Un concorso di fattori negativi che ha di fatto azzerato gli utili di chi in Italia ricicla plastica. Questo il quadro descritto da Assorimap, l’Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materia plastiche, nel Rapporto annuale sul riciclo meccanico delle plastiche presentato stamattina a Plast, la fiera del settore plastico in corso a Milano. Rapporto relativo al 2025 che “per il terzo anno consecutivo ha visto il fatturato delle imprese del riciclo meccanico delle plastiche calare attestandosi a 685 milioni di euro (-1,1%, rispetto al 2024)”, a fronte di volumi di materia prima seconda che invece “mantengono un leggero incremento (850mila tonnellate, +2%)”. Sottolinea Walter Regis, presidente di Assorimap-Confimi: “Gli utili sono azzerati per tutte le imprese, resistono quelle che affiancano al riciclo altre attività, come raccolta, selezione, segmenti diversificati”.
I fattori di una “crisi strutturale” del riciclo della plastica
Nella settimana in cui Utililia e Unirima hanno usato parole molto nette sullo stato della filiera della raccolta e riciclo dei rifiuti plastici, Assorimap descrive uno scenario in cui “a pesare è il secondo semestre 2025, con le quotazioni dei riciclati scese ai minimi del decennio e costi operativi ai massimi. Una combinazione che ha compresso i margini economici fino quasi ad azzerarli per gran parte dei polimeri”.
Dopo la “severa contrazione” registrata nel 2023 e il successivo assestamento del 2024, “il fatturato settoriale dell’industria nazionale del riciclo meccanico ha evidenziato nel 2025 una nuova lieve flessione, attestandosi a circa 685 milioni di euro (-1,1% rispetto all’esercizio precedente)” si legge nel report. L’industria nazionale del riciclo, quindi, afferma Assorimap, mostra “una capacità di tenuta sul piano quantitativo, ma continua a operare in un equilibrio fragile, fortemente esposto alla volatilità dei prezzi dei polimeri vergini, alla concorrenza ‘sleale’ dei materiali esteri e alla debolezza della domanda in diversi sbocchi applicativi”. La crisi, stando ai dati del report elaborato da Plastic Consult per Assorimap, è “strutturale”, e la lieve crescita dei volumi prodotti, in controtendenza rispetto al fatturato, “da solo non basta a tenere in salute un comparto sotto pressione da più fronti, aggravato da costi energetici esplosi a 135 €/MWh a dicembre – oltre il 40% in più rispetto al 2021”.
Ma come più voci hanno segnalato, il problema non più essere ridotto alla sola crisi aziendale: “Il problema va oltre i bilanci – ricorda l’associazione -: il riciclo meccanico è l’anello finale della raccolta differenziata e una leva concreta per ridurre il contributo nazionale alla Plastic tax europea, indebolirlo significa indebolire l’intero sistema”.
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L’eccezione del PET riciclato
Ma non tutti i polimeri vivono la stessa sorte. Il PET riciclato (rPet) fa a sé, “unica eccezione in un settore dove il valore continua a scendere”. L’ rPET (228mila le tonnellate prodotte) porta infatti a casa il fatturato più alto del settore (272 milioni, +8,8%), davanti al polietilene, divenendo “per la prima volta il segmento con il fatturato più alto”. Spiega Paolo Arcelli, direttore di Plastic Consult: “Il PET è un caso a parte perché trainato dalla direttiva europea Sup, che per bottiglie per bevande prevede obblighi sul contenuto di riciclato. Per altri polimeri, polietilene flessibile e rigido in testa, gli obblighi arriveranno solo nel 2030. E infatti, la concorrenza sleale di questi materiali spacciati per riciclati è aggressiva”.
Ma non tutto il PET riciclato è utile per raggiungere gli obiettivi della Sup: “La Commissione europea – avverte Arcelli – ha indicato che, ai fini della rendicontazione, conteranno solo i riciclati da rifiuti post-consumo made in Europe. Un elemento che cambierà gli equilibri del mercato nel 2026-27”.
