lunedì, Aprile 12, 2021

“Vi racconto Made in Carcere: una seconda opportunità per persone e cose”

Luciana Delle Donne nel 2007 ha interrotto una brillante carriera nel mondo della finanza per dedicarsi al sociale. Con la cooperativa sociale Officina Creativa ha coinvolto in 14 anni centinaia di detenute per donare loro una possibilità di riscatto. “Solo dando amore si può ricevere amore”

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Dare e darsi è la nuova frontiera della ricchezza”. Luciana Delle Donne ripete spesso questa frase. Quel che potrebbe sembrare una frase retorica, in bocca a una donna che 14 anni fa ha interrotto volontariamente una brillante carriera nel mondo della finanza per dedicarsi al sociale, risulta invece credibile, perché supportata dall’esempio. L’anno appena cominciato, infatti, rappresenta per l’esperienza a cui ha dato vita – il progetto Made in Carcere – il 14esimo anno di vita. Non male per una realtà che la stessa Delle Donne definisce di economia rigenerativa. Cos’è dunque Made in Carcere?

Successi e reintegrazione sociale

Il marchio nasce nel 2007, così come abbiamo raccontato nell’atlante di economia circolare, grazie a Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro. Qui si producono manufatti sostenibili, “utili e futili” come li definisce Delle Donne, che sono confezionati da donne ai margini delle società, ovvero donne detenute nelle carceri del Sud Italia alle quali viene offerto un percorso formativo, con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile. Made in Carcere è considerato un modello di impresa sociale e si inserisce nel progetto BIL (Benessere interno lordo), avviato nell’ambito del bando E vado a lavorare della Fondazione con il Sud. In 14 anni Made in Carcere ha dato lavoro a centinaia di persone in stato di detenzione e favorito la loro riabilitazione attraverso l’acquisizione di nuove competenze e la reintegrazione nel tessuto produttivo e sociale del Paese. 

I numeri di Made in Carcere

Dopo l’esperienza della prima maison Made in Carcere, sono stati avviati altri 3 laboratori tessili all’interno degli istituti penitenziari di Trani e Matera e, a breve, anche a Taranto. Oltre alle sartorie, nel carcere di Bari è stata avviata una pasticceria che realizza e vende biscotti vegani certificati  certificati biologici, noti come le Scappatelle. Numerose poi le collaborazioni, ad esempio con sartorie sociali a Verona, Grosseto e Catanzaro, Lecce, Taranto e Bari, oltre che 6 cooperative partner del progetto BIL – Benessere Interno Lordo. “Io voglio che gli altri ci copino” afferma Luciana Delle Donne, ed è chiaro che l’obiettivo è di replicare un modello virtuoso in modo da aumentare l’impatto sociale generato.

“Per me è stato facile convertire la mia passione e il mio lavoro nel mondo dell’innovazione sociale, facendo sempre da apripista in nuove attività”. Nonostante le difficoltà affrontate nel 2020, l’entusiasmo di Luciana non si è spento. È così che il team si è rimboccato le maniche per produrre mascherine da donare alle comunità carcerarie e a tanti bisognosi per difendersi dal virus. Il nuovo anno comincia dunque con un nuovo progetto, quello della Social Academy, che permetterà ad oltre 60 persone in stato di detenzione di ricevere un’adeguata formazione nei settori – tessile, agricolo, alimentare e falegnameria – in cui Made in Carcere si è specializzata nel corso degli anni. “Noi siamo quelli che quando si svegliano  aprono gli occhi  e cominciano a sognare” dice ancora Delle Donne, col suo infaticabile entusiasmo.

