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domenica, Febbraio 25, 2024

Perché alla Cop28 l’Italia non fa nulla per sostenere l’uscita dai combustibili fossili

L’esito della Cop28 si gioca (anche) sulle parole. Quelle scelte dalle aziende di petrolio e gas vengono usate dal ministro dell’Ambiente Fratin. A ridosso della decisione finale, a Dubai si prova a introdurre l’addio ai combustibili fossili. Con la resistenza degli Stati più vicini agli interessi economici dell’Italia

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

A ridosso della fine della Cop28 è ormai chiaro che la questione principale, o almeno quella più attesa, è la possibile decisione sull’eliminazione dei combustibili fossili. Una partita complicatissima e una scelta che sarebbe doppiamente storica, anche perché eventualmente adottata in uno dei principali Paesi produttori di petrolio e gas, quegli Emirati Arabi Uniti che fin dall’inizio della Conferenza Annuale sui Cambiamenti Climatici hanno cercato di indirizzare le discussioni verso soluzioni intermedie che, in pratica, servirebbero a salvaguardare gli interessi delle grandi compagnie fossili.

Parole come phase down (riduzione) e phase out (uscita) sono sì comparse nelle bozze finora circolate delle cover decision (la decisione finale) ma accanto ai termini coniati dalle aziende che si occupano di carbone, petrolio e gas. Una delle più significative parole introdotte in questa Cop28 è abated (abbattute), che fa riferimento alle emissioni eliminate dal processo produttivo. Come spiega il think thank per il clima ECCO, “tipicamente la tecnologia a cui si fa riferimento per l’abbattimento delle emissioni da fossili è la cattura e stoccaggio del carbonio (Carbon Capture and Storage – CCS). Non esiste, però, una definizione univoca del termine, che sia allo stesso tempo precisa riguardo la quantità di compensazione delle emissioni affinché una fonte fossile possa essere classificabile come abated”.

Ed è proprio su questa vaghezza che fa affidamento anche l’Italia. Anche a Dubai, infatti, il governo Meloni si è contraddistinto per non aver toccato palla: se già il discorso iniziale di Giorgia Meloni era stato parecchio deludente, con la premier che si era limitata a ripetere i ritornelli coniati in casa sulla “transizione non ideologica” e sul “pragmatismo” da perseguire (e cioè continuare a operare come il collasso climatico non fosse già in atto), in queste due settimane l’Italia è rimasta fuori dai tavoli più importanti. Ancora una volta ciò che è emerso è la semplice volontà di difendere gli interessi delle compagnie strategiche nazionali. Un discorso che si rende ancora più evidente proprio riguardo alle questioni energetiche.

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Le parole del ministro Fratin sono uguali a quelle di Eni e Snam

La dichiarazione finale e unanime dei 197 Paesi presenti a Dubai dovrebbe essere assunta nella giornata di domani ma la sensazione diffusa tra le delegate e i delegati è che si andrà a oltranza e verranno sforate le previsioni. Intanto, però, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha rilasciato un’intervista a Repubblica, diffusa questa mattina, in cui si confermano tutte le perplessità sulla sua figura per nulla adatta ad affrontare la complessità della diplomazia climatica delle Cop.

Alla domanda se “si aspettava che in questa Cop emiratina diventasse centrale il dibattito sull’addio ai combustibili fossili” il ministro ha spostato il focus esclusivamente sulla presidenza della Cop28, ribadendo che l’uscita dai fossili “però sarà necessariamente graduale”. Questo però non vale soltanto per gli Emirati Arabi Uniti ma anche per l’Italia. Se da una parte Fratin sostiene di essere “allineati alla Ue” dall’altra ha ribadito che “il phase out dei fossili deve valutare anche le condizioni dei singoli Paesi. E il nostro è ancora fortemente dipendente dai fossili, con una serie di imprese che non possono arrivare alla decarbonizzazione pura. Occorre individuare percorsi di transizione per le imprese altamente energivore, magari adottando nuove tecnologie come la cattura della Co2 emessa”.

E ancora: il ministro continua a sostenere l’idea dell’Italia come hub energetico, allo scopo di usare il gas estratto in Africa e MediOriente  per poi esportarlo verso l’Europa del Nord. “Questo significa – ha aggiunto il ministro – incrementare, con il piano RePower Eu, i nostri gasdotti”. L’idea, come ha confermato poi la viceministra Vannia Gava da Dubai, è di replicare lo stesso percorso con l’idrogeno e le altre opzioni “low carbon” come i biocarburanti. È la stessa posizione delle aziende fossili, in cui perfino le parole sono uguali a quelle usate dalle aziende partecipate a impronta fossile, tipicamente Eni e Snam: “neutralità carbonica”, “neutralità tecnologica”, “fusione nucleare”, cioè la stessa tecnologia su cui Eni, poco prima della Cop28, era riuscita a ottenere una visita dell’inviato Usa per il clima John Kerry, che poi a Dubai ha firmato una dichiarazione con cui si chiede di triplicare il ricorso all’energia nucleare entro il 2050. Ancora più emblematico è infine il confronto che si può realizzare con il report realizzato da A Sud sulle false soluzioni di Eni alla crisi climatica, tra cui emerge appunto la ccs.

