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lunedì, Maggio 27, 2024

Perché alla Cop27 non si parla dell’impatto ambientale del mondo militare?

Secondo un report di Conflicts and Environment Observatory, "il mondo militare emette il 5,5% di gas serra. Se fosse uno Stato, sarebbe al quarto posto e risulterebbe più inquinante della Russia". Difficile però aspettarsi qualche azione dalla Cop27, che si svolge in uno Stato autoritario come l'Egitto

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Della Cop27, di cui è cominciata la seconda e ultima settimana, si è finora analizzato ciò che si è detto e, al massimo, le prospettive globali che l’annuale Conferenza sul clima può sancire sugli impegni degli Stati per affrontare la crisi climatica in corso. Eppure a volte serve anche parlare degli assenti. Qui però non ci riferiamo a Cina, India e Russia – i tre grandi Stati che hanno disertato i tavoli di Sharm el-Sheikh – ma al mondo militare.

Secondo un recente report dell’Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente (Conflicts and Environment Observatory), a livello globale “le forze armate sono responsabili del 5,5% delle emissioni di gas serra, una percentuale così grande che non può più essere ignorata”. Giusto per dare un’idea più precisa, l’Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente (noto anche con l’acronimo inglese CEOBS) ha paragonato il mondo militare a uno Stato, accertando che da solo questo settore inquina più della Russia e sarebbe al quarto posto degli Stati più inquinanti, dietro Cina, Stati Uniti e India.

cop27 emissioni militari
fonte: Conflicts and Environment Observatory

Eppure tra i tanti tavoli di discussione della Cop27 – dall’agricoltura all’economia circolare, dai trasporti alle fonti fossili – manca proprio un confronto specifico sull’impatto ambientale degli eserciti e delle forze armate. Un’assenza ancora più grave se si pensa alla guerra in Ucraina che ha segnato tutto il 2022 e minaccia di protrarsi ancora a lungo, con tutto il suo carico di devastazioni ambientali e di minacce a livello energetico.

Leggi anche: lo Speciale sulla Cop27

I (pochi) dati del Conflicts and Environment Observatory

“I militari hanno iniziato a riconoscere il loro ruolo smisurato nel contribuire alla crisi climatica, sebbene rimangano fortemente dipendenti dai combustibili fossili e saranno bloccati in veicoli e attrezzature ad alta intensità di combustibili fossili per i decenni a venire”: così il report del Conflicts and Environment Observatory, realizzato in tandem con il Scientists for Global Responsibility, riconosce l’importanza del focus sulle forze armate.

“Abbiamo scoperto che l’impronta di carbonio totale delle forze armate è pari a circa il 5,5% delle emissioni globali – scrivono Stuart Parkinson e Linsey Cottrell, le firme del report – Se le forze armate del mondo fossero un Paese, questa cifra significherebbe che hanno la quarta impronta di carbonio nazionale più grande al mondo, superiore a quella della Russia. Ciò sottolinea l’urgente necessità di intraprendere un’azione concertata sia per misurare con precisione le emissioni delle forze armate sia per ridurre la relativa impronta di carbonio, soprattutto perché è molto probabile che queste emissioni aumentino in seguito alla guerra in Ucraina”.

In molte delle 29 pagine del report l’attenzione è concentrata sulla spiegazione dei pochi numeri a disposizione, elaborati a partire dai dati a cui Parkinson e Cottrell, con un’esperienza decennale nel settore, sono riusciti ad avere accesso. Più che di numeri reali, infatti, è più corretto parlare di stime, alle quali si arriva con una serie piuttosto cervellotica di equazioni. I calcoli, va specificato, sono conservativi perché non includono i dati più difficili da quantificare.

“La stima dell’impronta di carbonio militare globale è approssimativamente compresa tra 1.600 e 3.500 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, ovvero tra il 3,3% e il 7,0% delle emissioni totali di gas serra a livello globale. Si tratta di ampi intervalli di stime, che però sottolineano la scarsità di dati in questo campo – sottolineano i due autori – Le emissioni di gas serra comunicate all’UNFCCC rientrano in cinque categorie chiave: energia; processi industriali e uso dei prodotti; agricoltura; uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e silvicoltura; rifiuti. Tuttavia, occorre tenere presente che, ad esempio, alcune delle emissioni militari sono attualmente classificate nei settori dell’aviazione e del trasporto marittimo”.

Questo significa che le emissioni militari vengono spesso conteggiate come civili. Ma c’è di più. “Non abbiamo incluso – si legge nel report – le emissioni di gas serra derivanti dagli impatti dei combattimenti bellici, come gli incendi, i danni alle infrastrutture e i danni alla salute e agli ecosistemi, la ricostruzione post-bellica e l’assistenza sanitaria per i sopravvissuti. Sospettiamo che la contabilizzazione di tutti questi altri effetti, in particolare quelli direttamente legati ai combattimenti bellici, possa aumentare la cifra totale in modo significativo oltre il 5,5%. Chiamiamo questo livello complessivo di emissioni di gas serra impronta di carbonio militare globale“.

