L’economia circolare non è più soltanto una strategia ambientale o un paradigma industriale alternativo. Non lo è da tempo, almeno per quel che sosteniamo da anni sul nostro sito. Secondo un nuovo report dell’European Environment Agency, nota in Italia come l’Agenzia Europea dell’Ambiente, la transizione circolare potrebbe diventare uno degli strumenti più efficaci per ridurre emissioni climalteranti, perdita di biodiversità e dipendenza europea dalle materie prime importate.
Lo studio, pubblicato da poco sul sito dell’EEA, ha analizzato 17 interventi di economia circolare applicati ai principali sistemi economici europei — edilizia, alimentazione, mobilità e beni di consumo — stimandone gli impatti ambientali e climatici. Il risultato è netto: una maggiore circolarità potrebbe ridurre del 22% l’impronta climatica dell’Unione europea, tagliando quasi un miliardo di tonnellate di CO2 equivalente.
Ma i benefici non si fermano al clima. Gli stessi interventi potrebbero diminuire del 19% la perdita di biodiversità e del 25% l’inquinamento atmosferico, contribuendo contemporaneamente a rafforzare la sicurezza strategica europea sulle risorse.
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Perché l’economia circolare è decisiva per la transizione ecologica
Negli ultimi anni il dibattito sulla decarbonizzazione si è concentrato soprattutto sull’energia: rinnovabili, elettrificazione, efficienza energetica. Tuttavia, mentre il sistema energetico europeo evolve, emerge con maggiore evidenza un altro nodo strutturale: il peso ambientale del consumo di materiali.

Secondo l’International Resource Panel dell’UNEP (l’agenzia dell’Onu per l’ambiente), l’estrazione e la lavorazione delle risorse naturali sono responsabili del 55% delle emissioni globali di gas serra, fino al 40% degli impatti sanitari legati al particolato fine e addirittura del 90% della perdita di biodiversità terrestre.
È qui che entra in gioco l’economia circolare. Ridurre l’uso di materia prima vergine, prolungare la vita dei prodotti, aumentare riuso e riparazione, condividere beni e recuperare materiali significa diminuire la pressione sugli ecosistemi e sull’energia necessaria per produrre nuovi oggetti.
In altre parole, la circolarità non agisce solo a valle dei rifiuti, ma modifica il modo stesso in cui valore economico e consumo di risorse vengono collegati.
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I 17 interventi che possono cambiare l’impatto ambientale europeo
Il briefing dell’agenzia europea dell’ambeinte ha modellato 17 misure di economia circolare considerate rappresentative delle principali strategie circolari oggi disponibili. Gli interventi riguardano diverse fasi del ciclo di vita dei prodotti:
- progettazione più durevole;
- riparazione e riutilizzo;
- riciclo e impiego di materie seconde;
- condivisione dei beni;
- riduzione dell’intensità materiale dei consumi.
Le misure coinvolgono soprattutto quattro grandi ambiti: edilizia, mobilità, sistemi alimentari e beni di consumo.
L’aspetto più interessante è che i benefici derivano dall’effetto combinato degli interventi. Non esiste quindi una singola soluzione miracolosa: è l’integrazione tra politiche industriali, innovazione tecnologica e cambiamenti nei modelli di consumo a generare risultati significativi.
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Clima: quasi un miliardo di tonnellate di CO2 in meno
Sul fronte climatico, l’economia circolare mostra un potenziale particolarmente rilevante. Secondo il modello elaborato dall’EEA, i 17 interventi potrebbero ridurre del 22% l’impronta climatica europea, pari a circa 944 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente.
Una quota importante di questi benefici — il 71% — si produrrebbe direttamente all’interno dell’Unione europea, mentre il restante 29% riguarderebbe le catene produttive globali legate ai consumi europei.
Tra gli interventi con maggiore capacità di mitigazione climatica emergono:
- sistemi alimentari meno intensivi di risorse;
- car sharing e ride sharing;
- prolungamento della vita utile degli edifici;
- riduzione della dipendenza dall’auto privata;
- riuso dei componenti edilizi.
Il settore dell’edilizia si conferma centrale: estendere la durata degli edifici o riutilizzare elementi strutturali permette infatti di ridurre la domanda di cemento, acciaio e altri materiali ad alta intensità energetica.
Anche il sistema alimentare ha un ruolo decisivo. Diete meno dipendenti dalle proteine animali e riduzione degli sprechi alimentari comportano una drastica diminuzione delle emissioni associate all’agricoltura intensiva e all’uso del suolo.