Il rispetto per l’ambiente

Il mantra della fondatrice di Made in Carcere è quello del “rispetto per l’ambiente”. L’ultimo esempio in questo senso è proprio quello delle mascherine, oltre 10mila in un anno “necessarie sia per fronteggiare il crescente bisogno di protezione negli spazi di detenzione sia per rispondere alle esigenze del territorio – racconta lo staff di Made in Carcere -. Ciò ha dato i propri frutti, continuando a garantire un lavoro alle donne detenute e a tutte le risorse coinvolte nel progetto Made in Carcere e offrendo positive opportunità d’aiuto e di collaborazione. Nel garantire continuità alla nostra attività di inclusione sociale, abbiamo avuto come sempre  un occhio di riguardo per l’ambiente, realizzando mascherine porta-filtro che non venissero scartate dopo un singolo utilizzo, ma creare un prodotto che potesse contenere un filtro ad alta filtrabilità e protezione, utilizzando tessuti di recupero, lavabili e riutilizzabili, insieme a filtri che possono essere lavati e riutilizzati fino a 15 volte, oltre alle mascherine chirurgiche a marcatura CE. Oltre a questi, abbiamo realizzato prodotti che potessero essere “accessori” a mascherine e filtri, come porta-mascherina o porta-filtri, che servissero da contenitori sicuri dove riporre i dispositivi di protezione per evitare di appoggiarli su altre superfici. Perciò, possiamo dire che abbiamo affrontato l’emergenza con tempestività, creatività e lucidità, cogliendo le nuove esigenze e avviando bei progetti di collaborazione con chi condivide il nostro pensiero di etica ed estetica – come ad esempio (RI)GENERIAMO – progetto di Leroy Merlin Italia improntato su un’ottica di generatività – o piattaforme come Gioosto, DBMarketing, MUKAKO e 2nd Chance Platform”.

Economia circolare nei luoghi di detenzione: si può fare

Ci piace parlare dei nostri manufatti come di un investimento sul futuro – racconta ancora l’ideatrice di Officina CreativaInfatti, i materiali con cui sono cuciti i manufatti Made in Carcere ricevono una nuova vita: sono tessuti donati da aziende generose e lucide che, invece di disfarsene, ingolfando il sistema di smaltimento ed inquinamento, preferiscono far sì che questi rivivano sotto le mani di chi cerca, ogni giorno, di ricostruire la propria vita e di riconquistare integrità. Nelle nostre sartorie, i materiali di recupero vengono trasformati in manufatti solidali e gadget personalizzati per privati ed aziende: borse, trousse, fasce, sciarpe e tanti altri oggetti colorati, ricuciti come tenta di essere ritessuta la vita delle donne che li realizzano.  In particolare creiamo mille forme di buste, borse, contenitori in genere, proprio perché abbiamo sempre bisogno di conservare o trasportare qualcosa”.

Il rispetto per l’ambiente di cui poi parla spesso Delle Donne è, tra l’altro, anche il tema protagonista di uno dei progetti che nel 2020 hanno visto coinvolta l’attività attraverso la partecipazione con il primo store permanente Made in Carcere all’apertura di Green Pea a Torino – il primo Green Retail Park dedicato appunto al tema del rispetto. “From Duty to Beauty, dal dovere al piacere, è il motto del progetto. Un concetto semplice ed essenziale per promuovere consumi responsabili che abbiano un basso impatto ambientale e una particolare attenzione alla qualità e alla bellezza, creando di conseguenza un nuovo rapporto con la natura.

L’importanza della seconda opportunità

Le detenute di Made in Carcere acquisiscono durante la reclusione competenze importanti. E, soprattutto, creano relazioni, evitando l’ulteriore isolamento sociale che ogni carcere crea e sconfiggendo il senso di vuoto che assale dentro spazi così ristretti. Una vera e propria seconda opportunità, insomma, con l’obiettivo di sfruttare le competenze acquisite una volta riacquisita la libertà.

“Nel corso degli anni abbiamo raccolto tante esperienze positive, ci sarebbe da scrivere un libro – raccontano da Made In Carcere – Tantissimi importanti momenti per noi gratificanti e incoraggianti sul percorso intrapreso. Non ci sono singoli episodi ma ce ne sono tanti. La cosa positiva che percepiamo  e conquistiamo  ogni giorno è la consapevolezza e la dignità che le donne ricostruiscono giorno dopo giorno. Dal punto di vista culturale, creativo, professionale ed etico. Sono persone che ricostruiscono la loro vita grazie agli strumenti e all’attenzione che noi offriamo loro. Diventa una grande famiglia. I primi anni erano sempre in competizione, diffidenti nei confronti di questo amore come un vuoto a perdere, ma poi hanno capito che solo dando amore si poteva ricevere amore. Ed ecco che si è innescato tra loro un gioco di squadra per far bene. Hanno capito anche loro che fare bene fa bene a tutti”.

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