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mercoledì, Giugno 19, 2024

L’adattamento climatico ai tempi della Cop28. Ecco gli esempi positivi in giro per il mondo

"L'adattamento è un investimento nel nostro futuro, non un’ammissione di sconfitta”: così Simon Stiell, segretario esecutivo dell’Unfccc, ammoniva gli Stati prima della Cop28. Al suo appello, però, non è stato dato seguito. Eppure gli esempi positivi non mancano. Qui raccontiamo alcuni dei casi più interessanti

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

“La Cop28 doveva segnalare un duro stop ai combustibili fossili e al loro inquinamento che brucia il pianeta. Non abbiamo voltato pagina sull’era dei combustibili fossili, ma questo è chiaramente l’inizio della fine. Dobbiamo continuare a mettere pienamente in pratica l’accordo di Parigi”. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), ha commentato ieri in questo modo l’accordo conclusivo della 28esima Conferenza annuale sui cambiamenti climatici. Ma non va dimenticato che nel testo finale del Global Stocktake non ci sono solo indicazioni su carbone, petrolio e gas.

Alla Cop28 di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, si è discusso parecchio anche di adattamento climatico, cioè di come fronteggiare gli effetti avversi della crisi climatica. Lo si è fatto, ancora una volta così come alle scorse conferenze annuali delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in numerosi eventi e ci sono state le canoniche dichiarazioni dei capi di stato e di governo. Ma il nodo fondamentale della questione resta il solito, e lo ha spiegato bene proprio Simon Stiell, poco prima dell’avvio dei negoziati.

“Chiamarlo gap oggi sembra sottovalutare il problema. Un abisso, una gola, sempre più ampia, sembra più appropriato – ha detto Stiell – Questa è la sconfortante realtà che ci troviamo di fronte. Eppure l’adattamento lotta ancora per attirare l’attenzione, per avere la priorità sui finanziamenti”. Purtroppo, infatti, il rapporto delle Nazioni Unite “dimostra in maniera allarmante come i progressi in materia di adattamento, anziché accelerare, ristagnano”.

Il punto di partenza da tenere in considerazione, in questa come nelle altre Cop, è che il mondo è impreparato, mancano i finanziamenti adeguati e la necessaria pianificazione per affrontare l’emergenza dell’adattamento climatico. Diceva già tutto, in poche parole, il recente Adaptation Gap Report delle Nazioni Unite sui bisogni impellenti per le misure di adattamento e di quanto sia ancora ampio il divario tra i finanziamenti e tutto quello che andrebbe fatto per prevenire o ridurre al minimo gli effetti avversi dei cambiamenti climatici: dalle condizioni meteorologiche estreme al riscaldamento degli oceani, dalle ingiustizie sociali all’insicurezza alimentare per opera della siccità e delle temperature elevate. Basterebbe invece vedere come le politiche di adattamento finora attuate abbiano influito positivamente nelle nazioni dove sono arrivati i finanziamenti, per rendersi conto della loro importanza. È quello che abbiamo scelto di fare, raccogliendo una serie di esempi positivi di adattamento climatico in varie nazioni della Terra.

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Sicurezza alimentare e pesca: il caso di Kiribati

In molte delle nazioni a basso reddito colpite dai cambiamenti climatici la sicurezza alimentare si basa quasi totalmente sulla pesca. Kiribati, ad esempio, un piccolo Stato insulare nel Pacifico altamente vulnerabile all’innalzamento del livello delle acque, è stato tra i primi ad adottare politiche di adattamento climatico. Gli interventi si sono concentrati nel migliorare la gestione della pesca per salvaguardare i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare.

Un piano nazionale di pesca nel 2019 ha vietato forme di pesca insostenibili come la pesca a strascico o durante il periodo di riproduzione, vietato la pesca in determinate aree protette e migliorato il monitoraggio delle coste per mappare le specie di pesci in modo da non metterne a repentaglio la sopravvivenza e rafforzato sistemi di allarme rapido in caso di catastrofi. Sono state incoraggiate soluzioni condivise gestite direttamente dalla comunità dei pescatori, fornendo l’accesso a nuove tecnologie di acquacoltura per aumentare la disponibilità di cibo, oltre al recupero delle conoscenze tradizionali nella cottura e conservazione degli alimenti.

Tuttavia è stata data molta importanza anche alla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento e quindi è stata incoraggiata l’orticoltura domestica e scolastica, aumentando le varietà di colture nell’isola da due a cinque, tutte in grado di resistere meglio alle inondazioni di acqua salata marina, come cocco e fico. Il progetto ha inoltre incluso lo sviluppo di piccoli allevamenti di pollame e suini con adeguata formazione e, infine, la gestione sostenibile del territorio attraverso la rivegetazione delle spiagge piantando oltre 400.000 mangrovie, utili inoltre per limitare gli effetti delle maree.