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Biodiversità: la circolarità riduce la pressione sugli ecosistemi
Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda la relazione tra economia circolare e biodiversità. Spesso la circolarità viene infatti associata soltanto alla gestione dei rifiuti o alle emissioni climalteranti, mentre il suo impatto sugli ecosistemi resta meno esplorato.
Secondo il report dell’EEA, gli interventi circolari potrebbero ridurre del 19% la perdita di biodiversità legata all’uso del territorio. Il principale contributo arriverebbe ancora una volta dal sistema alimentare. Un modello di produzione e consumo meno intensivo di risorse rappresenta da solo circa la metà del potenziale complessivo di riduzione della perdita di biodiversità.
Le ragioni sono evidenti: meno allevamenti intensivi e minori sprechi alimentari significano meno pressione su terreni agricoli, foreste, acqua e habitat naturali. Accanto al cibo, anche la maggiore durata di edifici e tessili contribuisce alla tutela degli ecosistemi, riducendo la necessità di nuove estrazioni e nuove produzioni.
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Inquinamento atmosferico: l’edilizia è il settore chiave
Il rapporto evidenzia poi un altro tema spesso sottovalutato: il legame tra economia circolare e qualità dell’aria. Gli interventi modellati potrebbero ridurre del 25% l’inquinamento atmosferico associato alle emissioni di particolato fine. In questo caso il settore più strategico è l’edilizia, responsabile del 60% del potenziale complessivo di riduzione.
Prolungare la vita degli edifici, riutilizzare componenti edilizi e ridurre la superficie media abitativa significa evitare nuove attività estrattive, trasporti di materiali e produzioni industriali energivore.

Anche la mobilità urbana incide in modo significativo. Car sharing e minore dipendenza dall’automobile riducono non soltanto le emissioni di scarico, ma anche quelle legate all’usura di pneumatici e infrastrutture.
Economia circolare e sicurezza delle risorse
Oltre agli impatti ambientali, il briefing mette in luce una questione geopolitica sempre più centrale (e dibattuta, agigungiamo noi=: la dipendenza europea dalle materie prime importate. L’Unione europea consuma enormi quantità di metalli e materiali estratti in altre aree del mondo. Una maggiore circolarità permetterebbe di ridurre questa vulnerabilità strategica.
Secondo le stime, gli interventi analizzati potrebbero diminuire del 17% l’estrazione estera di minerali metallici necessaria per soddisfare la domanda europea.
Nel dettaglio, la dipendenza potrebbe ridursi del:
- 20% per l’alluminio;
- 19% per il nichel;
- 12% per il rame;
- 20% per i metalli del gruppo del platino.
Ancora una volta il settore edilizio emerge come il più rilevante, seguito dalla mobilità. Edifici più longevi e veicoli utilizzati più a lungo significano infatti meno domanda di acciaio, rame e metalli critici.
La sfida dell’ambizione politica
Il briefing sottolinea però un elemento decisivo: i benefici dell’economia circolare dipendono fortemente dal livello di ambizione delle politiche adottate.
Secondo il modello proposto dall’agenzia europea dell’ambiente, un’attuazione “alta” dei 17 interventi garantirebbe oltre l’80% di benefici ambientali in più rispetto a uno scenario di implementazione media. Questo significa che misure limitate o frammentarie rischiano di produrre risultati insufficienti rispetto agli obiettivi climatici e ambientali europei.
Per questo l’Unione europea punta sempre più su strumenti come il regolamento Ecodesign for Sustainable Products, destinato a incentivare progettazione durevole, riparabilità e riutilizzo dei prodotti. La partita, però, non riguarda solo le tecnologie o le norme industriali. La transizione verso un’economia circolare implica anche nuovi modelli di business, servizi basati sull’uso anziché sul possesso e cambiamenti nelle abitudini di consumo.
Un cambio di paradigma economico
Il messaggio che emerge è chiaro: l’economia circolare non rappresenta un settore separato della sostenibilità, ma una leva trasversale capace di incidere contemporaneamente su clima, biodiversità, inquinamento e sicurezza economica. Ridurre l’uso di materiali vergini significa infatti diminuire emissioni, estrazione, trasporti, produzione industriale e pressione sugli ecosistemi.
La vera novità è che questa trasformazione non appare più soltanto come una necessità ambientale. In un contesto segnato da crisi geopolitiche, volatilità delle materie prime e competizione industriale globale, la circolarità diventa anche una strategia economica e industriale. Ed è probabilmente proprio qui che si giocherà una parte decisiva della transizione europea nei prossimi anni.
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