“Dal tavolo sulla crisi del riciclo della plastica nessuna soluzione”
Ma cosa serve per dare una soluzione – se possibile strutturale – alla crisi? Assorimap, che ha presentato le proprie proposte al tavolo sulla crisi avviato a ottobre al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) lamenta la “mancanza misure concrete che il tavolo non ha ancora prodotto”. Mentre, ad esempio, “la Francia e altri paesi europei hanno già varato interventi dedicati”, sottolinea Assorimap.
Mancano ad esempio, spiegano i riciclatori, “codici doganali specifici, per bloccare l’ingresso di materiali presentati come riciclati ma offerti a prezzi da plastica vergine”. Servirebbero “accordi di filiera vincolanti, con un mandato preciso e tempi certi, in cui chi finanzia il sistema attraverso i contributi ambientali (cioè i produttori, ndr) si impegni concretamente ad acquistare riciclato”, spiega Regis. Quindi “introdurre obblighi di utilizzo delle plastiche riciclate nei beni e negli imballaggi”. E poi “riconoscere il valore ambientale del riciclato attraverso meccanismi come i crediti di carbonio”, e conclude il presidente di Assorimap-Confimi.
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Il driver normativo: SUP, PPWR, Empowering Consumers Directive
Proprio il driver normativo comunitario rimane, si legge nel report, “il principale fattore trainante per il comparto del riciclo nazionale”. Si tratta principalmente del regolamento imballaggi (PPWR), “la cui principale prescrizione che riguarda il riciclato è relativa ai contenuti minimi da inserire al 2030 in tutti gli imballaggi in plastica, con percentuali diverse a seconda della tipologia di packaging”. Anche direttiva sui green claims, recepita recentemente dal nostro paese – Direttiva (UE) 2024/825, Empowering Consumers Directive – “risulta apprezzata dal comparto, in quanto non saranno più consentiti claims generici relativamente alle performance ambientali dei prodotti e dei relativi imballaggi, riducendo potenzialmente l’attrattività di materiali e manufatti privi di tracciabilità”.
76 imprese, 88 impianti per il riciclo della plastica post consumo
Il report redatto da Plastic Consult per Assorimap mostra anche la composizione della filiera e del comparto. Nel 2025, “nell’attività di riciclo delle materie plastiche sono attive, nel complesso, più di 350 aziende, inclusi raccoglitori e selezionatori di rifiuti e scarti industriali” (escluse le società di raccolta rifiuti urbani). I produttori di materie prime seconde “sono oltre 240, comprendendo la lavorazione degli scarti industriali e le aziende che producono macinati, così come i trasformatori di plastiche integrati a monte nel processo del riciclo”. In questo insieme, le aziende che operano esclusivamente nel riciclo meccanico delle materie plastiche post-consumo (quelle aziende censite nel Report) sono 76, con un totale di 88 impianti.
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Da dove arrivano i rifiuti plastici da riciclare?
Le imprese del riciclo meccanico post-consumo impiegano principalmente rifiuti “nella filiera degli imballaggi, in particolare quelli da raccolta urbana (72% del totale, quota stabile rispetto all’anno precedente)”. Seguono i rifiuti da imballaggio generati nel canale “commercio e industria” (imballaggi secondari e terziari flessibili e rigidi, complessivamente anch’essi stabili al 19%). Il comparto agricolo contribuisce per il 3%, mentre filiere come RAEE, igiene e arredo urbano, casalinghi e garden, automotive, trasporti valgono il 6%. L’83% di questi rifiuti sono stati “raccolti e selezionati sul territorio nazionale”.
Polimeri e prodotti in plastica riciclata
La maggior parte dei materiali riciclati prodotti in Italia è costituita dal PET (27%), seguito dal polietilene flessibile (23%), polietilene rigido (19%), misti poliolefinici con il 16% e il polipropilene con il 13%. Una quota marginale pari al 2% complessivo si riferisce agli “altri polimeri (stirenici, PVC e poliammidi)”.
Per quali impieghi sono usate queste plastiche riciclate? Le applicazioni “sono diversificate, pur se concentrate per il 46% nel settore imballaggi (rigidi al 37%, flessibili al 9%)”. Il report segnala inoltre i tubi (12%) e il settore edilizia e costruzioni (11%).
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