Gli investimenti nella trasformazione digitale finanziati dal Recovery and Resilience Facility (RRF), il programma europeo da cui derivano i PNRR nazionali, producono ritorni economici superiori alla media. Per ogni euro destinato al digitale si generano infatti 1,5 euro di benefici economici entro il 2030, mentre l’impatto complessivo stimato raggiunge i 219,2 miliardi di euro.
È uno dei principali risultati del Rapporto 2026 sullo Stato del Decennio Digitale, pubblicato dalla Commissione europea il 17 giugno, che analizza l’avanzamento degli obiettivi fissati dall’UE per il 2030 e, per la prima volta, misura in modo organico gli effetti economici degli investimenti digitali sostenuti dal Recovery and Resilience Facility.
Si tratta di un report molto importante per un Paese come l’Italia, che negli scorsi giorni ha ufficialmente esaurito il supporto economico del PNRR (nei prossimi mesi dovranno essere portate a termine le ultime riforme). Un dato ormai assodato è che l’Italia in questi anni ha evitato la stagflazione economica proprio grazie ai fondi europei legati all’attuazione del PNRR. E le prime valutazioni indicano proprio nel digitale il settore che più di tutti ha beneficiato di questa spinta.
Ora la nuova analisi europea, realizzata dal Joint Research Centre (il centro di ricerca della Commissione UE) insieme alle Direzioni generali ECFIN e CNECT, conferma che il RRF resta la principale fonte di finanziamento della trasformazione digitale europea. Secondo il rapporto, è proprio la natura degli investimenti a spiegare i risultati economici. Le risorse si concentrano infatti in ambiti ad alta intensità tecnologica, dove gli effetti sulla produttività risultano più elevati. In particolare, gli investimenti nelle competenze digitali e nella digitalizzazione dei servizi pubblici sono quelli che producono i ritorni più consistenti, contribuendo ad accelerare l’innovazione e ad aumentare la competitività dell’economia europea.
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Oltre 120 miliardi destinati al Decennio Digitale
Secondo il rapporto, sono 120,4 miliardi di euro le risorse del Recovery and Resilience Facility che contribuiscono direttamente agli obiettivi del Decennio Digitale. Nonostante la revisione dei Piani nazionali abbia comportato una riduzione complessiva dell’11,8% del budget del RRF rispetto all’anno precedente, lo strumento resta il principale canale di finanziamento delle politiche digitali europee, davanti ai fondi della politica di coesione.
Nel complesso, il 23% della dotazione del Recovery and Resilience Facility è destinato a misure legate alla transizione digitale, mentre il 21% finanzia direttamente gli obiettivi del Decennio Digitale. Una quota sostanzialmente stabile rispetto agli anni precedenti, che conferma come la digitalizzazione continui a occupare una posizione centrale nelle politiche industriali e di innovazione dell’Unione europea.

Il Programma per il Decennio Digitale individua quattro direttrici prioritarie: lo sviluppo delle competenze digitali dei cittadini, il potenziamento delle infrastrutture tecnologiche, la digitalizzazione delle imprese e la modernizzazione dei servizi pubblici. È lungo queste quattro direttrici che vengono indirizzate le risorse europee, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza economica del continente e ridurre il divario tecnologico rispetto ai principali concorrenti globali.
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Gli investimenti digitali rendono più della media
Il dato più interessante dello studio riguarda però il ritorno economico generato dagli investimenti.
Secondo le stime elaborate dal JRC la piena attuazione delle misure digitali previste nei PNRR nazionali produrrà entro il 2030 un impatto economico cumulato di 219,2 miliardi di euro nell’intera Unione europea.
Tradotto in termini più semplici, ogni euro investito nella componente digitale del Recovery and Resilience Facility genera circa 1,5 euro di benefici economici. Un rendimento superiore a quello registrato dalle misure non digitali finanziate attraverso lo stesso strumento.
La spiegazione, osserva il rapporto, è legata alla natura stessa degli investimenti. Le risorse dedicate alla trasformazione digitale si concentrano infatti in comparti ad alta intensità tecnologica e di conoscenza, dove i ritorni in termini di produttività e innovazione risultano generalmente più elevati.
In particolare, le misure che producono gli effetti economici più consistenti sono quelle dedicate alle competenze digitali e alla digitalizzazione della pubblica amministrazione. Due ambiti che, oltre a migliorare l’efficienza dei servizi, favoriscono la competitività delle imprese, riducono i costi amministrativi e accelerano la diffusione delle tecnologie digitali nell’intero sistema produttivo.
Il rapporto suggerisce quindi che gli investimenti pubblici in innovazione non producono benefici limitati ai comparti direttamente interessati, ma innescano effetti moltiplicativi capaci di propagarsi lungo tutta l’economia.
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L’Italia è tra i principali beneficiari del PNRR
Lo studio conferma inoltre che gli effetti del PNRR europeo non si esauriscono all’interno dei singoli Paesi che ricevono le risorse. L’impatto diretto complessivo degli investimenti digitali è stimato in 168,3 miliardi di euro, ai quali si aggiungono 50,9 miliardi generati dalle ricadute transfrontaliere prodotte dall’attuazione dei Piani nazionali negli altri Stati membri.