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Adattamento ai cambiamenti climatici nell’agricoltura

Nelle nazioni dove, invece, la sicurezza alimentare si basa sulla coltivazione del riso e i campi coltivati sono principalmente irrigati dalle piogge, è evidente come tutto ciò sia messo sotto enorme pressione a causa della mutevolezza delle precipitazioni, delle temperature imprevedibili, degli eventi meteorologici estremi e della siccità, che possono causare una vera e propria emergenza alimentare. Cambogia e Madagascar, due Paesi fortemente dipendenti dalla coltivazione del riso per la sicurezza alimentare e la stabilità economica, stanno beneficiando di una strategia “olistica” per l’attuazione di misure di adattamento integrate.

Gli interventi sono volti a favorire la crescita verde e ridurre l’inquinamento, la conoscenza di tecnologie appropriate nell’agricoltura, come l’attenta pianificazione nell’utilizzo della terra coltivabile, e la difesa della biodiversità attraverso la riforestazione. Tuttavia, vista la povertà delle nazioni, è indispensabile coniugare queste azioni con sforzi per sostenere lo sviluppo economico e alleviare la povertà: promuovere il microcredito, assicurazioni contro i danni da disastri ambientali, creare istituzioni di ascolto e raccordo tra lo Stato e le esigenze delle comunità locali con la collaborazione delle ong attive sul campo.

L’importanza della sicurezza idrica

Alle Maldive la diminuzione delle precipitazioni e le estati più calde hanno reso necessaria la costruzione di serbatoi di acqua piovana più grandi e impianti di desalinizzazione per trattare l’acqua di mare, creando al contempo sistemi per monitorare attentamente la disponibilità di acqua e attivare allerte tempestive nei periodi di siccità. Lo Sri Lanka sta riproponendo un antico sistema di serbatoi d’acqua (le cosiddette “cascate di serbatoi”, piccoli serbatoi che raccolgono l’acqua di superficie) per mantenere l’accesso all’acqua corrente nelle fattorie e nelle case.

Pompe a energia solare ad alta tecnologia che mappano le riserve sotterranee di acqua potabile in tutta l’Africa stanno raccogliendo dati che possono aiutare a evitare che si prosciughino. I sensori delle pompe, infatti, registrano dati in tempo reale come il consumo di energia e la velocità della pompa in ciascuna postazione, che vengono poi utilizzati per calcolare il livello di estrazione delle acque sotterranee. Le pompe vengono utilizzate da migliaia di piccoli agricoltori in quindici nazioni africane, tra cui Kenya e Uganda.

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La necessità di sistemi di allerta efficaci

Le conseguenze dei cambiamenti climatici, senza un adattamento efficace, possono essere ancora più immediate: ad esempio per gli effetti di un tifone, di un’inondazione o un incendio. Le infrastrutture sanitarie di nazioni generalmente povere rischierebbero il collasso, come purtroppo già successo, incapaci di fronteggiare l’alto numero di persone da soccorrere. Ecco perché prevedere gli eventi avversi è un’altra strategia fondamentale nell’adattamento ai cambiamenti climatici.

Il problema è che i dati devono essere affidabili e registrati prontamente, mentre quasi sempre i sistemi di allarme nei Paesi più vulnerabili soffrono lacune nella raccolta dati meteorologici, compromettendo qualsiasi adattamento efficace. Il Bhutan, a causa del carattere montuoso del territorio e delle grandi variazioni topografiche, ha avuto enormi difficoltà nel prevedere eventi climatici avversi come frane e inondazioni. Sta riducendo il divario nell’analisi dei dati ripristinando le stazioni meteorologiche e sviluppando il know how necessario per migliorare le previsioni climatiche e la realizzazione di studi idrogeologici approfonditi, ma anche investendo nelle infrastrutture per comunicazioni più rapide e diffuse sull’intero territorio nazionale.

Nei Caraibi l’attuazione di piani per la sicurezza alimentare e idrica, di bollettini sanitari legati al clima e di sistemi di allarme rapido ha migliorato i mezzi di sussistenza e rafforzato la resilienza climatica. In parte ha contribuito anche l’Italia: il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha recentemente finanziato la realizzazione di un centro per la gestione delle emergenze climatiche a Santa Lucia, in grado di fornire in poche ore mappe satellitari pre e post evento, per supportare le operazioni di soccorso a seguito di eventi climatici catastrofici.

Adattamento ai cambiamenti climatici e soluzioni tecnologiche

In questo caso la tecnologia rappresenta una grande opportunità nell’adattamento ai cambiamenti climatici. Lintelligenza artificiale e gli strumenti digitali sempre più diffusi sono un modo per prevedere e limitare gli impatti delle emergenze climatiche. La tecnologia viene utilizzata per inviare allarmi di catastrofi naturali in Giappone e progettare città più verdi e smart in Cina, ottimizzando l’utilizzo di energia rinnovabile nella rete elettrica o nelle abitazioni. Mentre gli Stati Uniti combattono incendi senza precedenti, i vigili del fuoco utilizzano tecnologie di machine learning e modelli statistici per mappare in anticipo come e dove potrebbero diffondersi gli incendi.

