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mercoledì, Gennaio 20, 2021

Abbigliamento e accessori circolari: consigli per un inverno sostenibile

Il freddo ci ha costretto a tirare fuori dagli armadi i nostri indumenti più pesanti. In questi giorni di saldi diventa più conveniente, e più circolare, guardare a ciò che già abbiamo e alle aziende più virtuose nel settore dell'industria tessile. Dall'Atlante di Economia Circolare ecco le esperienze positive

Alessandra De Santis
Alessandra De Santis
Educatrice e comunicatrice ambientale. Dopo gli studi in biologia segue il Corso EuroMediterraneo di giornalismo ambientale Laura Conti. Dal 2016 collabora con l'associazione A Sud Ecologia e Cooperazione Onlus, per cui si occupa di progetti di educazione ambientale e di formazione pensati per creare maggiore consapevolezza sull'importanza di modelli di produzione e consumo sostenibili, e con il CDCA - Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, coordinando il lavoro di mappatura per l'Atlante Italiano dell'Economia Circolare.

Anche se in ritardo, il freddo è arrivato anche quest’anno. E ci costringe a scovare in armadi e cassetti sciarpe, cappelli, guanti, piumini e i maglioni più “pesanti”. Capi pensati per proteggere dalle temperature rigide ma a volte pesanti anche per il Pianeta, perché non progettati per avere una vita lunga e un impatto ambientale minimo lungo tutta la loro vita. Un aspetto su cui riflettere in questi giorni di saldi, sia pure messi alla prova dalla pandemia. 

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La fashion dei nonni non era fast

Chi ha modo di spulciare tra gli abiti dei nonni e delle nonne troverà maglioni, gonne, giacche che hanno visto molti lustri e composti al 100% da lana o da filati nobili, fibre naturali o sintetiche ma di alta qualità. Con il passare degli anni, armadi e cassettiere si sono riempiti di indumenti e accessori realizzati con materiali di bassa lega e tinti con coloranti nocivi per la salute. Si tratta di prodotti figli della fast fashion, una strategia di produzione veloce ed economica utilizzata dalle grandi catene di distribuzione della moda low cost – a basso costo ma non per l’ambiente – che ottimizza i profitti puntando sulla bassa qualità delle materie prime utilizzate e sottraendo diritti ai lavoratori. Indumenti e accessori che possono essere utilizzati anche una sola stagione, senza troppi sensi di colpa per il portafogli, e diventano presto un rifiuto.

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Il costo ambientale della moda

Un fenomeno, quello dell’abbigliamento veloce, che si presta al consumo “usa e getta” e che dagli anni Duemila ha raddoppiato la produzione contribuendo in modo diretto all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile, la seconda più inquinante al mondo e tra le prime per consumo energetico e di risorse naturali. Secondo uno studio pubblicato su Nature Reviews Earth & Environment il settore tessile è responsabile dell’8-10% delle emissioni di CO2 globali in atmosfera – circa 4-5 miliardi di tonnellate ogni anno – e consuma 79 trilioni di litri di acqua all’anno. Risorse sprecate in 92 milioni di tonnellate di rifiuti, inclusi i capi d’abbigliamento invenduti, che nella maggior parte dei casi finiscono in discarica o bruciati. Per la commissione ambiente della Camera dei Comuni del Regno Unito, il settore tessile britannico fa registrare più emissioni di gas serra del trasporto aereo e marittimo.

Lunga vita ai tessuti: le esperienze dell’Atlante

La maggior parte capi di abbigliamento oggi sono prodotti con materiale sintetico di origine petrolchimica che non si degrada completamente dopo lo smaltimento. Altre utilizzano ancora fibre naturali ma anche queste hanno il loro impatto: dal consumo di suolo a quello dell’acqua. Le filiere vanno sempre analizzate con occhio critico e contestualizzate nel contesto in cui sono radicate. Una cosa però accomuna queste due tipi di materie prime arrivate a fine vita: possono essere rigenerate invece di diventare rifiuto.

Proprio all’insegna della rigenerazione, sempre più aziende ed esperienze promuovono una moda lenta, che in contrapposizione alla fast prende il nome di slow fashion e applica i principi dell’economia circolare. L’obiettivo è produrre capi unici e alla moda in maniera ecosostenibile e valorizzare tessuti ancora in grado di svolgere la loro funzione anche con un clima rigido. Ecco qualche esempio di realtà mappate dall’Atlante italiano dell’economia circolare.

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Lo scarto tessile è trasformato in risorsa da Rifò, una startup di Prato che recupera le fibre nobili come il cotone di vecchi jeans o la lana e il cashmere di maglioni in disuso per realizzare maglioni, guanti, sciarpe, cappelli e giacche. Rifò fa il paio con Lo fo io, che seguendo la stessa filosofia produce accessori invernali – cappelli, sciarpe, guanti, stole e ponci – con fibre tessili rigenerate e rigenerabili.

C’è chi punta invece sul recupero della plastica come Quagga, un’azienda di Gallarate (VA): piumini per tutti i gusti e felpe interamente composti da filati provenienti da plastiche riciclate, in una filiera al 100% Made in Italy, controllata, etica e dove non vengono utilizzati prodotti di origine animale. Capi non solo caldi ma flessibili. Per chi vuole diventare mamma, infatti, Quagga conviene doppiamente: con l’accessorio da aggiungere attraverso attraverso le zip, è possibile espandere il giubbotto senza doverne comprare uno nuovo durante la gravidanza, o per creare un piccolo marsupio dove tenere al caldo e vicino al corpo il neonato, proprio come fanno i canguri.