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Alla Cop28 la sovrapposizione degli interessi fossili e dell’Italia

Nello scorso weekend ha fatto parecchio rumore una lettera, diffusa dal Guardian, in cui l’OPEC, cioè il gruppo storico dei Paesi produttori di petrolio e gas, ha chiesto ai suoi 13 membri presenti a Dubai di rifiutare espressamente qualsiasi testo che indicasse l’uscita dai combustibili fossili. In tanti hanno fatto notare la differenza delle reazioni anche all’interno dell’Unione europea: da una parte la ministra della transizione ecologica spagnola, Teresa Ribera, ha detto che “è un gesto disgustoso”, così come la collega francese Agnès Pannier-Runacher si è detta “sbalordita” e “arrabbiata”; dall’altra il ministro Fratin ha giustificato la scelta dicendo che “sarebbero stupidi se non facessero i loro interessi”.

Ha dimenticato, però, di aggiungere che i “loro” interessi, quelli fossili, sono anche i “nostri”. Basta guardare l’elenco dei Paesi appartenenti all’OPEC: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Algeria, Nigeria, Angola, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Venezuela. Sono tutti Stati coi quali Eni ha sviluppato nel corso degli anni notevoli e complessi rapporti economici, commerciali, industriali. A partire dagli Emirati Arabi Uniti dove, come ricorda Ferdinando Cotugno su Domani, le riserve di Eni sono di 1,8 miliardi di barili di idrocarburi. “La controllata italiana guidata da Claudio Descalzi è di casa a Dubai – ricorda ancora Cotugno – e non casualmente ha inviato a Cop28 una squadra di quattordici persone, senza contare quelle correlate (come i rappresentanti della Fondazione Enrico Mattei)”.

Ma gli affari del cane a sei zampe, e dunque del governo Meloni, sono sparsi ovunque tra i Paesi OPEC. In Nigeria, ad esempio, Eni vanta una produzione annuale di 1,8 miliardi di metri cubi di gas e gestisce l’impianto di liquefazione di gas di Bonny, che secondo l’azienda “è destinato a diventare uno dei principali hub di GNL al mondo e a valorizzare le abbondanti risorse di gas associato della Nigeria”. Oppure, per restare in Africa, si può citare il caso dell’Algeria, il Paese che dopo la guerra in Ucraina e la riduzione delle forniture da parte della Russia, è diventato il principale fornitore di gas del Paese attraverso il gasdotto Transmed, che approda a Mazara del Vallo, in Sicilia, e che secondo le proiezioni del ministero dell’Ambiente nel 2023 da solo contribuirà a un terzo dei consumi annuali di gas (20 miliardi di metri cubi sui 60 totali).

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E ancora si potrebbe citare la Libia, Paese devastato da una guerra civile lunga 10 anni e con il quale a gennaio 2023 Eni ha siglato un accordo da 8 miliardi di dollari per la produzione di gas, da portare in Italia attraverso il potenziamento del gasdotto GreenStream (che approda sempre in Sicilia, a Gela).

D’altra parte in contemporanea alla notizia delle pressioni OPEC è emersa la volontà degli Stati Uniti di revocare le sanzioni che gravavano sul Venezuela dal 2019. Tale accordo consentirebbe al Venezuela di sfruttare le sue immense risorse, rappresentate da 303 miliardi di barili e oltre 5 miliardi di metri cubi di gas, che ne fanno la riserva fossile più grande del mondo. Secondo quanto riportato da Bloomberg, tra le principali compagnie energetiche che stanno già cercando di cogliere questa opportunità c’è anche Eni, che starebbe attualmente definendo i dettagli di un contratto con la Petróleos de Venezuela Sa (Pdvsa), la società di proprietà statale. Sempre secondo la nota rivista finanziaria, i negoziati sarebbero in fase avanzata e si prevede che un accordo possa essere raggiunto entro la fine del mese.

Perfino la scelta di svolgere la Cop29 in Azerbaijan non dispiacerà al cane a sei zampe dato che, come ricordava a ottobre l’ong ReCommon, “il 30,1% dell’export azero finisce nei nostri confini, per la stragrande maggioranza in forma di idrocarburi”.  Insomma: la scena muta del governo Meloni di fronte alla possibilità di uscita dalle fonti fossili alla Cop28 può e deve indignare ma non può certo sorprendere. Almeno fino a quando lo Stato sarà più interessato alla redistribuzione degli utili delle aziende fossili che non alla salvaguardia climatica dell’Italia e del mondo.

Leggi anche lo SPECIALE | COP28

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