Si tratta di un elemento che mette in evidenza uno degli aspetti meno visibili del mercato unico europeo: la forte integrazione delle filiere produttive e delle catene del valore. Quando un Paese investe nella digitalizzazione, una parte della domanda di tecnologie, componenti, servizi e competenze coinvolge inevitabilmente imprese localizzate anche negli altri Stati membri, generando benefici economici diffusi.
In questo scenario, Italia e Spagna risultano i Paesi che registrano il maggiore impatto economico complessivo, trainato soprattutto dagli effetti diretti dei rispettivi Piani nazionali di ripresa e resilienza. Un risultato coerente con il peso delle risorse assegnate ai due Paesi nell’ambito di Next Generation EU e con la dimensione degli investimenti destinati alla trasformazione digitale.
Ma il rapporto evidenzia anche il ruolo degli effetti indiretti. Paesi come Germania, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi beneficiano in modo significativo delle ricadute transfrontaliere, grazie alla forte integrazione nelle reti industriali e commerciali europee.

La manifattura è il settore che raccoglie i maggiori benefici
Uno degli elementi più rilevanti dell’analisi riguarda la distribuzione degli effetti economici tra i diversi comparti produttivi. Gli investimenti digitali finanziati attraverso il RRF, infatti, non producono benefici soltanto nei settori direttamente coinvolti, ma si propagano lungo l’intera economia europea attraverso aumenti di produttività, innovazione dei processi e maggiore efficienza delle catene di approvvigionamento.
Il settore che registra il maggiore guadagno complessivo è il manifatturiero, con un impatto stimato di 68,4 miliardi di euro. Un risultato che riflette il ruolo sempre più centrale delle tecnologie digitali nei processi industriali: dall’automazione alla gestione dei dati, dall’intelligenza artificiale applicata alla produzione fino all’integrazione tra sistemi fisici e digitali.
Al secondo posto si trovano i servizi ICT (informazione, comunicazione e tecnologie), con un beneficio stimato di 52 miliardi di euro, sostenuti dalla crescita della domanda di infrastrutture digitali, software, servizi cloud e soluzioni tecnologiche rivolte sia alle imprese sia alle amministrazioni pubbliche.
Seguono i servizi professionali, con 32,1 miliardi di euro, il settore degli scambi commerciali, con 31,5 miliardi, e quello delle costruzioni, con 30,9 miliardi.
La distribuzione degli effetti dimostra che la trasformazione digitale non è un processo limitato al comparto tecnologico. Al contrario, le tecnologie digitali funzionano come un’infrastruttura trasversale capace di aumentare la competitività di settori tradizionali, migliorando organizzazione, efficienza energetica, gestione delle risorse e capacità di innovazione.
Anche comparti che non hanno ricevuto finanziamenti diretti dalla componente digitale del RRF, come trasporti, immobiliare e commercio all’ingrosso, registrano infatti ricadute positive. Gli effetti derivano dalla maggiore efficienza delle filiere, dalla diffusione di nuovi strumenti tecnologici e dall’aumento generale della produttività.
Un investimento comune per rafforzare l’autonomia europea
Il rapporto sullo Stato del Decennio Digitale restituisce quindi un quadro in cui la spesa pubblica europea per la digitalizzazione non viene considerata soltanto come un costo, ma come un investimento strategico.
La scelta di utilizzare uno strumento comune come il Recovery and Resilience Facility ha permesso di coordinare gli interventi nazionali e di generare benefici che superano i confini dei singoli Stati membri. Le ricadute economiche tra Paesi mostrano infatti come la competitività digitale europea dipenda sempre più dalla capacità di agire in modo coordinato.
Per la Commissione europea, il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030 richiederà comunque ulteriori sforzi. Il monitoraggio del Decennio Digitale continuerà a valutare i progressi su quattro fronti: competenze digitali, infrastrutture, digitalizzazione delle imprese e servizi pubblici digitali.
Dal 2023 il Joint Research Centre supporta questo lavoro attraverso la mappatura dei finanziamenti europei destinati agli obiettivi digitali, in collaborazione con la Direzione generale per le reti di comunicazione, i contenuti e la tecnologia.
L’edizione 2026 aggiunge però un elemento nuovo: la misurazione dell’impatto economico complessivo degli investimenti. E il risultato indica che la digitalizzazione può rappresentare una delle leve più efficaci per sostenere crescita e produttività nel continente.
In un momento in cui l’Europa è chiamata a rafforzare la propria autonomia tecnologica e industriale, i dati del rapporto suggeriscono che gli investimenti digitali non riguardano soltanto l’adozione di nuove tecnologie, ma la capacità del sistema economico europeo di innovare, competere e creare valore nel lungo periodo.
Il PNRR, nella sua componente digitale, si conferma così non solo uno strumento di modernizzazione ma anche una leva di politica industriale: ogni euro investito produce effetti che attraversano settori e confini nazionali, contribuendo a costruire una base tecnologica comune per l’economia europea del futuro.
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