappresenta dunque un passaggio importante per il settore tessile italiano. Ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di integrare innovazione industriale, politiche pubbliche ed educative e cambiamento culturale. Ed è proprio su questo terreno – tra economia, ambiente e società – che si giocherà la trasformazione della moda nei prossimi anni.

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