In Brasile un progetto dell’università dell’Amazzonia ha utilizzato l’intelligenza artificiale integrandola con le analisi satellitari per mappare le immense e impenetrabili foreste e difenderle dal disboscamento prevedendo dove il rischio sia maggiore. Inoltre intorno ai tronchi degli alberi sono stati messi dei sensori e software programmati per riconoscere i suoni di tutti quegli strumenti, dalle motoseghe ai trattori, il cui impiego è associato alla deforestazione. Il sistema identifica la minaccia e invia una comunicazione alle autorità chiamate a intervenire.

Naturalmente la situazione è più complessa nelle nazioni povere, dove però sono state trovate soluzioni innovative. Caso interessante in Indonesia: qui è stata creata un’app di crowdsourcing sfruttando la passione degli abitanti per il gioco di Pokemon Go, sviluppando un gioco simile dove però gli utenti devono rispondere anche a domande su come viene utilizzato il terreno che hanno davanti ai loro occhi: piantagioni, foreste o campi di arbusti. Le informazioni raccolte dagli utenti vengono usate per mappare il territorio del vasto arcipelago e proteggere le foreste o capire le necessità delle popolazioni indigene.

Adattamento ai cambiamenti “basato sulla natura”

In molti casi, invece, la risposta non viene da enormi investimenti in infrastrutture o da innovative tecnologie, ma dalla natura stessa. Sono tutte quelle politiche di adattamento “basate sulla natura”. In Europa, ad esempio, le ondate di calore hanno determinato un grave e pericoloso aumento degli incendi, con effetti devastanti su pascoli e colture. L’adattamento è arrivato da una vecchia pratica: far pascolare pecore e capre vicino e all’interno delle foreste. Pascolando “puliscono” il sottobosco dal fogliame e riducono la crescita incontrollata della macchia, diminuendo la portata degli incendi stessi.

Gli abitanti di Gibuti si mantengono al sicuro costruendo barriere di alberi contro le alluvioni. Stanno anche ripristinando le foreste di mangrovie, che proteggono dall’innalzamento del livello del mare, forniscono cibo alle persone e offrono un rifugio a piante e animali. Gli agricoltori dell’Africa sub-sahariana sono riusciti, accudendo i pochi alberi rimasti nelle zone desertiche, a rivitalizzare le aree e far crescere 200 milioni di nuovi alberi, grazie all’effetto fertilizzante delle foglie cadute e all’umidità crescente mano a mano che gli alberi crescevano.

In Vietnam, i pescatori hanno abbandonato la raccolta di risorse marine sempre più scarse, come conchiglie e granchi, per sviluppare lapicoltura legata al ripristino delle mangrovie. In Albania, uno dei paesi europei più colpiti dall’erosione costiera, il ripristino della vegetazione sulla laguna di Kune-Vain protegge le comunità costiere. Aiuta anche l’ecosistema a sostenere un corridoio riconosciuto a livello mondiale per gli uccelli migratori.

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Cosa servirebbe davvero e in fretta

Tanti esempi positivi, ma la realtà è che le comunità più vulnerabili sono anche quelle meno capaci di adattarsi, perché sono nazioni a basso reddito e già faticano a trovare risorse sufficienti per servizi di base come l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Per questo il successo dell’adattamento dipende esclusivamente dal ruolo attivo degli Stati più ricchi, che se rispettassero l’impegno assunto nell’Accordo di Parigi dovrebbero fornire 100 miliardi di dollari all’anno in finanziamenti internazionali per il clima, di cui la metà per politiche di adattamento.

I conti, però, non tornano come ha fatto notare Simon Stiell citando il Report on the doubling of adaptation finance dell’Unfccc. Qui si stima che i finanziamenti per l’adattamento raggiungeranno circa 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025. Si tratta di una cifra nettamente inferiore ai 387 miliardi di dollari di cui i Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno ogni anno.

Insomma, i finanziamenti devono crescere in modo significativo, come ha concluso Stiell, lanciando un accorato appello. “Dobbiamo ampliare il bacino dei contribuenti. Coinvolgere il settore privato. Le istituzioni finanziarie internazionali devono farsi avanti. I finanziamenti devono essere sostenuti con urgenza e resi accessibili a tutti. I Paesi vogliono sovvenzioni, non prestiti. La loro lungimiranza e le loro iniziative di adattamento ai cambiamenti climatici non devono essere punite con un debito schiacciante. L’adattamento è un investimento nel nostro futuro, non un’ammissione di sconfitta”.

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