Lana biologica proveniente da allevamenti non intensivi e tinture naturali ottenute con gli scarti della trasformazione agricola sono gli ingredienti con cui vengono realizzati i maglioni ecologici e riciclabili all’80% di Fortunale, azienda di Cassano delle Murge in provincia di Bari.

Un occhio alle tradizioni locali

L’industria tessile ha una filiera lunga e complessa, che parte dall’agricoltura e dall’estrazione petrolchimica e passa per la produzione di fibre alla trasformazione in prodotto e che nella sua corsa alla sostenibilità deve tener conto anche di logistica e distribuzione, della vendita al dettaglio e della modalità di consumo del bene. Questa consapevolezza accomuna tutte le azienda appena citate, attente non solo al prodotto. Si impegnano in percorsi che portano a un modello produttivo completamente circolare: dagli imballaggi ridotti e riutilizzabili, al trasporto ottimizzato per ridurre le emissioni, dall’uso di energie rinnovabili alla sensibilizzazione degli attori della filiera e dei clienti, esortati a riutilizzare gli imballaggi o portare indietro i vecchi capi da rigenerare. 

Ma non solo, queste esperienze di economia circolare mirano anche a valorizzare il territorio in cui operano e le sue tradizioni artigiane, dando nuova vita anche ad alcuni dei mestieri che stanno scomparendo, come quelli sartoriali o dei cenciaioli, artigiani che a Prato, a metà dell’Ottocento hanno trovato un modo per produrre nuovi filati a partire da indumenti vecchi, i “cenci”.

Artigiani a chilometro zero

Una filiera a km zero, vecchi tessuti e antichi saperi è infatti la formula magica usata per dare vita ai capi Rifò e di Lo fo io, che sfruttano le conoscenze artigianali del distretto tessile pratese per riutilizzare le fibre accostate per colori simili. Si evita così di tingere nuovamente i tessuti e di utilizzare coloranti, restituendo i capi a nuova vita nel modo meno impattante possibile. Questo è il frutto della selezione e suddivisione per colore dei tessuti recuperati con l’aiuto di artigiani locali: i cenciaioli. I nuovi tessuti vengono poi cuciti insieme con uno scarto minimo grazie alla tecnica artigianale della calata che non prevede nessun genere di taglio. 

Non solo produzione ma anche sensibilizzazione. Beppe Allocca, che insieme alla sorella Sara Allocca ha rilevato la vecchia impresa familiare, non è solo il fondatore di Lo fo io, ma anche un artigiano e teatrante. Beppe racconta i cenciaioli e il riciclo degli abiti usati portando in tournée spettacoli come “Genesi del Rigenero”. 

Mentre Rifò evidenzia il forte legame con il territorio pratese promuovendo anche la creazione di una rete tra esercizi commerciali e cittadini per la raccolta di jeans vecchi da cui poter recuperare le fibre di cotone. 

Tinture dalle antiche ricette

Anche i maglioni Fortunale, maglificio rilevato in chiave sostenibile da Ivan Aloisio, seconda generazione della famiglia, sono prodotti interamente in Italia da artigiani, sarti e sarte specializzati, all’interno di una filiera corta. Nulla è lasciato al caso quando si lavora davvero per raggiungere la sostenibilità. Le tinture vegetali per i filati di Fortunale vengono preparate seguendo da antiche ricette di coloritura. L’imballaggio del capo è pensato per essere utilizzato come un contenitore e la velina in cui è avvolto il maglione, dipinta da un pittore, è un’opera d’arte da incorniciare. Per incentivare i clienti a rigenerare il vecchio maglione Fortunale, l’azienda incentiva il reso a fine vita in cambio di uno sconto del 30% su un capo nuovo. E anche qui torna il leitmotiv del legame con il proprio territorio: per ogni maglione acquistato viene piantato un albero in un terreno confiscato alla mafia, a pochi chilometri dal maglificio, che oggi ospita i primi 600 melograni. Un numero identificativo, ricamato sul maglione, lega l’albero e la persona che lo ha comprato. 

Non solo abiti nuovi: vintage e second hand

I costi bassi e la percezione di avere capi vecchi per la moda che cambia velocemente hanno portano i consumatori ad avere più vestiti nell’armadio. Dal report britannico emerge anche che negli armadi degli italiani ci sono in media 14,5 kg di vestiti, subito dopo il podio occupato dai guardaroba del Regno Unito, della Germania e della Danimarca con, rispettivamente, 26,7, 16,7 e 16 kg chilogrammi. Più capi ma indossati di meno: in media solo il 36% del tempo rispetto al 2005.

Torniamo per un attimo all’armadio dei nonni, che spesso custodisce velluti, cashmere e lane mohair. Pochi ma buoni: forzieri di capi pregiati, molti realizzati a mano e con cura da marchi di sartoria Made in Italy oggi scomparsi. Sono sempre di più le esperienze che rimettono in circolo vestiti e accessori vintage, pezzi unici da riscoprire. Spazi che d’inverno sono un trionfo di tessuti caldi, di una fattura difficile da trovare tra gli scaffali dei brand dell’abbigliamento veloce, e con un ottimo rapporto qualità-prezzo. 

Un’alternativa sono i negozi o le piattaforme, come Armadio Verde e Lablaco, dove vendere e acquistare o scambiare capi di seconda mano. Oppure, quando questa pandemia passerà, si potranno organizzare ancora gli swap party, feste dove barattare e donare vestiti, magari all’inizio della stagione, per allungare la vita di quei capi caldi ma che proprio non ci va più di indossare.

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