Il silenzio della Cop27 sulle forze armate? Non una sorpresa

Come è noto, l’Egitto è uno Stato autoritario che in questi giorni sta reprimendo ogni forma di dissenso sulla Cop27 attraverso una notevole presenza militare. Difficile, quindi, che uno Stato del genere possa promuovere incontri specifici sul tema. D’altra parte gli stessi organismi internazionali, a partire dall’Onu, hanno notevoli difficoltà a far accettare agli Stati decisioni geopolitiche su sicurezza interna e controllo dei confini. C’è un dato che, più di ogni altro, fa comprendere la potenza degli interessi in corso ed è ovviamente un dato economico: la spesa militare globale per il 2021 è stimata in circa 2,1 trilioni di dollari. Un dato che, come dimostrano anche i casi dell’Italia e dell’Europa, è un dato in aumento costante da anni, con la guerra in Ucraina che ha significato un’ulteriore accelerazione.

A ciò va aggiunto che il silenzio della Cop27 ha una lunga storia alle spalle. Già nello storico accordo di Kyoto del 1997 si scelse di escludere le emissioni militari dai trattati internazionali sul clima grazie a un’azione di lobby degli Usa che non è mai stata messa in discussione nei successivi appuntamenti. All’Accordo di Parigi del 2015, vale a dire la Cop21, si è parlato del taglio delle emissioni militari di gas serra ma senza sancirne l’obbligo, introducendo piuttosto la flebile forma della discrezionalità. Anche la Cop26 di Glasgow ha evitato di affrontare il tema e perfino alcune rivendicazioni ambientaliste hanno dimenticato di sottolineare adeguatamente il fortissimo legame tra le fonti fossili e il mondo militare.

“Le emissioni di gas serra non possono essere gestite efficacemente senza misurarle – scrive CEOBS – Tuttavia, mentre la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) obbliga alcuni Stati a riferire sulle proprie emissioni di gas a effetto serra ogni anno, la segnalazione delle emissioni militari è volontaria e non coerente tra i Paesi. Senza nemmeno un obbligo minimo di comunicazione all’UNFCCC, la maggior parte dei Paesi, compresi quelli con grandi spese militari e numero di personale, non richiedono alle loro forze armate di fornire alcuna comunicazione significativa sulle emissioni di gas serra”.

(Ri)partire dalla trasparenza

“Tutti i settori richiedono un’azione in risposta alla crisi climatica, compreso l’esercito”. Non si può non ripartire da quest’assunto del report per elaborare ogni strategia seria e concreta di riduzione delle emissioni di gas serra. Al di là degli esiti che avrà l’attuale Conferenza sul Clima, che si preannunciano deludenti (ma, viste le premesse, era impossibile aspettarsi qualcosa di differente), è necessario attuare un cambio di visione. Se quella della Cop27 è l’ennesima occasione persa, non tutto è perduto.

“Il settore militare globale, compresa la sua catena di approvvigionamento, è un elemento importante della spesa pubblica e una delle principali fonti di finanziamento per i combustibili fossili – si ribadisce nel report di Conflicts and Environment Observatory e Scientists for Global Responsibility – È quindi essenziale che le emissioni di gas a effetto serra delle forze armate siano comunicate in maniera solida e siano soggette a obiettivi di riduzione delle emissioni. Tuttavia, attualmente non è così. I dati relativi alle emissioni militari di gas serra in tutto il mondo sono spesso di bassa qualità, spesso incompleti, nascosti all’interno di categorie civili o non raccolti affatto.

I militari devono essere inclusi nelle strategie di riduzione se i governi vogliono raggiungere i propri obiettivi nazionali. Ciò richiederà innanzitutto un quadro per la rendicontazione militare credibile e trasparente delle emissioni di gas serra. La trasparenza è fondamentale per comprendere in che modo le attività militari e gli appalti contribuiscono alla crisi climatica e dove è necessario concentrare l’azione per ridurre le emissioni. È anche vitale per la fiducia del pubblico negli obiettivi di riduzione delle emissioni militari”.

Seppur non citate direttamente in causa, la Cop27 e quelle che verranno sono anch’esse sollecitate. “È irragionevole aspettarsi che altri settori, tra cui la produzione alimentare e l’assistenza sanitaria, riducano le proprie emissioni e non ci si aspetti che le forze armate facciano lo stesso. È necessaria una comunicazione solida e trasparente sui gas a effetto serra per supportare un processo decisionale efficace e una gestione militare del carbonio. Le emissioni di gas a effetto serra dovute alla stessa guerra, come incendi, infrastrutture danneggiate e necessità di ricostruzione, sono attualmente ignorate e dovrebbero anche essere incluse nella contabilità militare del carbonio. Le emissioni militari e di conflitto dovrebbero essere affrontate nel quadro dell’UNFCCC”.

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