fbpx
domenica, Giugno 23, 2024

Crisi climatica, adattamento possibile solo se c’è giustizia di genere

Le donne sono le più vulnerabili ai cambiamenti climatici, per questo le politiche di resilienza climatica devono essere incentrate su di loro e la Cop28 non può tralasciarle. In tutto il mondo si contano già diversi esempi positivi di adattamento in cui le donne hanno un ruolo centrale

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, uno dei temi centrali della Cop28 in corso negli Emirati Arabi Uniti, devono essere più attente al genere. Senza una maggiore giustizia di genere e partecipazione delle donne nella lotta al cambiamento climatico, con adeguati finanziamenti e sostegno alle associazioni di donne operanti sul territorio, difficilmente nei Paesi del Sud del mondo si potranno raggiungere risultati degni di nota. E questo perché, in poche parole, sono le donne a essere le più colpite dagli effetti del cambiamento climatico.

In questi Paesi i loro impieghi sono principalmente legati all’agricoltura e al mantenimento della casa: sono loro a lavorare nelle risaie, a raccogliere la legna da ardere o recarsi nei pozzi per prendere l’acqua potabile, ad accudire bambini e persone anziane. Ad esempio, quando il devastante ciclone Freddy ha attraversato il Madagascar, il Mozambico e il Malawi all’inizio del 2023, il 65% erano sfollate o comunque le donne hanno sostenuto un peso maggiore dovendosi allontanare maggiormente per cercare acqua e legna da ardere, oltre a prendersi cura delle loro famiglie.

C’è un problema di giustizia di genere

Norme sociali e strutture patriarcali in molte nazioni dell’Africa e dell’Asia non solo hanno messo sulle spalle delle donne responsabilità maggiori, ma al tempo stesso ne hanno limitato l’influenza in tutti gli aspetti della vita, relegandole a un ruolo subordinato con livelli di reddito inferiori e una minore tutela dei diritti, che le rende ancora più senza difese di fronte ad eventi catastrofici. Si è visto, ancora una volta, durante il già citato ciclone Freddy. A causa della carenza di cibo, le donne hanno scambiato sesso con cibo e acqua potabile. In Malawi, la maggior parte delle donne rimaste senza tetto non aveva strutture sanitarie a supporto delle loro esigenze nei campi per sfollati.

La prima politica di adattamento, dunque, è lottare per la parità di risorse e diritti: come sta provando a fare il Senegal, dove le associazioni di donne sono riuscite dopo consultazioni con il governo, a garantire alle donne che vivono in campagna l’accesso all’assicurazione sanitaria e alle cure mediche. In Malawi, l’Associazione nazionale delle donne lavoratrici ha lottato per trovare un’assicurazione che potesse fornire una polizza per difendere le loro attività economiche dai disastri naturali, le cui conseguenze economiche sono disastrose per le donne.

In Mozambico, ad esempio, l’alluvione ha spazzato via i raccolti e il bestiame, rendendole vulnerabili alla fame e gettandole in uno stato di povertà ancora maggiore. Difficoltà simili sono state affrontate dalle donne in Madagascar, quando si è abbattuto il ciclone Freddy hanno perso i loro mezzi di sostentamento, derivanti dalla pesca e dall’agricoltura. Il programma Rapid Response Grantmaking ha fornito finanziamenti e informazioni preziose alle donne per difendere i propri redditi nonostante la catastrofe del ciclone Freddy.

Leggi anche: Percorsi di lettura, dall’oceano all’Amazzonia per decostruire la nostra visione del mondo

L’adattamento ai cambiamenti climatici delle donne africane

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto gli eventi catastrofici, ma anche gli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici, che travolgono i già precari assetti sociali ed economici delle nazioni africane. Per fortuna ci sono esempi in cui le donne hanno svolto un ruolo di primo piano nell’adattamento climatico.

In Tanzania, ad esempio, a causa dell’esaurimento degli stock ittici, molte donne di Zanzibar hanno imparato a nuotare e coltivare spugne. La loro principale attività era coltivare alghe marine, ma è stata messa in crisi dal riscaldamento delle acque e dall’inquinamento: le spugne sono più resistenti a tutto questo e ben presto la loro vendita non solo ha salvato il loro reddito, ma ha contribuito a fare uscire dalla povertà numerose donne. Non solo: le spugne hanno una funzione di filtro nelle acque, e quindi riducono l’inquinamento.

