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venerdì, Luglio 30, 2021

“Occhio all’etichetta”: 6 volte su 10 non aiuta a far bene la differenziata

Un esperimento di EconomiaCircolare.com e Junker per verificare quanto siano chiare le informazioni su composizione e riciclabilità riportate in etichetta. Abbiamo analizzato 90 prodotti diversi. Il risultato? “C’è ancora tanta strada da fare”

Sara Dellabella
Giornalista freelance. Attualmente collabora con Agi e scrive di politica ed economia per L'Espresso. In passato, è stata collaboratrice di Panorama.it e Il Fatto quotidiano. È autrice dell'ebook “L'altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni” (edizioni Quintadicopertina) che ha vinto il premio Piersanti Mattarella nel 2015; nel 2018 è co-autrice insieme a Romana Ranucci del saggio "Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter" (edizione Ponte Sisto).

E questo dove lo butto? Quante volte ci siamo fatti questa domanda di fronte ai bidoncini domestici della raccolta differenziata. Carta? Plastica? Indifferenziato? Con materiali sempre nuovi e complessi e imballaggi che contengono diverse componenti affiancate o “fuse”, districarsi è sempre più difficile. Non sempre, poi, ci vengono in aiuto le informazioni riportate sugli involucri dei prodotti, perché spesso le etichette più che chiarire confondono; altre volte parlano, ma in maniera sbagliata.

Quel misterioso invito a “rivolgersi al Comune”

Accade spesso, ad esempio, che una bella scritta sull’imballaggio suggerisca di rivolgersi “al proprio Comune per conoscere la modalità di smaltimento”. Immaginate la scena: milioni di consumatori che chiamano i centralini degli oltre ottomila comuni italiani chiedendo: “Dove butto la carta da forno? E la vaschetta del gelato?”. Su chi ci dirotterà il centralino? Chiamerà in causa l’ufficio igiene o l’assessore al ramo? “I Comuni non hanno il personale, le conoscenze e nemmeno l’obbligo di scendere così nel dettaglio. Rimanderebbero probabilmente al numero verde dei gestori della raccolta, ma anche questi ultimi non sono tenuti né a conoscere né a trasmettere tutte quelle informazioni” ci spiega Noemi De Santis, co-fondatrice e responsabile comunicazione di Junker app, l’applicazione che “mette ordine” tra i rifiuti.

Le nuove norme in attesa di entrare in vigore

Questo ci riporta alla necessità che l’etichetta del prodotto non solo sia parlante ma trasmetta informazioni chiare, corrette ed esaustive. D’altro canto è quello che chiede la norma introdotta dal decreto legislativo 116 del 2020, intervenuto a modificare il Codice Ambientale (D.Lgs. 152/06) recependo le direttive europee su rifiuti (UE 2018/851) e su imballaggi e rifiuti di imballaggio (UE 2018/852), che fanno parte del cosiddetto Pacchetto Economia Circolare. Il decreto 116 prevede che gli imballaggi siano etichettati secondo le modalità stabilite dalle norme UNI applicabili, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero e il riciclaggio, nonché per dare una corretta informazione ai consumatori sulla loro destinazione finale.

Per identificare e classificare gli imballaggi diventa anche obbligatorio indicare su tutte le tipologie la natura dei materiali che li compongono con il relativo codice identificativo, seguendo i dettami della Decisione 97/129/CE. Mentre quest’ultima previsione è già vigente, l’obbligo di riportare le indicazioni per il consumatore finale è stato sospeso fino al 2022, anche per consentire al sistema di approfondire le modalità di attuazione e di superare alcuni dubbi interpretativi.

Il tavolo di lavoro che vede coinvolto il Conai, consorzio nazionale imballaggi, con l’Istituto Italiano Imballaggio, UNI, Confindustria e Federdistribuzione, ha dato vita a una consultazione pubblica e alla successiva definizione di Linee Guida per l’Etichettatura ambientale, pubblicate a fine 2020, che si sono dimostrate un valido supporto per le imprese. Altri chiarimenti sono arrivati dal due recenti circolari della Direzione generale per l’Economia Circolare del ministero della Transizione ecologica: una più generale che fa luce su alcuni aspetti del decreto legislativo 116/2020 e un’altra, del 17 maggio scorso, specificamente dedicata a fornire chiarimenti sull’etichettatura ambientale degli imballaggi.

Un’indagine empirica sulle informazioni in etichetta

Per tracciare un quadro della situazione attuale, EconomiaCircolare.com e Junker, impegnati in una comune campagna per la corretta informazione in materia di raccolta differenziata, hanno promosso un esperimento che mette in luce la necessità di avere riferimenti chiari ai fini del corretto smaltimento dei rifiuti domestici. La redazione del web magazine e lo staff della app per la differenziata hanno raccolto gli imballaggi di 90 prodotti analizzando le informazioni su composizione e riciclabilità riportate in etichetta grazie alla lunga esperienza maturata da Junker, che ha classificato gli imballaggi di milioni di prodotti e ne ha rese consultabili le caratteristiche con una rapida scansione del codice a barre. “I risultati di questo dossier – commenta Noemi De Santis di Junker – dimostrano che c’è ancora tanta strada da fare per centrare la sfida lanciata dal decreto 116/2020 in materia di etichettatura ambientale. Con Junker abbiamo sperimentiamo da anni l’importanza di affrontare la complessità che si cela nei materiali che compongono i prodotti che acquistiamo”.

L’indagine ha dato vita a un breve report esemplificativo delle buone pratiche e delle (ancora troppe) criticità. Tra diciture differenti per prodotti analoghi, indicazioni fuorvianti, simboli minuscoli e informazioni difficili da interpretare o errate, i 90 imballaggi analizzati hanno mostrato che c’è ancora tanto lavoro da fare prima che tutti i prodotti in commercio riportino correttamente le indicazioni su come conferire e differenziare le loro confezioni.

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I risultati

Delle 90 etichette esaminate, 10 sono risultate non corrette, 37 incomplete, 7 non riportano alcuna indicazione e 36 sono corrette. Solo il 40% delle indicazioni, quindi, può considerarsi pienamente efficace e facilmente comprensibile dagli utenti.

Il dettaglio degli “orrori” e delle imprecisioni è riportato nel dossier “Riciclabilità degli imballaggi: occhio all’etichetta!” (scarica il dossier completo): ad ogni imballaggio è associato un semaforo che si illumina di rosso, giallo e verde a seconda che ci sia un errore grave, una imprecisione o tutte le informazioni corrette, mentre il semaforo resta spento nei 7 casi in cui al consumatore non viene offerta alcuna indicazione su come conferire l’imballaggio.

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Segni diversi per trasmettere la stessa informazione

Analizzando i 90 imballaggi, i tecnici di Junker hanno rilevato anche un altro elemento di potenziale confusione su cui puntare i riflettori: in molti casi hanno riscontrato il ricorso a diverse grafiche e simboli per indicare lo stesso tipo di materiale da differenziare. Per indicare il conferimento nella carta, ad esempio, sui casi presi in esame sono state individuate ben quattro etichette diverse. Cambiano loghi, scritte e colori ma l’obiettivo è in tutti i casi quello di dire “Conferisci quest’imballaggio nel bidone della carta”. Sul fronte dei colori, peraltro, esiste una codifica europea a cui ci si potrebbe uniformare, ma anche nel caso che più appare corretto dei quattro riportati nell’indagine e qui di seguito a titolo di esempio, il colore riferito alla frazione carta e cartone è errato, verde al posto del blu previsto dalla codifica.

Etichette diverse per lo stesso materiale: la carta

Quelle sigle che diventano un rompicapo

Insomma, in attesa di regole omogenee ognuno fa come vuole e come può, senza contare che spesso sugli involucri c’è poco spazio per dare informazioni chiare e corrette. E così come trovare il tempo di cottura della pasta spesso si trasforma in una caccia al tesoro, anche trovare le indicazioni per lo smaltimento non è sempre agevole. Per la gran parte dei consumatori, poi, il codice che identifica il materiale, non è intellegibile: trovare quel triangolino composto di tre frecce con gli angoli curvi, un numero al centro e una sigla sotto non è la stessa cosa che trovare il simbolo di un bidone con su scritto carta, plastica, organico e così via. Ma non finisce qui: le sigle a volte rischiano di trarre in inganno anche chi riesce a riconoscerle e ricordare a quale materiale fanno riferimento. Un esempio? La carta forno è un PAP22, come altre carte; il problema, però, è che questo PAP22 non è riciclabile nella carta a causa della patina di silicone che viene applicata per reggere le alte temperature. Se allora leggiamo PAP22 / CARTA non solo siamo davanti a un’informazione incompleta, ma addirittura siamo stati indotti a sbagliare.

A questo si aggiunge poi un problema di linguaggio e uso di termini diversi per definire la stessa frazione. In molti Comuni l’indifferenziato si chiama “secco”, in altri “grigio”. E ancora peggio: in alcuni Comuni il tubetto del dentifricio di plastica non va nella plastica perché contiene residui non accettabili e ci sono imballaggi compositi che in un Comune vanno nella carta e in un altro magari in una frazione diversa. Un vero dedalo, davanti al quale la vecchia polemica sui colori dei contenitori per la differenziata diversi da territorio a territorio impallidisce.

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Produttori ancora nel limbo

Il quadro tracciato dalla nostra indagine empirica evidenzia l’importanza di una corretta interpretazione e applicazione delle norme che – salvo nuove proroghe – entreranno in vigore il prossimo gennaio. I produttori che non si adeguano all’introduzione dell’etichetta ambientale rischiano una multa da 40 mila euro (e non è chiaro se la sanzione sia riferita a ogni prodotto etichettato male o al singolo produttore), ma intanto ancora mancano indicazioni chiare su come ottemperare operativamente al nuovo obbligo e in attesa di indicazioni le aziende non possono predisporre le nuove confezioni da applicare ai prodotti. Trattandosi di una norma nazionale che recepisce la normativa europea, è facile immaginare che ogni Paese predisponga regole diverse e questo genera enormi difficoltà per chi produce ed esporta su più mercati. Non un problema da poco visto che il 56% dei nostri prodotti, anche di piccole e medie imprese, sono destinati al mercato Ue. “Questa fase complicata – riflette la co-fondatrice di Junker Noemi De Santis – va vista anche come una grande occasione per le aziende di fare la loro parte, non limitandosi ad un adeguamento formale alla norma, ma impegnandosi per realizzare delle etichette che siano davvero ‘parlanti’ e comprensibili per i consumatori. Abbiamo il know how e la tecnologia per connettere le informazioni e le risorse, mettendo in rete tutti gli attori della filiera del riciclo – produttori, importatori, distributori, pubblica amministrazione, gestori dei servizi ambientali e cittadini – per rendere la raccolta differenziata davvero efficace per la protezione ambientale. Non ce lo chiede solo l’Europa, ce lo chiede il futuro delle prossime generazioni”.

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Una piattaforma per aiutare le aziende

Oltre alle linee guida, il Consorzio Nazionale Imballaggi ha sviluppato la piattaforma www.etichetta-conai.com, in cui confluiscono gli strumenti messi a punto per supportare le aziende in questo periodo transitorio. Simona Fontana, responsabile dell’Area prevenzione e del Centro studi Conai, sta monitorando a livello nazionale tutto il lavoro e la consulenza alle imprese affinché si arrivi pronti alla scadenza del primo gennaio 2022. “In questi mesi – riferisce Fontana a EconomiaCircolare.com – stiamo ricevendo davvero tantissime richieste di supporto e segnalazioni da parte delle aziende proprio per la realizzazione di un’etichetta che sia coerente con le linee guida, che di fatto rappresentano un’interpretazione del testo di legge. Il taglio delle nostre linee guida era proprio quello di dare uno strumento interpretativo alle imprese e da lì è nata tutta un’attività di supporto, anche più intensa di quella che ci aspettavamo, per aziende e associazioni perché le linee guida di fatto sono diventate un punto di riferimento”. Insomma, ci sono i presupposti affinché si faccia ordine almeno a livello nazionale e si metta in campo una buona pratica, magari da esportare. “Ad oggi la normativa nazionale e l’approccio che si sta seguendo nell’etichettatura è sotto osservazione – aggiunge infatti Simona Fontana di Conai -. Se il nostro Paese sarà in grado di dimostrare che la sua è una buona pratica, sicuramente c’è la possibilità che quello italiano sia adottato come modello a livello europeo”. E magari sia in Italia sia nel resto del Vecchio Continente ci saranno meno facce perplesse davanti a un’etichetta e ai bidoni della differenziata.

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