Dalla parte opposta dell’Africa, in Ghana, dove la disparità di genere è tremendamente elevata e le donne sono strettamente legate alla vita sui campi, le precipitazioni sempre più irregolari le hanno costretto ad adattarsi diversificando i propri mezzi di sussistenza. È stato possibile grazie a un progetto finanziato dalle Nazioni Unite in cui sono stati organizzati corsi rivolti alle donne agricoltrici per sviluppare nuove competenze. Hanno imparato ha produrre prodotti agricoli redditizi da semi di soia e karité, trasformandoli in latte di soia, kebab vegetali, farina di soia e burro di karité da vendere nei mercati locali. Riuscendo ad avere una valida alternativa durante le stagioni di siccità.

Leggi anche: Dal Brasile alla Colombia, le donne della resistenza indigena che stanno salvando l’Amazzonia

L’importanza fondamentale di avere più finanziamenti

Questo dimostra quanto siano importanti i finanziamenti di supporto nell’adattamento ai cambiamenti climatici. L’Urgent Action Fund Africa, ad esempio, ha sostenuto le donne colpite dai cambiamenti climatici mettendole in contatto con un’assicurazione per lavoratori a basso reddito in modo da compensarle degli effetti delle crisi climatiche. In Mozambico, l’Associacao Nosso Futuro ha sostenuto il governo per elaborare una strategia per la finanza climatica e una campagna per promuovere i diritti delle donne e l’inclusione economica sostenendo la creazione di nuove opportunità economiche, formandole sulle sfide dell’adattamento ai cambiamenti climatici.

La Federation pour la Promotion Feminine et Enfantine in Madagascar ha sviluppato partenariati con il governo e altri attori economici locali per sostenere le donne colpite dai cambiamenti climatici, ma anche erogato servizi di salute sessuale e riproduttiva, fornito supporto psicologico per affrontare l’aumento degli episodi di violenza di genere.

Tuttavia, come fa notare Open Global Rights, “il lavoro di adattamento al cambiamento climatico condotto dalle donne in Africa è gravemente sottofinanziato, con solo lo 0,01% dei finanziamenti destinati alla lotta per la giustizia climatica. Anche per quanto riguarda la riduzione del rischio di catastrofi e la resilienza, i finanziamenti sono marginali, pari allo 0,003%, e alcuni di questi finanziamenti internazionali sono destinati solo alla riduzione del danno di catastrofi naturali”. Servirebbero, tuttavia, prosegue l’associazione “cambiamenti sistemici più importanti per i quali le donne si battono, come i diritti fondiari e la transizione energetica, che invece sono quasi totalmente esclusi dai finanziamenti”.

In India e Nepal donne in prima linea nell’adattamento climatico

Dove questo è avvenuto, invece, i risultati sono stati più che positivi anche in altre zone del mondo, come l’Asia. Un pionieristico programma trentennale in Nepal ha affidato alle donne la cura e la responsabilità delle foreste nella nazione himalayana, un paradiso  della biodiversità da difendere. Hanno piantato nuovi alberi, curato il sottobosco, recintato le foreste, bloccato il pascolo selvaggio ed educato gli abitanti dei villaggi sulla conservazione della biodiversità.

Il tutto, come hanno dimostrato numerosi reportage giornalistici, con un approccio maggiormente costruttivo rispetto agli uomini: più aperto al dialogo e all’ascolto, con maggiore attenzione per la sostenibilità sociale e i diritti di chi lavora. Anche in questo caso la difesa dell’ambiente ha rappresentato un’emancipazione per le donne, altrimenti relegate ad attività domestiche e marginalizzate nella società nepalese.

L’impegno quotidiano delle donne, nella confinante India, ha migliorato la vita a migliaia di persone. Le terribili ondate di calore tali da rendere invivibili le abitazioni e mettere a rischio la vita degli inquilini sono state combattute dall’associazione Mahila Housing Trust, che ha insegnato alle donne di cento slum in cinque città indiane a difendersi dagli effetti del cambiamento climatico, con operazioni semplici e a basso costo ma efficaci, come dipingere le lamiere con vernice bianca riflettente per isolare i tetti e limitare il riscaldamento degli ambienti.

Le donne sono state formate sull’uso di stufe a basso consumo di carburante per ridurre l’uso di legna da ardere, sul compostaggio, la raccolta dell’acqua piovana per prevenire la malaria, la pulizia degli scarichi delle acque piovane e la piantumazione di arbusti contro le inondazioni improvvise. L’associazione ha installato in alcune baraccopoli un sistema di allarme che si attivano durante le forti piogge, per dare tempo ai residenti di mettersi in salvo. Misure con un forte risvolto sociale, perché per molte donne indiane a basso reddito, la casa rappresenta il luogo di lavoro.

Leggi anche: Wangari Muta Maathai, ritratto della signora degli alberi che cambiò la storia del Kenya

© Riproduzione riservata

spot_img

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie